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Mi interessa il futuro

Mi interessa il futuro
sapere come diventeranno
le sedie, le poltrone
con cosa le sostituiremo
se ci invecchieremo sopra
immaginare i libri a venire
accanto a quali staremo
sapere se tutto questo
precipitare finirà
se arrivati sull’orlo
tireremo indietro il piede
e voltandoci vedremo punti
grigioazzurri ognuno mancanza
ognuno cosa perduta.

Gianni Montieri

© Credit immagini: link

Spogliarsi da vincoli e preconcetti per confrontarsi e riflettere insieme con Studenti Nudi

Un gruppo di studenti universitari torinesi decide di dare vita ad un progetto dal nome un po’ stravagante: Studenti Nudi. Spaziando dalla fisica alla biomedica, dalla politica alla società hanno cominciato a raccontarsi e confrontarsi davanti a un microfono e a una telecamera. 

Il loro motto è ‘Se hai un sogno mettilo a nudo’ ed è proprio tra le mura virtuali di questo progetto che hanno trovato un posto per attuarlo.

L’idea è nata dai momenti di desolazione vissuti dopo il lockdown e dall’esigenza di trovare un luogo per poter esprimere le proprie passioni e idee. 

«Volevamo trovare un modo per canalizzare le cose che studiamo e che veramente ci appassionano facendo emergere la parte creativa che c’è in noi. La scienza mi appassiona però mancava di quella scintilla colorata per poterla raccontare in una chiave più semplice, leggera e divertente» spiega Alessio, membro del gruppo insieme a Francesco e Gabriele. 

Parlare per parlare, hanno deciso di iniziare a farlo in diretta la domenica sera su Twitch. Questo è stato solo un primo modo per lanciarsi, infatti, sul loro profilo Instagram pubblicano periodicamente articoli, approfondimenti e non mancano le idee e l’entusiasmo per ciò che vorranno fare in futuro. 

«Siamo studenti e ci prepariamo senza la pretesa di essere già arrivati» –  Racconta Gabriele – «Cerchiamo di informarci il più possibile. Il risvolto positivo è proprio questo: a volte capita che in una live qualcuno di noi sia più preparato di altri su determinati argomenti e il dialogo si trasforma in un’occasione di confronto e di continuo arricchimento

Tre punti di vista diversi ma un’unica parola chiave, la multidisciplinarietà

Dietro al voler unire i fili di ciascuna disciplina emerge la volontà di affacciarsi, attraverso molteplici prospettive, su ciò che ci circonda e di coltivare un entusiasmo nudo, privo di vincoli, ma anche formare dei pensieri privi di preconcetti per non smettere mai di conoscere e imparare.

«Siamo Studenti Nudi perché non abbiamo paura del freddo» – afferma Francesco – «Cerchiamo di osservare la realtà attraverso più punti di vista, ne parliamo insieme per costruire un significato nuovo. Arriviamo nudi con le conoscenze che ciascuno di noi ha introiettato in anni e anni di studio, ma alla fine dobbiamo essere pronti, spogliandoci di ogni costrizione, a metterle insieme agli altri e vedere cosa succede.»

Un luogo per mettere a nudo sogni, idee e passioni. Pensieri che prendono forma in divenire. Tante domande da farsi e farci, poche risposte che, trovate insieme, diventeranno nuove, diverse e nude. 

Elisa Lacicerchia

© Credit immagini: courtesy of Studenti Nudi 

Isole Fragili: coscienza individuale e società ai tempi del Covid-19

Durante l’emergenza Covid-19, la Legge ha limitato alcune delle libertà della persona al fine di arginare il sovraccarico delle strutture sanitarie, onde evitare il caso estremo (tuttavia verificatosi più volte nella prima ondata) di lasciare al medico la scelta tra chi far vivere e chi far morire, data la scarsità di posti in terapia intensiva. Nel periodo di Marzo-Aprile 2020 gli italiani si sono avvicinati, seppur spiritualmente, e questo ha fatto sì che, sebbene le limitazioni fossero stringenti, la coscienza comune e il senso civico abbiano prevalso sulla coscienza individuale. In questo primo momento di crisi i balconi sono diventati i palchi su cui si metteva in atto l’opera collettiva di vicinanza ai propri compagni di guerra contro il virus, con inni cantati e cartelloni con scritto ‘andrà tutto bene’. Gli esempi di egoismo sociale non sono comunque mancati nel primo lockdown: basti pensare agli scaffali di pasta dei supermercati svuotati da singoli individui impauriti di restarne senza, a discapito del prossimo. 

La vera questione arriva nella fase tra la prima ondata e la seconda. Il virus non era cambiato, lo spirito con cui lo si affrontava e lo si affronta tuttora sì. La paura ha lasciato spazio alla comprensibile stanchezza. Non è facile comprendere le misure di distanziamento sociale e metterle in atto è quasi più difficile che sopportare una limitazione rigida come quella di un lockdown. Nel momento in cui si è messa in mano al singolo la responsabilità della comunità, il fatto stesso di poter rivivere la vita (quasi) come prima del Covid-19 ha fatto sì che molti siano passati dalla potenza all’atto, sebbene le condizioni non fossero favorevoli. In pratica la tentazione di ritornare alla vita pseudo-normale nel nostro privato, spesso ci ha illusi che fosse la cosa giusta da fare, non considerando il rischio del relazionarsi con altri senza seguire le direttive statali. L’appello al senso civico è stato preso diligentemente da molti, ma sono rari i casi di persone che abbiano fatte loro queste regole per tutto il tempo necessario. Alla fine, il bisogno di stare bene ‘prima noi’ l’ha avuta vinta. Le radici di una mancanza di senso comune si ritrovano nella nostra storia contemporanea. L’autodeterminazione è il principio supremo su cui si basa la cultura occidentale, infatti, il singolo è spinto a spostare sempre in avanti il limite dei diritti e delle libertà personali, ripudiando spesso i limiti pre-imposti (soprattutto se questi sono di origine tradizionale o paternalistica). Questo perché, nella nostra società, il diritto è solo nella Legge e il nodo della questione si trova quando la Legge (nel nostro caso le varie restrizioni dei DPCM) si sovrappone alla coscienza individuale, fondamento dell’autodeterminazione. 

Cresciamo come singoli assoluti dalla società, come tante isole affrancate sullo stesso mare. Stiamo rimettendo in dubbio molto di quello che ci è arrivato come tradizione, spesso giustamente, per dare spazio a chi finora non ne aveva. In uno spirito di spinta come quello del nostro decennio, ci viene da dirci che forse pensiamo di essere avanti nei tempi, in termini di libertà individuale, ma allo stesso tempo indietro in termini di collettività. 

Lo Stato non aiuta a creare un humus sociale forte, spesso permettendo lo sviluppo di una società disparitaria e ingiusta, in cui il singolo è homo homini lupus. Ingiustizia è quando non viene trattato ugualmente chi sta nella stessa situazione. Le restrizioni imposte sono state in un certo senso ingiuste, soprattutto nella fase tra le due ondate, ma sarebbe stato difficile ottenere il contrario: ci sono troppi casi particolari e troppe categorie perché potessero essere tutti tutelati allo stesso modo. Che sia giusto o meno in situazioni così, dobbiamo farci il callo. 

Cresciamo come isole. Come diceva John Donne nella sua poesia ‘Nessun Uomo è un’Isola’, dovremmo iniziare a considerarci come un continente. Un insieme di singoli elementi che formano un’unica realtà di senso compiuto. Così come ogni elemento geografico ha in comune l’essere fatti di terra, così è necessario riscoprire nell’essere umano un comune legame, che sia esso stesso anche il solo essere viventi sulla stessa Terra. Questa emergenza ci ha trovati impreparati su molti fronti, mostrando le nostre fragilità. Sogniamo un futuro in cui il senso civico e comunitario superi l’individuo stesso, in cui l’essere singoli e unici fortifichi la nostra stessa realtà. Sogniamo un mondo in cui «la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E non chiedere per chi suona la campana: suona per te».

Tommaso Merati

© Credit immagini: link + link + link

Anno che vieni, anno che vai

Incredibilmente ci stiamo mettendo alle spalle questo 2020, un anno complicato sotto molti aspetti. 

Ci sono stati momenti bui, di lutto, di fatica, di stress: ma noi siamo Il Polo Positivo e ci piace guardare a quello che di bello e buono possiamo portarci dietro dall’anno appena concluso: dopotutto, se non lo facciamo noi.. chi lo fa?!

Ecco quindi qualche pillola di felicità che il 2020 ha regalato ai membri del nostro team:

Un nuovo amore, una nuova amicizia: ascolto l’altro con delicatezza. Un anno memorabile (mi immagino nel prossimo secolo il paragrafo sul libro di storia), a livello personale è stato un anno di traguardi: porto con me una laurea e la patente nautica. Partecipare e testimoniare la gioia del matrimonio di una persona cara. Mi sono laureata, ho cominciato a correre e a studiare una nuova lingua. Mi porto dietro tante difficoltà che sono riuscita a superare con le mie forze e le persone che mi sono state accanto; relazioni, scelte importanti e lutti hanno colorato l’anno di diverse tonalità; penso di poter concludere quest’anno dicendo che sono più forte e pronta per l’anno che verrà. Mi ha insegnato a cogliere l’attimo, rendendomi più consapevole che alcune situazioni non sono immutabili come si crede. Mi ha insegnato l’importanza della capacità di reinventarsi, di resilienza e della forza creativa: chi ha il coraggio, in questi tempi, di non fermarsi prova gioie e dolori ma ‘dir ci sono’ è un tentativo per affrontare il presente. Mi ha fatto capire quanto sia fortunata e quanto la mia vita quotidiana possa essere meravigliosa, per non parlare dell’importanza degli abbracci. Mi ha dimostrato che gli obiettivi non sono ostacoli. La gioia di aver incontrato una persona che mi ha permesso di ricredermi sulle mie aspettative lavorative. Ho scoperto molta musica facendo dei balletti riordinando la camera; mi sono informata, imparando a ‘dare fastidio’ per smuovere un po’ il quieto vivere di alcuni indifferenti; ho anche scoperto che quel vestito che una volta avevo timore di indossare in realtà mi fa sentire bene. Ho riscoperto amiche preziose e le ho sentite più vicine che mai. Ho imparato che la vita è imprevedibile, che bisogna imparare l’arte della pazienza e avere il coraggio di reinventarsi e che, ancora una volta, la meraviglia sta nelle piccole cose. Ho imparato ad accettare il mio volto stanco e struccato, a pensare che a volte va bene anche così; ho visto lo Stromboli eruttare in una sera magica di inizio settembre; mi sono laureata in casa, tornando a sentire casa come un posto in cui stare bene. Ho capito come gestire il mio tempo e soprattutto a chi dedicarlo; imparato a rafforzare i legami con le persone che voglio rimangano nella mia vita, senza cercarne per forza delle altre; imparato a lasciar andare chi per me poteva essere una presenza negativa e di poco aiuto, anche se con qualcuno è stato molto difficile; un altro ricordo è stata la mia festa a sorpresa per i miei 21 anni – può sembrare banale, ma quel  gesto mi ha fatta sentire amata e apprezzata. Essere felici con se stessi. Avermi dato l’opportunità di lavorare su me stessa e di concentrarmi sul tipo di persone che voglio attorno a me, sul fatto che è giusto non accontentarsi e che ogni tanto è giusto pensare anche a se stessi per poter essere ancora più presenti con gli altri. Aver imparato ad apprezzarmi di più. Un anno di avvenimenti importanti per la mia vita dal punto di vista personale e professionale: mi sono laureata, ho vissuto in posti diversi dove ho anche incontrato delle belle persone e ho scoperto nuovi interessi. Aver imparato a dedicare tempo a me stessa senza sensi di colpa. Aver conosciuto tante belle persone, essermi istruita riguardo temi che mi interessavano, essere entrata a far parte del Polo. Dopo questo 2020, sento di poter affrontare qualsiasi cosa. 

E per il futuro? Quali sono i nostri sogni e obiettivi per il 2021?

L’anno buono per conquistare finalmente la vetta del Monte Rosa. Girarmi la Provenza con la mia bici, spennellando poi i suoi colori su un foglio bianco. Imparare a valorizzare meglio il mio tempo. Imparare a disinteressarmi dell’opinione altrui e seguire l’istinto. Migliorare con il tedesco, dedicare parte del mio tempo a pennelli e colori, trovare un lavoro che mi appassioni e non vedo l’ora di ridere a crepapelle con gli amici. Costruire uno stile di vita più sano; pretendere meno da me stessa; godere appieno i momenti e le amicizie che contano davvero e soprattutto fare la patente. Il mio proposito per il prossimo anno è semplice ma importante per sopravvivere alle nuove avventure: credere un po’ di più in me stessa.  Imparare a suonare l’ukulele, laurearmi, trovare la forza di cercare soluzioni di fronte agli ostacoli e non aver paura di rischiare. Ritrovare interesse nell’università. Riprendere a studiare tedesco, fare la mia prima gita di sci alpinismo, farmi un viaggio i solitaria post diploma, lavorare su qualche nuovo progetto fotografico, leggere più libri, dipingere la mia stanza, fare più meditazione, e trovarmi un lavoro. Fare la dannata patente. Diventare più sicura di me e delle mie capacità senza vedere solo i miei lati negativi (e diventerò un koala umano!). Riuscire a correre una mezza maratona. Tornare a perdermi tra le aule di Palazzo nuovo; dare via i vestiti che non sento più miei; abbracciare i miei nonni; vivere alcuni momenti con più spensieratezza; imparare a suonare la chitarra per cantare attorno al fuoco; fare il cammino di Santiago. Realizzazione personale. Fare attività fisica, almeno ogni tanto… Far pace con il mio strumento, imparare a essere costante e provare più ricette vegane. Riuscire a partire per un giro lungo e sprovveduto della costa portoghese, incastrandoci un po’ di trekking e un po’ di surf; in generale spostarmi (ogni volta che sarà in mio potere) da e verso idee/luoghi nuovi. Valorizzarmi, non a livello estetico, ma esaltare ciò che so fare meglio; mettermi alla prova; darmi e concedermi sempre nuove occasioni perché, in fondo, so di meritarle e che posso trasformarle in qualcosa di produttivo che possa mostrare a me stessa quanto io valga. Continuare a crescere e continuare a coltivare ciò che è nato nel 2020. non dimenticarmi tutto il lavoro fatto su me stessa quest’anno, e soprattutto non dimenticarmi che anche i gesti più quotidiani come un caffè con un amico sono le cose più preziose della vita (poi se Dio vuole, laurearmi). Approfondire la mia conoscenza del mondo che mi circonda, sorridere, divertirmi, imparare a darmi tempo.

E voi? Cosa vi ha portato di bello il 2020? Quali sono i vostri buoni propositi per il 2021?

Condividete se volete lasciando un commento o scrivendo sui nostri canali social!

Buon anno da parte di tutto il team del Polo Positivo!

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Permette un abbraccio, chirurgo?

Emetto un languido sospiro nell’aria viziata di questa stanza asfittica. Giaccio immobile da quasi 8 ore in questo letto anonimo; le lenzuola senza nome nelle quali mi muovo soffocando la noia non sanno nemmeno il mio nome e, d’altronde, non potrebbero infischiarsene di più.

Che brutto. O meglio, che triste che lui non sappia chi sono. Che io non sia un nome passibile di qualsivoglia emozione agli occhi di tutti i chirurghi che hanno operato sul mio corpo come scultori su materia grezza. Che triste che il chirurgo che mi ha cucita e ricucita come fossi un cuscino imbottito di stoffa – insensibile, inamovibile emotivamente – non si domandi di me ora che, tornato a casa, gode della sua ritrovata routine con moglie e figli. Che triste che io invece stia qui a pensare a lui, a domandarmi se starò meglio e a doverne concludere che, se così fosse, il merito non potrà che essere di quelle mani che mi hanno rappezzata a dovere. Che triste che per lui siamo tutti oggetti, reificati, numeri su un braccialetto di plastica che ci viene appiccicato addosso e che tra qualche giorno riposerà, obliato per sempre, in qualche cassonetto per strada.

Edward Hopper’s wife, Josephine N. Hopper, served as his model for 1952’s Morning Sun.

Vorrei abbracciarlo forte, ringraziarlo, sorridergli e scoprire quali sono le sensazioni che prova nel non vedere nemmeno in faccia noi pazienti. Nel non ricordarsi di noi negli anni a venire. Mero susseguirsi di corpi stagnanti che fremono nella speranza di tornare a vivere compiutamente. Completamente. Eppure il ginocchio che ha aperto era il mio, era il mio sangue quello che spruzzava il suo camice, era il mio respiro quello che premurosamente monitorava nelle diverse fasi di rattoppaggio. Come fa lui, come può non importargli di me? Come posso solo essere materiale da lavoro?

«Che poi» – mi domando, in questo capriccioso susseguirsi di pensieri irrisolti – «come fa a non fremere d’angoscia nell’operare a mani ferme su un corpo che potrebbe irrimediabilmente degenerare in cadavere qualora la sua precisione lo tradisse?». Che paura per gente come me che a malapena si assume la responsabilità di se stessa. Le mie conclusioni? Ci vuole tanto, tantissimo coraggio, molto altruismo e una passione travolgente per decidere di sobbarcarsi il rischio di vite altrui. Ed è in questo torpore indolenzito che ritrovo la mia gratitudine inespressa per una persona che dispone del mio corpo come strumento da lavoro, ma che ai miei occhi lo salva dal suo altrimenti inevitabile decadimento. Sono come angeli i chirurghi che, nell’adempiere ai loro quotidiani doveri, si prendono a cuore le nostre ossa malmesse. 

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy Elena Martelli + link