Lavorare in una ONG in tempo di crisi: di Ucraina, solidarietà sincera e voglia di fare

Ci risiamo. L’ennesima guerra scatenata dalla megalomania di un prepotente del mondo. 15 anni di scuola dell’obbligo a ‘menarmela’ sui progressi delle democrazie liberali e di quanto si fossero ri-strutturate, a partire dal Secondo Dopoguerra, perché una cosa del genere non potesse ripetersi più. La memoria storica, la più importante eredità del nostro secolo. 

Mi ritrovo, insieme al mio team di lavoro, a improvvisare modalità di intervento in un Paese del quale so disegnare a malapena i confini geografici. Siamo una ONG e abbiamo, se non il dovere di, quantomeno l’anelito a intervenire come possiamo. Perché chi ci lavora ci crede, nelle reti di solidarietà intendo, quantomeno nel mio piccolo hummus lavorativo.

Prendi e inizi a studiarti tutto quello che puoi su questo Paese improvvisamente ‘vittima’, ‘vulnerabile come pochi’, ‘instabile più che mai’. Ma da dove parti? Quanti anni di storia ti serve fagocitare per essere legittimata a decidere da che parte stare? Studi i fatti minuziosamente, per capire come posizionarti insomma, che è sempre rischioso prendere le parti di qualcuno, che poi si avvelena il discorso polarizzandolo il dibattito e si perde il dialogo. Ma no, non serve, in fondo un’invasione è sempre un atto di condanna per chi la conduce, o sbaglio? Quindi ti riscopri con un’unica alternativa, sollevata che ti venga concesso di indagare la storia di questo Paese con più meticolosità nei mesi a venire. Però sull’aiutare, come operatori socio-umanitari dico, non c’è dubbio: dobbiamo attivarci il prima possibile

Fisso pensierosa il fumo che sale dalla tazza del caffè. Una tazza grande come la mia faccia. Spero mi dia tutto il coraggio e le energie che servono. Un altro cucchiaino di zucchero. Da quando sono nata, è la prima guerra che sento vicina. Eppure, le guerre ci sono sempre state, almeno per quanto riguarda la mia esistenza in terra. E com’è che la guerra libica mi è sempre parsa come qualcosa d’altro, qualcosa che non mi riguarda, quando le coste da cui partono milioni di persone in fuga, da anni, distano solo 250 km da Trapani (contro i 1.300km del confine ucraino). Quanto spesso abbiamo relegato quei conflitti là a qualcosa di esterno, faccende che con me non hanno niente a che fare. E di colpo tutti a raccontarci che invece questa guerra è in qualche misura anche nostra. 

E come glielo spiego adesso alla gente che dovrebbe contribuire alla causa? Che le altre cause, le altre guerre, la Siria, il Libano, la Palestina, sono forse battaglie meno importanti? Però glielo devi dire che: questa volta devono attivarsi subito, perché queste persone sono in difficoltà, fuggono da un’invasione. Come se i rifugiati in transito lungo la rotta balcanica fossero lì per farsi due passi. Una comunicazione che mobiliti i cuori e smuova le persone è una cosa difficile da mettere in pratica. Tenendo conto che non vogliamo mica passare per quelli che fanno gerarchie tra i diversi migranti.

Decidiamo di organizzare una raccolta di medicinali da destinare a un orfanotrofio ai confini dell’Ucraina e a campi profughi sulla frontiera con la Polonia. Un punto raccolta presso la nostra Associazione e il ritiro a staffetta nelle farmacie delle città di ‘medicinali sospesi’ (un po’ come il caffè a Napoli, mi hanno detto). Le persone chiamano per dire che vorrebbero contribuire ma che non vivono a Milano: diamo la possibilità di fare una donazione con la quale compriamo noi le medicine. Tutto bello. La logistica un po’ meno: un tetris di chiamate e locandine da produrre, di mail da inviare e schede contatti da creare, di trasporti da organizzare e materiale da smistare, per ringraziare poi tutti coloro che hanno contribuito. Per non dimenticare nemmeno una delle coscienze che si sono attivate nel darci una mano. 

E mentre sono lì che mi scervello pensando a come far quadrare il cerchio (raccogliere donazioni e mobilitare le persone senza raccontare loro che i migranti ucraini valgono di più, ma limitandomi a cavalcare l’onda di empatia palpabile in tutta la città), osservo la mia collega impilare roba, imballare e chiudere scatole. «Di questo cosa ne faccio?» – mi chiede, mostrandomi un laccio emostatico volante, senza custodia e mozzato da un lato. «Non vorrei sembrarti approssimativa, ma secondo me lo puoi buttare… Ma poi chi diavolo…!? Va beh, scusa, niente». Ode alla bontà d’animo di chi ci ha provato, sicuramente avrà portato anche altro (spero). Penso alle mani che apriranno quelle scatole, ai bambini diabetici che ne beneficeranno, alle infermiere che distribuiranno in giro per i reparti di un orfanotrofio a 1.500 km da casa mia i medicinali raccolti in giro per Milano, alle persone in transito sul confine polacco che potranno essere dispensate con qualche farmaco per alleviare i mali sorti nel cammino in direzione di una vita nuova. 

E allora lo sento. Sento il mio respiro calare calmo, l’affievolirsi della fatica e il riconoscimento per il lavoro fatto, da me, dalle mie colleghe. Sento il sollievo per l’aver trovato il modo di mettere il mio a servizio degli altri, in questa tragedia, in questo universo di contraddizioni e prepotenti che violano i confini altrui senza chiedere il permesso di chi vive dall’altra parte e che vuole continuare a viverci sentendosi a casa sua, senza interferenze esterne. Sento il pacificarsi di quel pensiero martellante del non star facendo abbastanza. Non potrò mai fare abbastanza con le mie sole forze, me ne rendo conto, non mi è dato di avere questo potere. Insieme faremo il possibile. Perché non si può che andare nella giusta direzione quando si lavora nella e per la solidarietà.

Gaia Bugamelli

Ps: un grazie grande grande va all’operatrice capo imballaggi Marta Cometti

© Credit immagini: Courtesy Gaia Bugamelli

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