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Blooming in the desert: ricostruzione in chiave femminista a Raqqa

Benedetta Argentieri, regista e giornalista freelance, è da tempo che indaga, con la sua macchina da presa, la realtà dei conflitti in Medio Oriente. E il suo ultimo lavoro, Blooming in the Desert, è l’epilogo felice di quella fetta siriana di I Am The Revolution, documentario nel quale ci veniva raccontata l’esperienza di tre donne nel battersi per la libertà e la parità di genere in Siria, Iraq e Afghanistan. Quello su cui si focalizza qui è la ricostruzione di Raqqa ( ٱلرَّقَّة‎), dopo la cacciata dell’ISIS nel 2017. Un progetto di cui sono autrici le donne e che si accompagna a una forte rivendicazione dei loro diritti e del ruolo che hanno avuto nella lotta per la liberazione della città. 

Oltre a essere stato interamente autoprodotto, per «poter lavorare in una maniera il più indipendente possibile e dettare noi i tempi», si tratta di un film realizzato da un team tutto al femminile: «il fatto che a girare fossimo tre donne crea una libertà rispetto a come loro si mostrano, a come riusciamo a chiacchierare, c’è una sinergia maggiore» racconta Argentieri.

La pellicola nasce dall’esigenza di problematizzare la rappresentazione generalizzata delle donne siriane e dalla responsabilità giornalistica «nel raccontare i fatti nella miglior maniera possibile, esaustiva, chiara, diretta». La subordinazione delle donne in Medio Oriente non si esaurisce nella discriminazione a livello socio-culturale, ma è esasperata dalla limitatezza nel rappresentare queste donne in chiave vittimistica (l’impotenza delle donne col burqa) o militarizzata (col kalashnikov). Nel tentativo di depotenziare questi stereotipi il documentario si pone l’obiettivo di «provare a cambiare la narrazione, per cercare di capire che il mondo è molto più complesso di quello che ci viene presentato» racconta la regista. Si tratta di donne che «abbiamo sempre visto rappresentate con i kalashnikov in mano quando poi invece c’è tutta una fetta di rivoluzione, c’è tutta la parte della società civile che è dentro a questa evoluzione della società». 

Questo lavoro vuole anche essere testimonianza di un giornalismo che sappia prendersi i suoi tempi, che pur non trascurando l’urgenza di riportare certi accadimenti, non sottometta l’analisi dei fenomeni alle richieste di immediatezza. A tal proposito, «ho trovato nel fare film una possibilità di raccontare in maniera molto più approfondita quello che stava avvenendo perché tante volte, soprattutto in Italia, gli articoli di giornale sono molto molto brevi […] e non riesci mai veramente ad andare in profondità delle cose» dice la regista. Ed è così che il racconto per mezzo di voci altrui si fa veicolo di una rappresentazione fedele delle cose, dedita all’ascolto delle strategie di ricostruzione di una realtà lontana da noi.

Un giornalismo professionale non si limita però all’uso delle immagini e delle parole delle donne intervistate nel raccontare la loro esperienza, ma implica anche un interesse costante per i territori coperti. Ed è dalla consapevolezza di quanto sia «responsabilità dei giornalisti, dei film-maker […] anche andare a vedere che cosa succede dopo» che nasce la volontà di tornare a parlare di quella stessa Siria di I Am The Revolution, ora che la città è stata liberata e sta prendendo forma un coraggioso tentativo di ricostruzione.A Raqqa «c’è un cambiamento in atto, che ha buone possibilità di verificarsi» se queste donne, che hanno tutti gli strumenti in regola per rifondare una società diversa, avessero il sostegno di una comunità internazionale che non rispondesse con indifferenza agli attacchi che l’amministrazione autonoma della Siria del Nord Est subisce da parte di altri attori politici come la Turchia. Nel frattempo, la regia magistrale di Benedetta Argentieri ci consegna Blooming in the Desert, un documentario su come «dopo così tanta distruzione, così tanta violenza e guerra, da tutte queste rovine possa nascere un fiore, un fiore bellissimo».

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Blooming in the Desert

Il Vietnam a piedi nudi

Cammina lenta. Spossata dalla mattinata. Accelera nello schivare un triciclo carico di frutta: un uomo che le urla di spostarsi a spingerlo. Attraversa il parco e poi giù, dritti verso il centro città. E pensare che arrivando dall’aeroporto qualche settimana prima si era persa. Sono sottilissimi grovigli le vie che vanno accavallandosi l’una all’altra in una delle città più popolose del Paese: Hà Nội, la capitale del Vietnam. Densa, densissima di gente, le carte in regola ce le ha tutte per essere assimilata, nell’immaginario collettivo, alle altri metropoli asiatiche: caotiche, puzzolenti, trafficate e rumorose. Se non fosse che Hà Nội non sia niente di tutto ciò; non è caotica, non è vero, e anzi ben discerne zone residenziali, attrazioni turistiche, e piccole isole di pace distanti dai rumori metropolitani. Non è puzzolente, ma pervasa dal costante odore di qualcosa. Mangiare in strada, accucciati su una di quelle piccolissime seggioline di plastica rigorosamente in semi-squat, è assai più frequente che non tornare a casa dal lavoro e cucinarsi qualcosa. Intere famiglie, studenti e studentesse, uomini di mezza età in compagnia degli amici di sempre, donne e anziane che chiacchierano amorevolmente tra un boccone e l’altro, tutti mangiano per e nella strada. Letteralmente. Che non ci si aspetti di essere accomodati con tanto di tovagliolo di stoffa e tre posate su una sedia con il cuscino e le gambe riposte sotto il tavolo. Ma figurarsi, che laboriose complicazioni perditempo da occidentali snob, ad Hà Nội si mangia sulla strada, o al massimo sul marciapiede, coi motorini che ti passano a un centimetro da dove stai seduto e il cane che, se passando gli scappa, te la fa sulla caviglia. Un cestello di posate e tovaglioli (a volte neanche quelli), quattro salse (la soia equivale al nostro parmigiano), e il piatto che lo poggi su un tavolo plasticoso così basso che ricorda quello dell’asilo (nido). 

Non è nemmeno una città rumorosa. È uno zibaldone di persone che corrono al lavoro, che il mestiere se lo inventano improvvisandosi barbieri sul marciapiede dissestato di una strada del centro (che devi scendere per un pezzo in strada nel tentativo di circumnavigare quell’accampamento tirato su alla meno peggio, perché ormai quel pezzo di asfalto se lo sono auto-appaltati), che bivaccano con amici seduti al bar (solo che ci sono duecento bar sulla stessa strada quindi, per forza di cose, è un sovrapporsi di voci sconnesse tutt’intorno). Per quanto riguarda il traffico.. .non mi viene in mente come uscirne perché non ce n’è modo: è uno stillicidio vero, un circolare ininterrotto di motorini a clacson spiegato, quasi che quello davanti stesse fermo perché rincoglionitosi al semaforo e non perché impedito nei movimenti da 200.000 motocicli tutti ammassati che lo precedono, anche loro strimpellanti a più non posso. Io non so davvero immaginarmelo adesso come sia laggiù col Covid. 

Ma, pur constatando come le autovetture non vadano di moda, sono lente ragazza e qui di tempo da perdere non ne si ha, è un’esperienza che fortifica quella di rimanere piantati sul ciglio della strada per una decina di minuti abbondanti nel disperato tentativo di attraversare evitando di farsi investire. Per la gente di lì? Come bere un bicchier d’acqua, don’t worry you won’t die: i pedoni si gettano letteralmente in pasto alla fiumana di motociclette assordanti (senza scomponimento, senza urli ineficcaci nè braccia gettate al vento nel disegnare gesti convulsi che attirino l’attenzione dei conducenti e ti evitino di morire spiaccicata sull’asfalto); buttano un occhio a destra, uno a sinistra, e senza affrettarsi nemmeno troppo (i motociclisti non si fermano ma semmai ti schivano piegandosi a destra o a sinistra che manco in MotoGP) si ritrovano dopo poco sul marciapiede di approdo. 

Ma in questa Hà Nội ci si muove volentieri a piedi dopo una mattinata intera passata al parco circondata da bambini urlanti, del tutto riluttanti a imparare l’inglese, quanto piuttosto interessati a buttarsi l’acqua addosso. Pace, è giugno in fondo. E le mamme mica si scompongono come qui da noi. Non male in fondo, quantomeno quel volontariato le sta pagando la possibilità di piantare le radici dall’altra parte del mondo per qualche mese. Gambe in spalla allora, che chissà dove ci porterà la strada oggi. 

Le piace così, camminare disinvolta in direzione del centro, ma perdendosi nei viottoli collaterali alle arterie principali sommerse dal traffico che non si spegne mai. Gira a destra in una viuzza stretta, fa due o tre curve, arriva in fondo ed è strada chiusa. Torna indietro, ne tenta un’altra, questa volta con successo: sbuca su un corso un po’ più popolato, ma tranquillo. Due o tre motorini al minuto, tutta un’altra musica rispetto a dove si trovava poco fa. C’è pure il sole, che bella questa quiete, non silenziosa, ma piena di rumori a lei sconosciuti. C’è un carretto e due o tre vietnamiti che aspettano pacatamente il loro turno fumandosi una sigaretta. Avrebbe proprio voglia di qualcosa, qualcosina per ingranare il pomeriggio e tirar sera.

Ritornando alla questione degli odori: com’è possibile che qualche bar, sì sì va bene in strada, ma com’è possibile che una brioche o un paninetto da sbocconcellare facciano tanto odore? Si mangiassero Gocciole e croissant alla crema certo la questione sarebbe diversa, ma ad Hà Nội mai che le sia capitato niente del genere: si apre a colazione con una bella ciotola di Phở bò (brodo di noodles e carne), e si chiude alla sera con una scodella di Bún chả (noodles, maiale alla griglia e verdure), lumache, involtini primavera, spiedini di carne, di pesce o di fritti misti, stufati di verdure rice on the side. Cafferino al pomeriggio? Rigorosamente Cà Phê Trứng (caffè all’uovo). Ecco spiegato quell’amalgamarsi di odori che permeano la città da mattina a sera, di notte pure, ininterrottamente. 

Il carretto fa i Bánh mì (pseudo-baguette farcite con fegato di pollo e carne di maiale) e lei si mette in coda per ordinarne uno. C’è il prezzo appiccicato sul vetro della vettura, meno male, non s’ha da contrattare evviva! 

Riprende il cammino affondando i denti nella sua conquista. Tutt’intorno la gente vive la sua giornata, ignara della sua meraviglia nell’osservare curiosa ogni particolare a lei non familiare, ogni movimento inconsueto, tutto ciò che la circonda e che non ha mai visto prima d’ora. Qualcuno si gira, le butta un occhio, ma niente di più, siamo ad Hà Nội d’altronde, e i turisti non mancano. Tuttavia, è inutile cercare di passare inosservati: nonostante la t-shirt anonima, i pantaloni di stoffa gialla bucati, i sandali consumati, lo zainetto ciondolante da una spalla, e le goccioline di sudore che ti appiccicano alla faccia i capelli sfuggiti alla coda di cavallo, rimani bianca. Bianca e, con poco margine di errore, occidentale. Fa niente, fingi di passeggiare disinvolta come vivessi lì da sempre. E non sorridere come una deficiente

Ci sono colori ovunque, fili della corrente penzolanti dagli edifici e, dalla strada, si vede in casa di chi ramazza con la scopa, fa i compiti o guarda la tv. Si sta bene, così bene che quasi non ti accorgi di essere bagnato fradicio di sudore per l’afa soffocante. Prende una viuzza seguendo una donna che si trascina un sacchetto evidentemente più pesante di lei. Meraviglia fulminante. Le si para davanti uno specchio d’acqua, un lago il cui perimetro è disseminato di bar e seggioline appostate all’ombra degli alberi adiacenti. Non che il lago di per sé sia una novità, ne aveva già visto uno, piuttosto grande, nel centro della città, una meta turistica piuttosto ambita. Ma che schifo i turisti. Quale piacere si può trovare nel trotterellare in giro limitandosi a bazzicare i luoghi in evidenza sulle mappe (quelli col bollino rosso enorme che non sfuggirebbe nemmeno all’ultimo degli imbecilli) quando si è dall’altra parte del mondo, dove tendenzialmente qualsiasi via ci riserverà una dissociazione culturale? Bah, meglio per lei, che si accalchino pure tutti nel centro della città per poi fiondarsi a cena nel primo ristorante di TripAdvisor, più luoghi non battuti a sua esclusiva disposizione. Più terreni popolati di gente del posto che nessuno ha l’intraprendenza di esplorare. 

Percorre tutto il perimetro del lago passo passo, godendosi la vista di questo spazio pubblico che tanto le ricorda i giardini di quei castelli fatati nei cartoni che guardava da piccola. La pace dei sensi. Vorrebbe fermarsi, sedersi su una di quelle seggioline, ordinare un caffè, sfoderare il suo romanzo e andare avanti a leggere cullata da quell’armonia per il resto del pomeriggio, ma così facendo perderebbe tempo, deve arrivare in centro, vuole vedere un altro pezzo di città. Ogni giorno che passa è un giorno in meno che ha da vivere in quel luogo, e in men che non si dica sarà ora di tornare a casa. 

Si perde ancora un’ora zompettando in giro, poi la gamba le fa male e vorrebbe fermarsi a bere una cosa. Maledetta sciatica. Pare abbia un’ernia (chissà come cavolo le è uscita poi) che a volte pulsa forte e non riesce a dormire. Si è comprata una fascia che le tiene stretta la coscia, e così riesce a camminare anche per 4 o 5 ore attutendo il dolore. Rimanere chiusi in casa? Ma quante volte ci si torna dall’altra parte del mondo, stile vagabondi, backpacking? Non se ne parla nemmeno. Gambe in spalla e si continua: alla ricerca di un bar. 

Passa un edificio grande, pomposo, con gli stemmi e le bandiere vietnamite che sventolano. Ufficio amministrativo del Partito Comunista. Le fa strano vederselo lì davanti così, alla luce del sole, uno degli organi funzionanti di quel governo di cui tanto ha letto nei mesi prima di partire, di cui tanto si racconta, delle censure in atto, delle limitate libertà dei cittadini, delle presunte violazioni dei diritti umani. Eppure lui se ne sta lì: un bell’edificio in cemento chiaro, emblema di uno Stato che respira. E che ogni giorno produce. Avvista un mini-market dall’altro lato della strada, attraversa e si fionda a comprare una Coca Cola fredda ghiacciata; poi si siede sul bordo della strada e la sorseggia piano piano. Rigenerandosi. 

Sta ancora immaginandosi gli interni di quel palazzo maestoso, che si imbatte in un via vai di persone, dal marciapiede ad un cortile interno. Cosa andranno mai facendo? Si avvicina cauta, quasi sospettosa, varca la soglia del cancello che dà sulla strada e si ritrova a camminare sul perimetro di lanterne e fiori che circonda un edificio quadrangolare. Dai colori chiari. Oltre alla lanterne e a bandierine penzolanti, qualche ornamento dorato. Sale gli scalini che conducono alla porta principale e, approssimato l’ingresso, si ferma esitante davanti a una stuoia di scarpe, non allineate, bensì buttate a casaccio, tante cuccette per piedi stravaccate sul tappeto rosso sotto il terrazzo porticato che cinge l’edificio. Butta un occhio dentro: un silenzio carico di pensieri. A destra un altarino sul quale sono esposte, tutte ben allineate come alla recita di fine anno, le offerte più disparate (che siano offerte lo si intuisce dalla devozione con cui la gente vi si prostra): frutta, fiori, dolciumi, e i più disparati tipi di merendine (tante confezioni di Kinder Delice che assolvono in silenzio alla loro sacra funzione decorativa). 

Solo allora nella sua mente fa tana l’altarino piazzato all’ingresso della casa della famiglia vietnamita che la ospita. Che buffi i tempi buddhisti, quanta serietà per dei pacchi di biscotti. Non fa in tempo a formulare questo pensiero che viene pervasa dall’atmosfera che domina nel tempio: un silenzio di piombo nonostante la folla di persone che abitano quello stretto spazio, tutti rigorosamente in ginocchio a fare su e giù di fronte alla statua dorata di un Buddha dallo sguardo acquiescente alto 3 metri piazzato in fondo alla sala. Panciuto, fa un cenno con la mano ai fedeli nell’atto di assolverli da chissà cosa. È a tal punto conquistata da ciò che non ha mai visto prima (come diavolo ci era finita in quell’angolo di paradiso trapiantato nel centro di una delle più popolose metropoli sulla terra?), dal contatto con quelle persone che nemmeno paiono accorgersi di lei tanto sono immerse nei loro pensieri, che non può fare a meno di assecondare la sua voglia di sedersi anche lei sulla ginocchia. È piacevole il contatto delle sue gambe esauste col tappeto rugoso. Chiude gli occhi e osserva.

Nemmeno il tempo di riorganizzare nella sua mente ciò che è appena successo, di registrare a pieno titolo l’evento del quale è stata testimone, che si ritrova catapultata nella fiumana di motorini che schizzano in direzione del centro città. Ci siamo quasi, riconosce lo stile familiare dei palazzi coloniali francesi (una petit Paris in Asia), e accelera perché ormai la luce è calata e tra non molto sarà ora di tornare a casa. Cammina lungo il fiume, butta un occhio a due o tre bancarelle, ci sarebbe quella sciarpa molto carina che però lì costa troppo, che turistata, e che privilegio vivere con gente del posto, ti accorgi subito dei prezzi fuori misura che i commercianti esibiscono nel centro di Hà Nội. Dieci metri dopo, non può fare a meno di sorridere di fronte alla scena di un signore (mezza età, pelle bianca e naso scottato dal sole, panciotta da birra, braghe corte e cappellino rigorosamente di paglia), un turista senz’altro, che sfodera alla moglie un sorriso compiaciuto per essere riuscito a ribassare il prezzo di una tazza, ignaro di aver pagato comunque uno sproposito in relazione al valore dell’oggetto (prodotto davvero in Vietnam?). 

Pensava si sarebbe pentita di aver fatto tardi a raggiungere il cuore della città, e invece in fondo non le dispiace, lo conosce a memoria ormai, e poi così ha avuto modo di immergersi per bene in quelle parti che ancora non aveva avuto occasione di esplorare. E ha scoperto come pregano i buddisti lì. 

Svolta all’altezza della pagoda sul lago, alla ricerca di un angolo tranquillo dove tirar fuori il cellulare per studiarsi la strada del ritorno a casa, e non può fare a meno di alzare lo sguardo, accecata dalle luci del palazzo che le si erge di fronte. Un centro commerciale. Un’enorme catena distributiva di merce prodotta altrove e rivenduta lì, ad Hà Nội, nelle stesse modalità di qualsiasi altra metropoli del mondo. Osserva le colonne bianche di quell’edificio tirato a lucido, e si avvicina: ha voglia di vedere com’è fatto dentro. 

Varca la soglia e si rende conto che lì, in quel momento, potrebbe anche trovarsi nel centro di Parigi, di Roma, di Londra o di New York, che niente sarebbe diverso. Se non per i supermercati che vendono noodles pronti da cuocere anziché pasta Barilla. I pavimenti laccati, le insegne luminose, i cartelloni pubblicitari, i loghi dei negozi, gli abiti dei commessi e delle commesse, tutto le ricorda casa. E non l’assale la malinconia però, al contrario, stride enormemente con tutto quanto ha visto in quella giornata e non solo quello spettacolo di luci e persone. Si era quasi dimenticata ormai che forma avessero quelle cose conosciute, tanto si stava abituando a essere sorpresa di continuo da cose che non conosceva o non aveva mai visto prima. Sente come un abbraccio in quel posto, un qualcosa di impalpabile che le ricorda che quello è il suo universo di appartenenza. Fa piacere, ma per poco. È un abbraccio freddo, non ne ha voglia adesso, ha ancora tanto da vedere, da fare, da imparare. È ora di uscire di lì, le sta stretto quel posto.

Usa il bagno della toilette laccata all’ultimo piano però, quello non glielo leva nessuno, si guarda allo specchio (si era quasi disabituata alla cosa), e ridiscende le scale in direzione dell’uscita. Sorride al portiere che le tiene aperta la porta, anche se forse così puzzolente si sarebbe sentita più a suo agio ad aprirsela da sola, e in un attimo è di nuovo fuori. Ad Hà Nội. Da sola. 
Compra un gelato Algida, un Cornetto, al supermarket del centro, giusto perché la diverte l’idea di protrarre ancora un pochino quella dissociazione che ormai sente sua: camminare nel centro della capitale del Vietnam con un gelato Algida. Si piazza le cuffie, Radiohead, e pian piano si incammina nella direzione di casa, della casa dove è ospite ora. Solo una cosa nota sulla via del ritorno, solo un pensiero le resta appiccicato in testa per tutto il tragitto: Hà Nội è una città che non si spegne mai, nemmeno di notte.

TO BE CONTINUED

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy Gaia Bugamelli

Brigata Basaglia: democratizzare la salute mentale in e per la comunità

Precarietà lavorativa, economica e abitativa. Questioni esacerbate da mesi di semi-reclusione in molte regioni d’Italia. E nonostante l’apparente illusione di aver depotenziato la macchina del produttivismo frenetico e del consumismo verace, i ricavi di Amazon nel terzo trimestre del 2020 sono cresciuti del 197%. La richiesta di continuare a essere produttiv* si è concretizzata nello smart working, una virtualizzazione del mondo del lavoro che in molti casi si è limitata a confinare stress e frustrazione entro le mure domestiche.

In tempo di pandemia, nel tentativo di «affrontare la depressione in un senso olistico e integrale […] è impossibile districare il problema mentale da quello sociale e politico». A parlare è Gianpaolo, membro della Brigata Basaglia, una progetto venuto alla luce durante i primi mesi del lockdown italiano e volto a sopperire alla mancanza di una rete di accoglienza per problemi di salute mentale. A fronte della drastica riduzione delle forze di molti Centri Psicosociali (CPS), «ci si è resi conto che per far fronte all’emergenza non si doveva solo portare pacchi alimentari e distribuire mascherine: c’era anche un sacco di disagio psicosociale». E così la Brigata ha creato un numero telefonico di supporto psicologico.

Ruoli e responsabilità dei membri variano a seconda dell’esperienza. A ogni persona che chiama viene assegnato un codice da verde a rosso a seconda della gravità della situazione. Il compito di Gianpaolo, parte del gruppo clinico, è quello di seguire le persone per un totale di 4 sedute gratuite: poi ciascun* può decidere se intraprendere un percorso di psicoterapia indipendente.

Brigata Basaglia, nata dall’eredità di esperienze esistenti, tra cui il progetto Spampanato, si propone «di portare la salute mentale nella comunità, al di fuori delle dinamiche sia economiche che escludono moltissime persone, sia istituzionali che invece stigmatizzano questo tema». Oltre a denunciare un sistema sanitario discriminatorio nei confronti di chi non dispone di risorse economiche sufficienti o non ha i documenti in regola, si espongono i rischi di un approccio totalmente medicalizzante, e della stigmatizzazione che spesso ne consegue, per chi soffre di disturbi psicosociali. «Crediamo che oltre a un discorso clinico volto a indagare le cause della propria depressione, sia importante prestare attenzione al contesto sociale che porta le persone a restare senza lavoro, a ritrovarsi con un partner abusivo, a essere sotto sgombero».

Tra i motivi che spingono le persone a rivolgersi a Brigata Basaglia ci sono, oltre alle ristrettezze economiche, anche il riconoscimento di un approccio informale e di una visione non conservatrice. Nel tentativo di debilitare i meccanismi di appropriazione della salute mentale da parte di organismi professionali come ospedali, accademie, e studi privati, Brigata Basaglia opera per traslocare la questione della salute mentale nella comunità. E, insieme al progetto di assistenza telefonica, sembra stia prendendo forma anche un percorso di educazione, sensibilizzazione e formazione rivolto ad altre realtà sociali.

Gaia Bugamelli

Credit immagini: link

Brigata Brighella: creare comunità ripensando il modo di fare teatro nell’era del Covid-19

Gioia. Colori. Creare spazi di appropriazione collettiva, restituendo la voglia di socialità a chi è stato a lungo chiuso in casa. La Brigata Brighella, nata durante il lockdown in ausilio agli interventi delle brigate volontarie coordinate da Emergency, deve il suo nome all’insolente maschera dell’arte lombarda Brighelà. Un progetto nato «dalla necessità di tornare a fare teatro dal vivo» esordisce Luigi, 24 anni, una delle simpatiche salopette blu che da qualche mese a questa parte distribuisce ‘fiabe d’emergenza’ nei cortili delle case popolari a Milano. Unendosi ai giovani volontari che recapitavano beni di prima necessità alle persone in difficoltà, «noi siamo intervenuti portando un po’ di magia, un po’ di allegria, rendendo più gioiose queste distribuzioni alimentari» racconta.

Grafica di Nicholas Turba

L’iniziativa è nata per assecondare il bisogno di un gruppo di attori di tornare a performare dal vivo, dopo settimane di reclusione a causa del Covid-19. Il suo stesso format, un susseguirsi di monologhi – per permettere agli attori di recitare senza mascherina – per un totale di una quarantina di minuti, è nato per far fronte agli ostacoli imposti dalla pandemia. «La Brighella inizialmente è stata pensata per mantenere il distanziamento, con la gente che si affacciava dalle finestre e guardava giù in cortile, perchè era chiusa in casa. Poi, quando il lockdown è finito, la gente ha iniziato a scendere e si sedeva in cortile».

«Siamo partiti prendendo ispirazione dalle fiabe italiane raccolte da Calvino e abbiamo riscritto delle nuove fiabe», che ogni attore ha reinterpretato assecondando la propria sensibilità artistica. Si è trattato di ricontestualizzare un patrimonio arcano della tradizione italiana, adattandolo all’universo contemporaneo. Destituendo queste narrazioni di prìncipi e regine, la Brigata Brighella ha riportato in vita questi personaggi dotandoli di contorni più familiari. Ecco che, allora, «nelle nostre fiabe non ci sono principesse e regine, ma bariste, commesse, cassiere; e i regni sono diventati città».

«È interessante notare come l’evoluzione della storia teatrale sia sempre avvenuta in risposta a imposizioni, decreti, per superare ostacoli che si incontravano», commenta Luigi dall’altro lato della webcam. Come i mimi, nati in un regime monarchico che, nel tentativo di boicottare la satira, aveva vietato agli attori di parlare, così oggi questo gruppo di giovani attori rivisita la performance teatrale e il suo format, nel tentativo di renderlo compatibile con le attuali restrizioni imposte alle arti dello spettacolo.

Nell’abbandonare la sua forma convenzionale di rappresentazione dal vivo, il teatro della Brigata non si è però discostato dalla tradizione per quanto riguarda il riconfermarsi della sua funzione sociale. «Creare comunità all’interno delle case popolari», questo l’obiettivo di Brigata Brighella. 

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy Nicholas Turba, Luca Rigon, Anna Minor + link

Permette un abbraccio, chirurgo?

Emetto un languido sospiro nell’aria viziata di questa stanza asfittica. Giaccio immobile da quasi 8 ore in questo letto anonimo; le lenzuola senza nome nelle quali mi muovo soffocando la noia non sanno nemmeno il mio nome e, d’altronde, non potrebbero infischiarsene di più.

Che brutto. O meglio, che triste che lui non sappia chi sono. Che io non sia un nome passibile di qualsivoglia emozione agli occhi di tutti i chirurghi che hanno operato sul mio corpo come scultori su materia grezza. Che triste che il chirurgo che mi ha cucita e ricucita come fossi un cuscino imbottito di stoffa – insensibile, inamovibile emotivamente – non si domandi di me ora che, tornato a casa, gode della sua ritrovata routine con moglie e figli. Che triste che io invece stia qui a pensare a lui, a domandarmi se starò meglio e a doverne concludere che, se così fosse, il merito non potrà che essere di quelle mani che mi hanno rappezzata a dovere. Che triste che per lui siamo tutti oggetti, reificati, numeri su un braccialetto di plastica che ci viene appiccicato addosso e che tra qualche giorno riposerà, obliato per sempre, in qualche cassonetto per strada.

Edward Hopper’s wife, Josephine N. Hopper, served as his model for 1952’s Morning Sun.

Vorrei abbracciarlo forte, ringraziarlo, sorridergli e scoprire quali sono le sensazioni che prova nel non vedere nemmeno in faccia noi pazienti. Nel non ricordarsi di noi negli anni a venire. Mero susseguirsi di corpi stagnanti che fremono nella speranza di tornare a vivere compiutamente. Completamente. Eppure il ginocchio che ha aperto era il mio, era il mio sangue quello che spruzzava il suo camice, era il mio respiro quello che premurosamente monitorava nelle diverse fasi di rattoppaggio. Come fa lui, come può non importargli di me? Come posso solo essere materiale da lavoro?

«Che poi» – mi domando, in questo capriccioso susseguirsi di pensieri irrisolti – «come fa a non fremere d’angoscia nell’operare a mani ferme su un corpo che potrebbe irrimediabilmente degenerare in cadavere qualora la sua precisione lo tradisse?». Che paura per gente come me che a malapena si assume la responsabilità di se stessa. Le mie conclusioni? Ci vuole tanto, tantissimo coraggio, molto altruismo e una passione travolgente per decidere di sobbarcarsi il rischio di vite altrui. Ed è in questo torpore indolenzito che ritrovo la mia gratitudine inespressa per una persona che dispone del mio corpo come strumento da lavoro, ma che ai miei occhi lo salva dal suo altrimenti inevitabile decadimento. Sono come angeli i chirurghi che, nell’adempiere ai loro quotidiani doveri, si prendono a cuore le nostre ossa malmesse. 

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy Elena Martelli + link