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A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

Arundhathi Subramaniam

© Credit immagini: link

La tabaccaia di Federico Fellini nel quartiere dormitorio

«Un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tovagliolo, è venuta fuori la parola ‘Amarcord’. Amarcord: una paroletta bizzarra, un carillon, una capriola fonetica, la marca di un aperitivo, anche, perché no? Una parola che nella sua stravaganza potesse diventare la sintesi di un modo di sentire e di pensare contraddittorio. Mi sembrava che il film che volevo fare rappresentasse proprio questo: la necessità di una separazione da qualcosa che ti è appartenuta, che ti ha condizionato, dove tutto si confonde emozionalmente, un passato che non deve avvelenarci, e che perciò è necessario liberare da ombre, grovigli, un passato da assimilare per vivere più consapevoli il presente

Così Federico Fellini racconta la nascita del titolo del suo film Amarcord, uscito nel 1973 e ambientato negli anni Trenta, quando il fascismo aveva ormai raggiunto tutta Italia. Fellini, assieme al poeta Tonino Guerra, rappresenta scene di vita quotidiana della periferia di Rimini, rappresentazione di una qualsiasi provincia italiana negli anni del fascismo. Ma il film non descrive solamente un quadro storico del periodo. Fellini ha in mente altro: «La provincia di Amarcord è quella dove tutti siamo riconoscibili, nell’ignoranza che ci confonde. Quello che mi interessa è la maniera, psicologica ed emotiva, di essere fascisti: una sorta di arresto alla fase dell’adolescenza. È forse per questo che quando la crescita si risolve in un’evoluzione delusa, il fascismo può perfino sembrare un’alternativa alla delusione, una specie di sgangherata riscossa». Fellini vedeva nelle premesse – e nelle promesse – del fascismo la mancanza di voler approfondire il proprio rapporto con la vita, per comodità, pregiudizio e presunzione. Veniva facile affermare le proprie convinzioni con la mania di grandezza e la riluttanza verso l’informazione, evitando invece di scavare nel profondo, anche attraverso la cultura.

La chiusura della mentalità provinciale e il senso di isolamento tipica della vita nei piccoli centri si ritrova anche nella realtà in cui siamo costretti a vivere in questo periodo, lontani da teatri, ambienti universitari, cinema, spazi in cui è impossibile il confronto, fino a rinchiuderci nelle nostre convinzioni nutrite solamente da input raccolti dietro a uno schermo. 

Sotto il sole cocente di agosto 2020, per le strade di una città di provincia, c’è stato qualcuno che ha portato le riprese e gli attori fuori dalle mura del cinema, facendo tesoro delle parole di Fellini stesso. A Settimo Torinese, a pochi chilometri da Torino, un gruppo di giovani ha dato vita a un cortometraggio tra le vie del Villaggio Fiat, quartiere costruito negli Anni Sessanta e Settanta per gli operai torinesi. Fabio Fontana, classe ’99, è riuscito a proporre il cinema di Federico Fellini anche nella periferia, coinvolgendo alcuni suoi amici del quartiere. È nato così il cortometraggio La tabaccaia di Federico Fellini nel quartiere dormitorio, vincitore dell’International Tour Film Festival 2020 – Cento volte Fellini, in occasione del centenario della nascita del regista. Gli amici di Fontana si sono prestati al cinema. Niente di così strano, se si pensa che il Maestro scelse proprio una non-attrice per il personaggio della Tabaccaia.

Perché la scelta del personaggio della Tabaccaia? «Un maglioncino, una gonna abbastanza lunga, scarpe Anni Trenta e un fazzoletto in testa, ed era fatta. Serviva sicuramente una donna dalle curve generose, e Giada [Giada Pappalardo, la Tabaccaia ndr] ha accettato la mia proposta. Il 7 agosto girava per le vie con il golfino di lana e il trucco perfetto».

Il lavoro si è rivelato una fusione tra elementi del passato e di oggi, in un immaginario ponte tra le periferie dell’epoca e le nostre periferie. «Non avendo la possibilità di avere microfoni e strumenti tecnici adatti, io e Mala [Alessandro Malabaila, direttore della fotografia e operatore di macchina, ndr] abbiamo pensato che gli oggetti in scena servissero per descrivere l’ambientazione. Nonostante il bianco e nero, non avevamo la presunzione di ricostruire un’Italia degli anni Trenta, l’obiettivo era quello di ridipingere la realtà di oggi in chiave felliniana, da amanti del cinema».

Fabio e alcuni suoi amici hanno anche dato il via a CineFiat, il cineforum della città in cui propongono alcuni titoli che hanno fatto la storia del cinema. «I ragazzi di periferia spesso non sono neanche incentivati a spendere dei soldi per andare al cinema. In futuro bisogna costruire punti di incontro in cui ci sia l’occasione per vedere e discutere di film, creando luoghi di riferimento sul territorio». 
Come uno dei protagonisti del corto insegue curioso e desideroso la Tabaccaia, così anche i ragazzi del quartiere inseguono un sogno, un ideale forte, che li porta ad agire sul territorio nel concreto per avvicinare più persone possibili alla settima arte e, al medesimo tempo, a una crescita che non lascia delusi.

Marta Schiavone

© Credit immagini: Courtesy Fabio Fontana + link + link

Cibo per l’anima a domicilio durante il lockdown

In questi mesi colpiti dalla pandemia abbiamo visto diverse iniziative ideate da giovani allo scopo di mantenere vive l’arte, la cultura e la creatività. In questo contesto si colloca il progetto Poesie a domicilio.

Il cibo e i pacchi acquistati online non sono l’unica cosa che può essere recapitata a domicilio. In questa alternanza di giorni di chiusura totale a giorni di semi apertura, i lavoratori dello spettacolo e in generale coloro che vivevano di performance dal vivo si ritrovano in difficoltà. Allora perché non provare a portare nelle case delle persone questo bene prezioso che essi hanno da offrire? Ci hanno pensato quelli di Poesie a domicilio, un progetto organizzato da giovani di Ravenna che vogliono continuare a diffondere l’arte e la cultura rispettando le norme di sicurezza imposte per la pandemia. 

L’iniziativa nasce a Ravenna a dicembre 2020. L’associazione teatrale Spazio A, con il sostegno dell’associazione culturale Galla e Teo e il patrocinio del Comune di Ravenna, ha organizzato un vero e proprio sistema di divulgazione di poesie e performance teatrali a domicilio. Sono un gruppo di ragazzi dai 18 ai 30 anni che si sono posti un problema: ora che cinema, teatri, musei e locali con musica dal vivo sono chiusi, come possiamo in qualche modo accedere al nutrimento culturale che prima trovavamo in questi luoghi?

Camilla Berardi, una degli organizzatori, ci racconta: «In questo momento di blocco quasi totale, il cibo è uno dei servizi che più spesso ordiniamo, affinché ci venga consegnato a casa. Ci sono venuti subito in mente i rider che corrono su e giù per le vie della città, consegnando hamburger e patatine. È stato a quel punto che abbiamo pensato: e se invece di consegnare cibo per lo stomaco, si consegnasse cibo per il cuore e per l’anima? Anche loro hanno bisogno di essere sfamati, e sono loro a rischiare spesso di morire di fame.»

Come funziona? Questa esperienza, proprio come quella del cibo d’asporto, parte prima di tutto da un menù di impasti poetici genuini per soddisfare i gusti di tutti, così leggiamo nel vero e proprio menù di poesie che si trova sulla pagina Facebook dell’associazione. Una volta che l’ordine viene effettuato, gli artisti arrivano sotto casa del destinatario, vestiti con la tipica divisa da rider e con un cartone della pizza in mano. Ecco che aprendolo, però, rivelano il contenuto dell’ordine: una poesia che recitano a distanza.

L’idea principale da cui nasce Poesia e domicilio è che «siamo esseri umani che hanno bisogno di essere nutriti di bellezza, di speranza e di poesia

Spazio A è uno «spazio di ricerca, ascolto e sperimentazione» si propone di ‘rompere’ lo schermo delle videochiamate di zoom e irrompere nella vita delle persone per regalare un momento poetico: «In un certo senso, se lo spettatore non può recarsi ad ascoltare e vedere l’attore, è quest’ultimo che gli fa visita: si tratta di una forma di performance che diventa itinerante ed è piena di spunti interessanti, proprio perché spesso questi spettatori sono completamente ignari di ciò a cui stanno per assistere.»

Questa associazione teatrale, inoltre, si propone di fare una poesia che sia un motivo di sorridere e di sperare, una poesia democratica, in controtendenza con una scena teatrale a volte molto elitaria. «Troppo spesso il teatro rischia di diventare poco fruibile, volutamente e inutilmente complicato, finendo per scoraggiare anche chi vi troverebbe una passione, da una parte e dall’altra della scena. La semplicità che c’è nel recitare una poesia ci rende accessibili a tutti, e tutti si rendono accessibili a noi. In pochi giorni abbiamo visto lacrime e risate di tutte le età, conosciuto persone e ascoltato storie. Questo è vero contatto, il contatto che ci era mancato
Finora le Poesie a domicilio sono state completamente gratuite. L’associazione, però, si sta muovendo per accontentare richieste di mittenti e destinatari del servizio e ha reso possibile fare delle donazioni libere e facoltative che verranno destinate a un’associazione o a un ente ancora in fase di definizione.

Anna Do Amaral

© Credit immagini: link

Patrick ti presento Mame

Zia Mame è un romanzo scritto da Edward Everett Tanner III, in arte Patrick Dennis, pseudonimo coincidente con il nome del protagonista, destando sospetti ai lettori e forse anche la speranza che i personaggi nel racconto siano realmente esistiti

Emblematica è la figura della stessa Mame Dennis che condivide con Marion Tanner, zia di Patrick, molti dati biografici. Marion era nata a Buffalo come Mame e, come Mame, si era poi trasferita a New York, dove per mantenersi insegnava hockey su ghiaccio. In seguito, come Mame, avrebbe lavorato come commessa e poi tentato la carriera nel mondo del cinema. Nel frattempo, dopo aver cambiato due mariti, era riuscita a mettere da parte una discreta somma per poter mantenere una casa dove, oltre a praticare ogni disciplina Orientale conosciuta in Occidente, riceveva artisti, mondani, vagabondi e ragazzi di strada. 

A rendere il personaggio ancora più misterioso è una strana lettera arrivata ai librai, prima della pubblicazione del romanzo:

«Caro, quel cialtrone di mio nipote Patrick ha scritto un libro su di me che trovo estremamente scurrile. E soprattutto per nulla veritiero. Pensa, racconta che una volta mi sarei fatta beccare nuda nel dormitorio di Princeton. Smentisco nel modo più categorico, era Yale. Dunque sappi, che farò causa a Patrick. E nel caso tu venda anche una sola copia del libro, farò causa anche a te. Baci, Mame».

Ai librai non era chiaro chi avesse scritto quelle righe, dunque il dubbio che si tratti di una persona vera, in carne e ossa, accompagnerà a lungo i lettori. 

Tralasciando la sua reale o presunta esistenza e considerandolo solo come personaggio di un romanzo, Zia Mame è costituito da racconti sconnessi l’uno dall’altro, ma che presentano come filo conduttore le vicissitudini di un insolito duo: Mame Dennis e suo nipote Patrick.

Patrick Dennis, all’età di undici anni rimane orfano a seguito della morte del padre, un uomo ricco, distaccato, indifferente ai sentimenti del figlio, con il quale non ha mai instaurato un vero e proprio legame. Nel testamento è scritto che la tutela di Patrick sarebbe passata alla sorella Mame Dennis, nonostante abbia sempre descritto la zia come una donna stramba, insolita e che «finire in mano sua sarebbe stato un castigo che non avrebbe augurato neppure a un cane». 

Così, Patrick e la sua governante Norah Muldoon partono per New York, luogo dove risiede Mame.

La loro conoscenza avviene in una situazione ben poco favorevole alla reputazione della zia come futura tutrice: Patrick e Norah la trovano nel mezzo di uno dei suoi esclusivi festini, circondata da gente ubriaca, di certo un ambiente inadatto per un ragazzino di undici anni. 

«Mi scusi, perché non mi ha detto che arrivavate oggi?»
«Veramente, signora, le ho mandato un telegramma»
«Sì, ma nel telegramma si diceva che sareste arrivati il 1 luglio, domani. Oggi è solo il 31 giugno»
«Veramente signora oggi è il primo luglio, mannaggia a me…»
La signora esplose in una risata argentina: «Su non facciamoci ridere dietro, lo sanno anche i bambini: trenta dì conta novembre, con april, giugno e… Oh santo cielo». Pausa.  «Ma caro» disse con aria melodrammatica «allora io sono tua zia Mame!»

Da quell’incontro, Mame e Dennis diventano due cuori e un’anima. Sebbene Mame procurerà numerosi grattacapi al nipote, alla fine si rivelerà sempre una donna altruista, incoraggiando le persone di cui si circonda a tirare fuori il loro lato migliore. Nonostante la loro buona posizione all’interno della società, Mame insegna al nipote l’uguaglianza e il rispetto nei confronti del prossimo, senza distinzione di nazionalità, sesso, ceto sociale o credenze religiose, portando Patrick ad accorgersi che aggettivi come insolita e stramba non rendono giustizia alla ruggente personalità della zia e, lui stesso, finirà per descriverla come una donna con: 

«Stupefacente personalità che dopo aver mietuto migliaia di vittime, finì per conquistare anche me. Zia Mame aveva un fascino caotico e leggendario, e inoltre ai miei occhi rappresentava qualcosa che non avevo mai avuto: una famiglia, ma aveva anche una sua tenace, inaffidabile affidabilità. Insomma finimmo per innamorarci, e per entrambi si trattò di un’esperienza irripetibile»

Marta Federico

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Blooming in the desert: ricostruzione in chiave femminista a Raqqa

Benedetta Argentieri, regista e giornalista freelance, è da tempo che indaga, con la sua macchina da presa, la realtà dei conflitti in Medio Oriente. E il suo ultimo lavoro, Blooming in the Desert, è l’epilogo felice di quella fetta siriana di I Am The Revolution, documentario nel quale ci veniva raccontata l’esperienza di tre donne nel battersi per la libertà e la parità di genere in Siria, Iraq e Afghanistan. Quello su cui si focalizza qui è la ricostruzione di Raqqa ( ٱلرَّقَّة‎), dopo la cacciata dell’ISIS nel 2017. Un progetto di cui sono autrici le donne e che si accompagna a una forte rivendicazione dei loro diritti e del ruolo che hanno avuto nella lotta per la liberazione della città. 

Oltre a essere stato interamente autoprodotto, per «poter lavorare in una maniera il più indipendente possibile e dettare noi i tempi», si tratta di un film realizzato da un team tutto al femminile: «il fatto che a girare fossimo tre donne crea una libertà rispetto a come loro si mostrano, a come riusciamo a chiacchierare, c’è una sinergia maggiore» racconta Argentieri.

La pellicola nasce dall’esigenza di problematizzare la rappresentazione generalizzata delle donne siriane e dalla responsabilità giornalistica «nel raccontare i fatti nella miglior maniera possibile, esaustiva, chiara, diretta». La subordinazione delle donne in Medio Oriente non si esaurisce nella discriminazione a livello socio-culturale, ma è esasperata dalla limitatezza nel rappresentare queste donne in chiave vittimistica (l’impotenza delle donne col burqa) o militarizzata (col kalashnikov). Nel tentativo di depotenziare questi stereotipi il documentario si pone l’obiettivo di «provare a cambiare la narrazione, per cercare di capire che il mondo è molto più complesso di quello che ci viene presentato» racconta la regista. Si tratta di donne che «abbiamo sempre visto rappresentate con i kalashnikov in mano quando poi invece c’è tutta una fetta di rivoluzione, c’è tutta la parte della società civile che è dentro a questa evoluzione della società». 

Questo lavoro vuole anche essere testimonianza di un giornalismo che sappia prendersi i suoi tempi, che pur non trascurando l’urgenza di riportare certi accadimenti, non sottometta l’analisi dei fenomeni alle richieste di immediatezza. A tal proposito, «ho trovato nel fare film una possibilità di raccontare in maniera molto più approfondita quello che stava avvenendo perché tante volte, soprattutto in Italia, gli articoli di giornale sono molto molto brevi […] e non riesci mai veramente ad andare in profondità delle cose» dice la regista. Ed è così che il racconto per mezzo di voci altrui si fa veicolo di una rappresentazione fedele delle cose, dedita all’ascolto delle strategie di ricostruzione di una realtà lontana da noi.

Un giornalismo professionale non si limita però all’uso delle immagini e delle parole delle donne intervistate nel raccontare la loro esperienza, ma implica anche un interesse costante per i territori coperti. Ed è dalla consapevolezza di quanto sia «responsabilità dei giornalisti, dei film-maker […] anche andare a vedere che cosa succede dopo» che nasce la volontà di tornare a parlare di quella stessa Siria di I Am The Revolution, ora che la città è stata liberata e sta prendendo forma un coraggioso tentativo di ricostruzione.A Raqqa «c’è un cambiamento in atto, che ha buone possibilità di verificarsi» se queste donne, che hanno tutti gli strumenti in regola per rifondare una società diversa, avessero il sostegno di una comunità internazionale che non rispondesse con indifferenza agli attacchi che l’amministrazione autonoma della Siria del Nord Est subisce da parte di altri attori politici come la Turchia. Nel frattempo, la regia magistrale di Benedetta Argentieri ci consegna Blooming in the Desert, un documentario su come «dopo così tanta distruzione, così tanta violenza e guerra, da tutte queste rovine possa nascere un fiore, un fiore bellissimo».

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Blooming in the Desert