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Incorporare la memoria collettiva nei selciati delle strade

Our memory, which we possess as beings equipped with a human mind, exists only in constant interaction not only with other human memories but also with ‘things’, outward symbols. 

(La nostra memoria, che possediamo in quanto esseri dotati di mente umana, esiste esclusivamente in costante interazione non solo con altri ricordi umani ma anche con ‘cose’, simboli esteriori)

J. Assman

Un quadratino di pietra (10x10cm) ricoperto di ottone lucente che iscrive la sua presenza fossilizzandosi davanti ai luoghi di ultima residenza dei deportati durante il regime nazionalsocialista. Questo il progetto inaugurato negli Anni Novanta dall’artista Gunter Demnig, che conta oggi oltre 70.000 installazioni in tutta Europa. In Italia, le prime Pietre d’inciampo (Stolpersteine) vennero posate a Roma nel 2010 e se ne contano adesso più di 1.300. L’obiettivo è quello di omaggiare la memoria delle vittime «senza distinzione alcuna: razze minoritarie, politici, militari, rom, omosessuali, testimoni di Geova, disabili fisici o psichici» precisa Marco Steiner, presidente del Comitato per le Pietre d’inciampo inaugurato a Milano nel 2016, nonché figlio di Mino Steiner (l’oppositore politico che portò avanti la battaglia di Matteotti dopo la sua uccisione). 

Liliana Segre e Marco Steiner

In risposta a un regime che relegava le sue vittime all’astrattezza di numeri, il progetto di Demnig rivendica la specificità di ciascuna vittima, legittimandone la dignità di essere umano nel restituirgli l’identità sancita dal suo nome. Ogni pietra riporta, oltre ai dati anagrafici essenziali del deportato (nome e data di nascita), anche la definizione spaziale e temporale della sua cessata validazione come persona: il campo di deportazione, la data di arresto e di morte.

È un inciampo emotivo e mentale quello che si concretizza nell’imbattersi in uno di questi spazi di appropriazione della memoria collettiva distribuiti nel tessuto urbano. Un monito che ci induce a riflettere su quanto sia importante ricordarsi di ricordare. La messa in luce di un passato che ci chiede di non essere dimenticato rivendicando costantemente la sua presenza.

Secondo lo storico Jan Assman, la memoria esiste esclusivamente nella forma di ricordo presente come rievocato delle persone in vita. Nel definire la memoria collettiva, egli distingue tra una memoria sociale e una di matrice culturale. Nel primo caso, si tratta di una forma di memoria comunicativa, generazionale, veicolata da testimoni viventi, destinata a dissolversi con la morte di chi ne è portavoce. Subentra allora una memoria di tipo culturale, un fatto di ‘mnemotecnica istituzionalizzata’, che tende a iscriversi in musei, riti e monumenti. L’innovatività delle Pietre d’inciampo risiede allora nella mancata convergenza in un unico luogo predisposto all’assolvimento della loro funzione. Migliaia di sanpietrini disseminati in giro, un tentativo di istituzionalizzare questa memoria culturale destituendola di un singolo luogo di esternalizzazione concreta e restituendo però a questa frammentazione una sua unitarietà nel riconoscere al progetto un’identità pan-europea. 

Nella sua declinazione italiana, vale la pena riconoscere il ruolo delle varie associazioni promotrici del Comitato per le Pietre d’inciampo di Milano nel ridistribuirne la titolazione alla luce di una oggettiva sottovalutazione della deportazione politica: su 1.347 pietre, solo il 26,8% è stato destinato a oppositori politici, il 6,3% a quelli di natura militare. Numeri che, oltre a essere in contrasto con la realtà della deportazione italiana, troppo spesso inducono i media a titolare queste installazioni alle vittime della Shoah (65.3%), dimenticando l’obiettivo fondante del progetto: omaggiare la memoria delle vittime senza avvalersi di alcuna distinzione parzializzante.

Da quest’anno, riconoscendo l’importanza di coinvolgere le nuove generazioni, è stata pensata l’iniziativa Instagram History. A partire dalla notte di oggi, 27 gennaio, sul social network sarà possibile visitare la pagina @milanopietredinciampo, dove compariranno tutte le installazioni nel capoluogo lombardo, ciascuna delle quali promossa a sua volta da un influencer.

Gaia Bugamelli

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E vai al cine, vacci tu

Finita la Seconda guerra mondiale, l’Italia è un Paese da ricostruire. Non solo per quanto riguarda le strade, i palazzi o il proprio futuro, da ricostruire sono anche i sogni e le speranze degli Italiani. Fortunatamente, in loro aiuto giunsero due ciclisti, di nome Gino Bartali e Fausto Coppi, che con i loro duelli, sulle salite dei Pirenei e degli Appennini, riaccesero la passione di un’intera nazione che troppo spesso, negli ultimi anni, si era dimenticata di emozionarsi. 

Questa rivalità però non si limitava solo a quando i due salivano in sella, ma diventò ben presto una metafora della divisione sociale dell’italia del tempo. 

Da un lato c’era Ginettaccio, contadino, schietto, amante del buon vino e della compagnia. Nato nel 1914 in un paesino della Toscana, iniziò a correre tra i professionisti poco più che ventenne e, dalla seconda metà degli Anni Trenta allo scoppio della guerra vinse la maggior parte delle gare a cui prese parte.

Gino Bartali

Iniziato il conflitto la sua carriera dovette subire inevitabilmente una frenata, ma fu proprio in questo periodo che Bartali prese parte alla corsa più importante della sua carriera, quella che lo vedeva fare da staffetta per i colli toscani trasportando nel manubrio della sua bici i documenti che avrebbero salvato la vita a centinaia di ebrei

Dall’altra parte invece c’era Coppi, che più tardi per molti sarebbe diventato Il Campionissimo, eroe tormentato, con un approccio quasi scientifico allo sport, fedele alla dieta e ai propri ideali.

Fausto Coppi

La prima vittoria in un grande Giro arrivò un po’ a sorpresa, nel 1940, proprio contro Bartali, all’epoca suo compagno di squadra e, da quel momento in poi, la sfida non si fermò mai, sempre, però, all’insegna del più totale rispetto fra i campioni, come dimostra la celebre fotografia scattata durante il Tour del 1952, poi vinto da Coppi, dove i due si passano una borraccia.

Il passaggio della borraccia durante il Tour

Fausto se ne sarebbe poi andato nel 1960, all’età di quarant’anni, stroncato da un malore, dopo aver vinto cinque Giri d’Italia, due Tour de France e tre Mondiali. Gino morirà invece nel 2000 a causa di un attacco di cuore, dopo aver conquistato 124 vittorie in carriera, raggiungendo così l’amico in paradiso, dove, parafrasando Stefano Benni, sono entrambi arrivati, perché in salita vanno fortissimo

Francesco Castiglioni

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Il tempo della lentezza

Qualche giorno fa mi sono sorpresa a dare da bere alla mia pianta con particolare cura. Osservavo l’acqua scivolare sulla superficie delle foglie. 

Non mi capita spesso, è più normale rincorrere il tempo, come il Bianconiglio.

In questi mesi ‘speciali’ che stiamo vivendo forse sto scoprendo un’altra direzione, quella della lentezza. Una dimensione a me cara che ho sempre associato alla vacanza. Ma perchè solo in vacanza? E perché non ogni giorno? 
Nella vita quotidiana tutto è dominato dalla velocità. Si corre. 
Ci dimentichiamo che il privilegio è prendersi del tempo. Perché è il tempo che dedichiamo a stare con un’amica dopo tanto tempo o a goderci un tramonto che ci ricordiamo e che si trasforma in ricordo.

L’ho capito sulla mia pelle. 
Per ogni occasione in cui mi sono fermata, oggi custodisco un ricordo. 

L’importanza di questi momenti che avevo solo intuito, l’ho razionalizzata leggendo le riflessioni del lunedì di Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera

 «Se ci pensiamo è proprio quando la vita riesce a toccarci che rallentiamo, respiriamo, ‘perdiamo’ tempo, anzi lo ‘recuperiamo’ perché solo la relazione profonda con le cose e le persone amplia e salva il tempo, che è vita che non ci può essere più tolta e risuona in noi anche a distanza di anni […] Così entrano nella memoria i nostri incontri con la realtà, che sono quella gioia duratura e inalienabile che chiamiamo ‘ricordi’ ma che faremmo bene a chiamare ‘vita salvata’». 

È anche ‘vita salvata’ lo stemma che Lorenza de Medici fa dipingere nella sua reggia di Palazzo Vecchio a Firenze. 
La tartaruga con la sua andatura lenta, fa tesoro del suo passato e ha il tempo per fare strategie sul futuro. La vela che le permette di capire da dove e come gira il vento, le consente di agire in sintonia con l’ambiente esterno. 

Oggi che ci si dimentica che l’aumento della velocità ostacola l’elaborazione 
di un pensiero,
perchè non pensiamo di essere tartarughe con una vela sul carapace?

Valeria Molinari

© Credit immagini: Courtesy Valeria Molinari + link + link

Spogliarsi da vincoli e preconcetti per confrontarsi e riflettere insieme con Studenti Nudi

Un gruppo di studenti universitari torinesi decide di dare vita ad un progetto dal nome un po’ stravagante: Studenti Nudi. Spaziando dalla fisica alla biomedica, dalla politica alla società hanno cominciato a raccontarsi e confrontarsi davanti a un microfono e a una telecamera. 

Il loro motto è ‘Se hai un sogno mettilo a nudo’ ed è proprio tra le mura virtuali di questo progetto che hanno trovato un posto per attuarlo.

L’idea è nata dai momenti di desolazione vissuti dopo il lockdown e dall’esigenza di trovare un luogo per poter esprimere le proprie passioni e idee. 

«Volevamo trovare un modo per canalizzare le cose che studiamo e che veramente ci appassionano facendo emergere la parte creativa che c’è in noi. La scienza mi appassiona però mancava di quella scintilla colorata per poterla raccontare in una chiave più semplice, leggera e divertente» spiega Alessio, membro del gruppo insieme a Francesco e Gabriele. 

Parlare per parlare, hanno deciso di iniziare a farlo in diretta la domenica sera su Twitch. Questo è stato solo un primo modo per lanciarsi, infatti, sul loro profilo Instagram pubblicano periodicamente articoli, approfondimenti e non mancano le idee e l’entusiasmo per ciò che vorranno fare in futuro. 

«Siamo studenti e ci prepariamo senza la pretesa di essere già arrivati» –  Racconta Gabriele – «Cerchiamo di informarci il più possibile. Il risvolto positivo è proprio questo: a volte capita che in una live qualcuno di noi sia più preparato di altri su determinati argomenti e il dialogo si trasforma in un’occasione di confronto e di continuo arricchimento

Tre punti di vista diversi ma un’unica parola chiave, la multidisciplinarietà

Dietro al voler unire i fili di ciascuna disciplina emerge la volontà di affacciarsi, attraverso molteplici prospettive, su ciò che ci circonda e di coltivare un entusiasmo nudo, privo di vincoli, ma anche formare dei pensieri privi di preconcetti per non smettere mai di conoscere e imparare.

«Siamo Studenti Nudi perché non abbiamo paura del freddo» – afferma Francesco – «Cerchiamo di osservare la realtà attraverso più punti di vista, ne parliamo insieme per costruire un significato nuovo. Arriviamo nudi con le conoscenze che ciascuno di noi ha introiettato in anni e anni di studio, ma alla fine dobbiamo essere pronti, spogliandoci di ogni costrizione, a metterle insieme agli altri e vedere cosa succede.»

Un luogo per mettere a nudo sogni, idee e passioni. Pensieri che prendono forma in divenire. Tante domande da farsi e farci, poche risposte che, trovate insieme, diventeranno nuove, diverse e nude. 

Elisa Lacicerchia

© Credit immagini: courtesy of Studenti Nudi 

Blooming in the desert: ricostruzione in chiave femminista a Raqqa

Benedetta Argentieri, regista e giornalista freelance, è da tempo che indaga, con la sua macchina da presa, la realtà dei conflitti in Medio Oriente. E il suo ultimo lavoro, Blooming in the Desert, è l’epilogo felice di quella fetta siriana di I Am The Revolution, documentario nel quale ci veniva raccontata l’esperienza di tre donne nel battersi per la libertà e la parità di genere in Siria, Iraq e Afghanistan. Quello su cui si focalizza qui è la ricostruzione di Raqqa ( ٱلرَّقَّة‎), dopo la cacciata dell’ISIS nel 2017. Un progetto di cui sono autrici le donne e che si accompagna a una forte rivendicazione dei loro diritti e del ruolo che hanno avuto nella lotta per la liberazione della città. 

Oltre a essere stato interamente autoprodotto, per «poter lavorare in una maniera il più indipendente possibile e dettare noi i tempi», si tratta di un film realizzato da un team tutto al femminile: «il fatto che a girare fossimo tre donne crea una libertà rispetto a come loro si mostrano, a come riusciamo a chiacchierare, c’è una sinergia maggiore» racconta Argentieri.

La pellicola nasce dall’esigenza di problematizzare la rappresentazione generalizzata delle donne siriane e dalla responsabilità giornalistica «nel raccontare i fatti nella miglior maniera possibile, esaustiva, chiara, diretta». La subordinazione delle donne in Medio Oriente non si esaurisce nella discriminazione a livello socio-culturale, ma è esasperata dalla limitatezza nel rappresentare queste donne in chiave vittimistica (l’impotenza delle donne col burqa) o militarizzata (col kalashnikov). Nel tentativo di depotenziare questi stereotipi il documentario si pone l’obiettivo di «provare a cambiare la narrazione, per cercare di capire che il mondo è molto più complesso di quello che ci viene presentato» racconta la regista. Si tratta di donne che «abbiamo sempre visto rappresentate con i kalashnikov in mano quando poi invece c’è tutta una fetta di rivoluzione, c’è tutta la parte della società civile che è dentro a questa evoluzione della società». 

Questo lavoro vuole anche essere testimonianza di un giornalismo che sappia prendersi i suoi tempi, che pur non trascurando l’urgenza di riportare certi accadimenti, non sottometta l’analisi dei fenomeni alle richieste di immediatezza. A tal proposito, «ho trovato nel fare film una possibilità di raccontare in maniera molto più approfondita quello che stava avvenendo perché tante volte, soprattutto in Italia, gli articoli di giornale sono molto molto brevi […] e non riesci mai veramente ad andare in profondità delle cose» dice la regista. Ed è così che il racconto per mezzo di voci altrui si fa veicolo di una rappresentazione fedele delle cose, dedita all’ascolto delle strategie di ricostruzione di una realtà lontana da noi.

Un giornalismo professionale non si limita però all’uso delle immagini e delle parole delle donne intervistate nel raccontare la loro esperienza, ma implica anche un interesse costante per i territori coperti. Ed è dalla consapevolezza di quanto sia «responsabilità dei giornalisti, dei film-maker […] anche andare a vedere che cosa succede dopo» che nasce la volontà di tornare a parlare di quella stessa Siria di I Am The Revolution, ora che la città è stata liberata e sta prendendo forma un coraggioso tentativo di ricostruzione.A Raqqa «c’è un cambiamento in atto, che ha buone possibilità di verificarsi» se queste donne, che hanno tutti gli strumenti in regola per rifondare una società diversa, avessero il sostegno di una comunità internazionale che non rispondesse con indifferenza agli attacchi che l’amministrazione autonoma della Siria del Nord Est subisce da parte di altri attori politici come la Turchia. Nel frattempo, la regia magistrale di Benedetta Argentieri ci consegna Blooming in the Desert, un documentario su come «dopo così tanta distruzione, così tanta violenza e guerra, da tutte queste rovine possa nascere un fiore, un fiore bellissimo».

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Blooming in the Desert