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Blooming in the desert: ricostruzione in chiave femminista a Raqqa

Benedetta Argentieri, regista e giornalista freelance, è da tempo che indaga, con la sua macchina da presa, la realtà dei conflitti in Medio Oriente. E il suo ultimo lavoro, Blooming in the Desert, è l’epilogo felice di quella fetta siriana di I Am The Revolution, documentario nel quale ci veniva raccontata l’esperienza di tre donne nel battersi per la libertà e la parità di genere in Siria, Iraq e Afghanistan. Quello su cui si focalizza qui è la ricostruzione di Raqqa ( ٱلرَّقَّة‎), dopo la cacciata dell’ISIS nel 2017. Un progetto di cui sono autrici le donne e che si accompagna a una forte rivendicazione dei loro diritti e del ruolo che hanno avuto nella lotta per la liberazione della città. 

Oltre a essere stato interamente autoprodotto, per «poter lavorare in una maniera il più indipendente possibile e dettare noi i tempi», si tratta di un film realizzato da un team tutto al femminile: «il fatto che a girare fossimo tre donne crea una libertà rispetto a come loro si mostrano, a come riusciamo a chiacchierare, c’è una sinergia maggiore» racconta Argentieri.

La pellicola nasce dall’esigenza di problematizzare la rappresentazione generalizzata delle donne siriane e dalla responsabilità giornalistica «nel raccontare i fatti nella miglior maniera possibile, esaustiva, chiara, diretta». La subordinazione delle donne in Medio Oriente non si esaurisce nella discriminazione a livello socio-culturale, ma è esasperata dalla limitatezza nel rappresentare queste donne in chiave vittimistica (l’impotenza delle donne col burqa) o militarizzata (col kalashnikov). Nel tentativo di depotenziare questi stereotipi il documentario si pone l’obiettivo di «provare a cambiare la narrazione, per cercare di capire che il mondo è molto più complesso di quello che ci viene presentato» racconta la regista. Si tratta di donne che «abbiamo sempre visto rappresentate con i kalashnikov in mano quando poi invece c’è tutta una fetta di rivoluzione, c’è tutta la parte della società civile che è dentro a questa evoluzione della società». 

Questo lavoro vuole anche essere testimonianza di un giornalismo che sappia prendersi i suoi tempi, che pur non trascurando l’urgenza di riportare certi accadimenti, non sottometta l’analisi dei fenomeni alle richieste di immediatezza. A tal proposito, «ho trovato nel fare film una possibilità di raccontare in maniera molto più approfondita quello che stava avvenendo perché tante volte, soprattutto in Italia, gli articoli di giornale sono molto molto brevi […] e non riesci mai veramente ad andare in profondità delle cose» dice la regista. Ed è così che il racconto per mezzo di voci altrui si fa veicolo di una rappresentazione fedele delle cose, dedita all’ascolto delle strategie di ricostruzione di una realtà lontana da noi.

Un giornalismo professionale non si limita però all’uso delle immagini e delle parole delle donne intervistate nel raccontare la loro esperienza, ma implica anche un interesse costante per i territori coperti. Ed è dalla consapevolezza di quanto sia «responsabilità dei giornalisti, dei film-maker […] anche andare a vedere che cosa succede dopo» che nasce la volontà di tornare a parlare di quella stessa Siria di I Am The Revolution, ora che la città è stata liberata e sta prendendo forma un coraggioso tentativo di ricostruzione.A Raqqa «c’è un cambiamento in atto, che ha buone possibilità di verificarsi» se queste donne, che hanno tutti gli strumenti in regola per rifondare una società diversa, avessero il sostegno di una comunità internazionale che non rispondesse con indifferenza agli attacchi che l’amministrazione autonoma della Siria del Nord Est subisce da parte di altri attori politici come la Turchia. Nel frattempo, la regia magistrale di Benedetta Argentieri ci consegna Blooming in the Desert, un documentario su come «dopo così tanta distruzione, così tanta violenza e guerra, da tutte queste rovine possa nascere un fiore, un fiore bellissimo».

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Blooming in the Desert

‘La prima donna che…’: le questioni di genere passano anche attraverso la comunicazione

La prima donna vicepresidente degli Stati Uniti, la prima donna che va sulla Luna, la prima donna che vince il Nobel, la prima donna rettrice di un ateneo, la prima donna che… 

Il tetto di cristallo, l’insieme di barriere che si frappone come un invisibile ostacolo insormontabile al conseguimento della parità dei diritti, si è ormai frantumato: il tempo presente sta conoscendo ‘prime donne’ che ricoprono ruoli di prim’ordine. È un fatto che negli ultimi tempi molti ruoli, un tempo ricoperti da uomini, siano stati raggiunti da donne. Se questo è vero resta comunque drammatica la situazione delle tante donne che si trovano sul pavimento del palazzo di cristallo: i dati aggiornati dei femminicidi e delle violenze sulle donne rimangono sempre impressionanti.

Ma chi sono le ‘prime donne’? Facciamo qualche esempio.

Jacinta Ardern, per la seconda volta primo ministro della Nuova Zelanda, esprime in sé un cambiamento sociale: lo ha dimostrato con la dichiarazione dello stato di emergenza climatica e con la nomina di Nanaia Mahuta, prima donna maori a rivestire il ruolo di ministro degli esteri. E come non pensare alle figure di Kamala Harris e di Svetlana Tikhanovskaya, candidata presidente e leader dell’opposizione bielorussa contro il presidente Lukashenko. E poi il ruolo fondamentale della donna nelle proteste in Polonia e in Cile. [ne parliamo qui]

Tuttavia, se da una parte si comincia finalmente a parlare delle conquiste di donne emergenti, dall’altra queste rimangono ancora invisibili, anche a causa del modo in cui vengono raccontate. Se si tratta di donne non si parla tanto di quello che dicono ma dei loro atteggiamenti, dei vestiti scelti, della tonalità di voce più o meno emotiva. I media si soffermano sul nuovo taglio di capelli di Theresa May, sul completo poco femminile di Angela Merkel paragonato agli eleganti vestiti di Christine Lagarde, sul rossetto troppo acceso e provocante di Alexandria Ocasio-Cortez; sulle lacrime in pubblico di Elsa Fornero e di Teresa Bellanova. Sembra banale ma, una volta notato, è impressionante leggere come in alcuni titoli i media parlino genericamente di ‘una donna’. Ai giornalisti viene spontaneo chiedere alle donne cosa significhi per loro rivestire un ruolo importante e impegnativo, quale sia stato il loro percorso e quanto faticoso sia stato raggiungere una carica così prestigiosa, conciliando vita privata e vita professionale. E alla fine soprannomi come Astrosamantha sono sintomo di questa narrazione. Analoghi neologismi di questo tipo non sono stati mai rivolti a uomini, d’altronde, a Luca Parmitano o a Paolo Nespoli non è stato chiesto come abbiano conciliato il loro ruolo di padre con la propria vita personale. 

Questo meccanismo di comunicazione è problematico e serve per depotenziare. Per farlo esistono varie tecniche: non definire le donne con il proprio titolo, sminuendo la loro professione (signorina e non dottoressa, architetta, biologa); chiamare per nome invece che per cognome, togliendo loro una identità caratterizzante (‘Biden e Kamala eletti negli Usa’: ma chi è Kamala, è forse la cugina d’America?) arrivare a non nominarne neanche il nome (‘Una donna rettrice alla Sapienza di Roma’), rendendo totalmente invisibile il personaggio di cui si sta parlando. 

Notiamo come la presenza di donne ai vertici sia sicuramente un segnale di cambiamento che porta anche un’attenzione maggiore alla disuguaglianza di genere. La maggiore presenza delle donne alla Corte costituzionale ha già fatto registrare un primo importante risultato: il riconoscimento del diritto di trasmettere ai figli il cognome anche della madre accanto a quello del padre. 

Tuttavia il riconoscimento del ruolo della donna passa anche attraverso l’attenzione comunicativa. È fondamentale che si cambi la retorica della donna, riconoscendone le qualità professionali piuttosto che sottolinearne quelle fisiche e personali proprio perché donna. Esplicativa può essere la dichiarazione di Sanna Marin, prima ministra finlandese e la più giovane al mondo: «Non ho mai pensato alla mia età o al mio genere, penso alle ragioni per cui sono entrata in politica e alle cose per le quali abbiamo conquistato la fiducia dell’elettorato».

Marta Schiavone

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Cile, il sì al referendum per la nuova Costituzione: ‘Apruebo!’

Il 25 ottobre i Cileni hanno votato a favore della cancellazione dell’attuale Costituzione, in vigore dal 1980 durante la dittatura militare di Pinochet. Il 78% dei votanti al referendum ha detto sì a una nuova Costituzione, con la più alta partecipazione al voto dal 1989, anno in cui il Cile ha fatto ritorno alla democrazia. La Costituzione era ormai divenuta simbolo della paralisi del sistema economico e sociale della nazione. 

La potente richiesta di cambiamento risale all’ottobre del 2019: la prima protesta era nata per l’aumento del prezzo dei biglietti dei trasporti, per poi diventare una contestazione generale contro le profonde disuguaglianze sociali e contro la gestione politica, guidata dal conservatore Piñera. Le manifestazioni sono state definite ‘Estadillo social’, scoppio sociale, come una pentola a pressione che esplode dopo un susseguirsi di sibili. Vi hanno preso parte non solo giovani ma anche famiglie, pensionati, lavoratori. Il collettivo femminista Las Tesis ha svolto un ruolo fondamentale, soprattutto con il flashmob ‘Un violador en tu camino’, che in poche settimane ha fatto il giro del mondo, arrivando anche in Italia.

Grazie al referendum i Cileni hanno scelto di scrivere una nuova Costituzione e hanno deciso che l’assemblea costituente sarà composta da 155 membri eletti, escludendo la possibilità di un organo composto per metà da membri eletti direttamente e per metà dagli attuali parlamentari. È garantita la parità di genere e questo renderà il Cile il primo paese al mondo con una costituzione paritaria. Le proposte dell’assemblea saranno poste a referendum a inizio 2022. Tra le questioni più calde ci sono la riforma del sistema privato dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e delle pensioni, la revisione dei contratti collettivi di lavoro e il riconoscimento della popolazione indigena dei Mapuche.

Molti hanno definito le proteste cilene e la loro vittoria come sintomo dell’inadeguatezza del neoliberismo per far fronte alle diseguaglianze sociali. Il paese era conosciuto come ‘l’oasi benestante del Sud America’, tuttavia si ignorava che in questi quarant’anni la costante crescita frutto degli sforzi del popolo cileno non si è mai tradotta in politiche redistributive per ridurre le ingiustizie sociali. Ora il Cile ha dimostrato che esiste un momento in cui la società civile, conquistate le piazze, può passare a un progetto politico concreto, un effettivo cambiamento.

Maddalena Fabbi e Marta Schiavone

English text

On 25 October Chilean citizens voted in favour of the cancellation of the current Constitution. This constitution was written during the military dictatorship of Augusto Pinochet in 1980. 78% of the voters in the referendum voted yes to a new Constitution, with the highest voter participation rates since 1989, the year in which Chile returned to democracy. The Constitution had become a symbol of the paralysis of the nation’s economic and social systems.

The request for change dates back to October 2019, which saw the first protest against the increase in the price of transport tickets, this evolved into a general protest against deep social inequalities and against political management, led by the conservative Sebastián Piñera. The demonstrations have been defined ‘Estadillo social’, a social outbreak, like a pressure cooker that explodes after a succession of hisses. Not only young people took part but also families, retired citizens, workers, etc. The feminist collective Las Tesis played a fundamental role, especially with the flash mob ‘Un violador en tu camino’, which within a few weeks spread around the world, also arriving in Italy.

Thanks to the referendum, the Chileans have chosen to write a new Constitution and have decided that the constituent assembly will be composed of 155 elected members, excluding the possibility of a body made up half of directly elected members and half of the current parliamentarians. Gender equality is guaranteed and this will make Chile the first country in the world with an equal constitution. The assembly’s proposals will be put to a referendum at the beginning of 2022. Among the hottest issues are the reform of the private system of health care, education and pensions, the revision of collective labour agreements and the recognition of the indigenous population of the Mapuche.

Many have described the Chilean protests and their victory as a symptom of the inadequacy of neoliberalism to address social inequalities. The country was known as ‘the wealthy oasis of South America‘, however it was ignored that in these forty years the constant growth resulting from the efforts of the Chilean people has never translated into redistributive policies to reduce social injustices. Now Chile has shown that there is a moment in which civil society, having conquered the streets, can move on to a concrete political project – and create an effective change.

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NonUnadiMeno: corpi liberi, menti consapevoli

#NiUnaMenos scese in piazza e divenne un movimento di massa nel 2015 in Argentina trasformando il verso della poetessa messicana, vittima di femminicidio,ni una Menos, ni una mas (non una meno, non una più) per dire che i diritti sono di tutti, nessuna più dev’essere vittima di violenza machista, in un grido collettivo. 

È un femminismo di strada, un femminismo che entra nei territori, nei quartieri difficili, che entra con forza nella sfera dei diritti umani e che dice basta alla violenza di genere

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Il movimento non ha un’organizzazione gerarchica, anzi, si articola in assemblee molto eterogenee che si svolgono in tutte le città, in cui si parla e discute della sessualità delle donne e delle persone LGBQTIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, interesessuale e alleati, coloro che eterosessuali che solidarizzano), con l’intenzione di uscire da questa dinamica che inserisce la sessualità in un sistema di colpe e castighi, di ruoli fissi e discriminazione. Appoggiano manifestazioni e movimenti a favore dell’aborto, contro i tagli sanitari e il Gender pay gap.

Uno spazio di lotta contro patriarcato, razzismo e sfruttamento e ogni forma di violenza imposta dall’organizzazione neoliberale della società per affermare un programma e un processo di autodeterminazione collettivo globale che costruisce alternativa alla crisi. scrivono nella presentazione del loro Manifesto. 

Un’assemblea è, infatti, uno spazio per costruire forza comune, dalla molteplicità e la diversità, dove si decidono le lotte da portare avanti, le manifestazioni e gli scioperi. A tutto ciò partecipano sindacati, centri di antiviolenza e associazioni per la difesa dei diritti. Ci sono tanti nuclei che danno voce a tutte le donne di tutte le età e che portano avanti battaglie non solo nazionali e internazionali ma anche locali e specifiche.

#NonUnadiMeno si è esteso dal Sud America fino in Polonia, dove nel 2016 le proteste hanno bloccato la proposta di legge che vietava l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malformazioni del feto, e negli Stati Uniti, dove ha dato impulso al movimento #MeToo

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In Italia è presente in quasi tutte le principali città e partecipa a tutte le manifestazioni sui diritti umani oltre ad appoggiare i centri antiviolenza nel loro compito più difficile: dar voce e forza a chi è sola a lottare. 

L’obiettivo non è solo la difesa e la conquista dei diritti paritari delle donne, degli omosessuali e dei travestiti ma anche la libera informazione, la conoscenza e l’educazione riguardo questi. È importante che gli slogan e le statistiche vengano spiegate e contestualizzate, è importante conoscere la storia se non si vuole tornare indietro. 

In un periodo di crisi, di incertezza e paura, spesso si tende a retrocedere, a restringere le libertà, a chiudersi in se stessi e non ad accogliere. È perciò importante non dimenticarsi di ciò che abbiamo conquistato, di ciò per cui siamo scesi in piazza e per cui molti sono morti. Come ripetono nel manifesto femminista transnazionale, scritto recentemente: Per uscire insieme dalla pandemia e cambiare il sistema non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema.

Nelle loro manifestazioni, molti degli slogan riprendono quelli del ’68: abbiamo bisogno di andare avanti!

“INSIEME PARTITE SIAM, INSIEME TORNEREMO: NON UNA DI MENO, NON UNA DI MENO”

Maddalena Fabbi

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