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Deal For Future: una serie documentaria per parlare di ambiente, economia e società in chiave sostenibile

Intervista a Filippo Grecchi co-fondatore del progetto Deal For Future

Chi siete?

Filippo e suo fratello Francesco da 5 anni lavorano nel campo del videomaking e hanno creato un’azienda, 2fgBros. Hanno una grande passione per i documentari e nel 2019 hanno pubblicato Canapa Nostra, un documentario che racconta la storia della pianta ‘proibita’ che ha influenzato l’uomo nel corso della sua storia evolutiva. Il progetto Deal For Future nasce dalla collaborazione con la società di consulenza Kfield Comunicazione.

Di cosa si tratta?

È una serie documentaria a episodi di 3 minuti.  In ogni episodio, che potete trovare sulla loro pagina Facebook e su Huffington Post, un esperto affronta il tema della sostenibilità nel proprio settore. Protagonisti delle prime puntate sono stati: il ciclo e il riciclo, con Walter Ganapini cofondatore di Legambiente Onlus e presidente di Greenpeace Italia; la biodiversità, con Moreno di Marco, ricercatore dell’Università Sapienza di Roma; la crescita felice, con Francesco Morace, sociologo e saggista; la cucina futuribile con Valentina Betti Taglietti, gastronoma; la salute e inquinamento atmosferico con Alessandro Miani, presidente di SIMA – Medicina Ambientale; e la salute universale con Vittorio Agnoletto, professore in ‘Globalizzazione e Politiche della Salute’ all’Università degli Studi di Milano.

Obiettivo?

«Con questi video cerchiamo di allarmare in una prima fase, per poi mostrare che ci sono delle soluzioni e delle persone che stanno lavorando con passione e professionalità per arrivare a un risultato positivo. Spesso la comunicazione in questo campo è molto allarmistica e poca speranza. A mio parere la speranza dev’essere anche qualcosa di concreto, quindi la nostra missione è quella di mostrare che le persone che ci credono sono tante e stanno facendo qualcosa di importante. Gli spazi ci sono, bisogna solamente dare il giusto potere e il giusto valore alle persone in gamba». 

Perché il tema ambientale?

«Per me e mio fratello il tema ambientale è proprio una passione personale. Come molti ci rendiamo conto di quanto sia necessario un cambiamento a livello ambientale, ma non solo. Infatti, questo progetto parla anche di temi sociali ed economici. Tutto è legato. Noi siamo giovani e non ci siamo arresi!»

La speranza dei ragazzi è di raccogliere fondi per continuare a raccontare queste storie con tanti nuovi episodi e in futuro creare un lungometraggio che raccolga tutto questo materiale. 

Messaggio?

«In un momento come questo, in cui le informazioni e le notizie sono tantissime, si sovrappongono e stufano a causa della tempesta mediatica, il messaggio che vorrei trasmettere è: ci sono tante persone poco conosciute che sono estremamente in gamba, hanno chiara la situazione, e si stanno spendendo per cambiarla. Queste persone sono giovani di vent’anni ma anche di ottanta, tutti accomunati dallo stesso spirito, ovvero lo spirito di chi non si arrende e cerca una soluzione pratica e percorribile per impedire l’autodistruzione a breve della realtà che ci circonda».

Maddalena Fabbi

© Credit immagini: link

Il mondo vegetale e la città

A Milano cammino sull’asfalto dei marciapiedi, vedo macchine parcheggiate, strade trafficate, lunghi fronti di edifici. In alcuni casi la strada è delimitata da filari di alberi, le cui radici negli anni hanno crepato l’asfalto del marciapiede. Da un lato penso alla fortuna delle persone che abitano e frequentano la via. Dall’altro penso alla crescita dell’albero e alle crepe, risultato di una coesistenza difficile. Come si può risanare questa frattura? Come integrare le piante e il mondo naturale all’interno delle città? 

In primis secondo Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale che dirige il laboratorio di Neurobiologia Vegetale, bisogna cambiare la prospettiva con cui si osserva il mondo vegetale. Gli stereotipi culturali che esistono sul mondo vegetale devono essere scardinati. A livello linguistico per esempio espressioni come ‘vegetare’ o ‘essere un vegetale’ celano l’idea che la vita delle piante sia ridotta ai minimi termini, come se fossero essere insignificanti, insensibili, immobili. Studi scientifici però hanno dimostrato che gli organismi vegetali apprendono, ricordano, comunicano fra loro e con gli animali e adottano strategie per la sopravvivenza. Il 99,9% del peso di tutto quello che è vivo sul nostro pianeta è prodotto da organismi vegetali. Com’è possibile che siano riusciti a imporre in maniera così indiscutibile la loro presenza sulla Terra? Non è che forse fino ad ora si è sottovalutato il mondo vegetale? 

Gli organismi vegetali sono – afferma Stefano Mancuso – anche la risorsa più preziosa che abbiamo per far fronte al grave problema del riscaldamento globale, grazie alla loro capacità di assorbire la CO2.

Se si considera che i centri urbani sono i luoghi dove vengono prodotte il 75% delle polvere sottili e che l’efficienza delle piante nell’assorbimento della CO2 è tanto superiore quanto maggiore è la loro vicinanza alla sorgente di produzione, allora ecco che si immaginano vicini due mondi fino ad ora lontani: il mondo vegetale e la città. 

Penso alle mie passeggiate per Milano in cui il verde urbano è spesso ornamentale, penso ai quadri rinascimentali in cui le città sono luoghi impermeabili di superfici dure, senza neanche un filo d’erba. Dobbiamo cambiare l’immagine che abbiamo della città.

«Nulla vieta che una città sia completamente ricoperta di piante… I benefici sarebbero incalcolabili: non soltanto si fisserebbero quantità enormi di CO2, lì dove è prodotta, ma si migliorerebbe anche la qualità della vita delle persone. Dal miglioramento della salute fisica e mentale allo sviluppo della socialità, dal potenziamento delle capacità di attenzione alla diminuzione dei crimini, le piante influenzano positivamente il nostro modo di vivere da ogni possibile punto di vista».

Stefano Mancuso, La pianta del mondo

In linea con questa visione di città, a Milano è in corso il progetto Forestami  – nato da un’idea del Politecnico e promosso dal Comune di Milano – che prevede la messa a dimora di 3 milioni di alberi entro il 2030. «II progetto è aperto alla partecipazione e al contributo del più ampio numero possibile di soggetti e persone, per rendere la Città metropolitana di Milano più verde, più sana, più resiliente e piacevole».

Immagino una città in cui le piante sono un elemento strutturale tanto quanto lo sono per esempio le strade. Immagino una Milano in cui non sono più i grigi e le superfici minerali a prevalere, ma i colori delle foglie delle piante nelle loro diverse stagioni.

Valeria Molinari

© Credit immagini: Courtesy Valeria Molinari + link + link

Una moda sempre più green con capi evolutivi e vestiti ottenuti da scarti di frutta e verdura

Steven Passaro, The Act of Growth e Upcycling

La parola chiave nel mondo della moda oggi è sostenibilità. L’hanno capito i grandi marchi ma anche designer emergenti come Steven Passaro, che ci racconta: «Alcuni anni fa, ho avvertito un’industria e un mondo senza senso. Ho voluto creare un mio brand non per il semplice gusto di farlo. L’ho voluto creare in modo tale che potesse essere in qualche modo significativo ed educare le persone verso l’impegno di uno stile di vita sostenibile». 

Poi avverte: «La difficoltà odierna è riconoscere il Greenwashing» – ossia la strategia messa in atto da alcune organizzazioni con lo scopo di costruire un’immagine ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, in modo tale da distogliere l’attenzione sugli effetti negativi per l’ambiente causati dalle proprie attività. 

Steven Passaro continua: «La scelta più difficile è quella dei materiali. Bisogna tenere conto della loro funzione, del design e di come voler curare l’indumento. Io ho deciso di scegliere materiale upcycled»per upcycling si intende il processo di trasformazione di materiali di scarto in nuovi prodotti di qualità – «Ma il vero impatto di questo brand è la scelta del modo in cui consumiamo la moda tramite il concetto di Act of Growth, creando indumenti evolutivi». Un’idea originale: l’abito di una collezione resta alla base delle collezioni successive, dove vengono proposte delle ‘estensioni’ per rinnovarne il design, in modo da garantire agli indumenti una vita più lunga.

Agritessuti, Orange Fiber, H&M e Salvatore Ferragamo

Un esempio curioso di upcycling è il marchio Agritessuti che produce tessuti ecologici realizzati con scarti di ortaggi e frutta. Le origini di un agritessuto possono essere molteplici: canapa, lino e gelso da seta arricchiti di tinture derivate da scarti agricoli di frutta e verdura come foglie di carciofo o bucce di cipolla, ma anche radici, residui di potatura di ulivi e ricci di castagno. 

È interessante notare come l’utilizzo di agritessuti stia prendendo piede anche nel fast fashion: è il caso di H&M e la sua linea Conscious Exclusive lanciata nel 2019, dove per la realizzazione di vestiti, stivali e giacche ha impiegato pelle di ananas e seta ricavata da fibre di arancio.

Ogni anno, l’industria delle arance produce 700.000 tonnellate di lavorazione di sottoprodotto che deve essere smaltito, con costi elevati sia a livello economico che ambientale. Il brevetto messo a punto da Orange Fiber permette di trasformare questo residuo di lavorazione in un tessuto di qualità

Questo tessuto è stato anche impiegato da Salvatore Ferragamo in Capsule Collection Orange Fiber, una linea omaggio alla creatività mediterranea, presentata nella 47° edizione dell’Earth Day, Giornata della terra. 

Sneakers in agritessuti grazie a ID.EIGHT

C’è chi punta ‘in basso’: non solo vestiti, ma anche sneakers in agritessuti, ecologiche e cruelty free. Si tratta del brand ID.EIGHT con una tomaia in similpelle di ananas realizzata con scarti provenienti da questo frutto. Ogni anno si producono circa 40.000 tonnellate di foglie di ananas che essendo considerate materiale di scarto vengono bruciate. Invece grazie a ID.EIGHT da 480 foglie, derivanti da circa 16 piante di ananas, è possibile ottenere un metro quadro di similpelle.

La tomaia è anche realizzata in similpelle di vino e di mela, ricavate dalla bio-polimerizzazione della vinaccia e delle parti non commestibili delle mele.

Una particolare attenzione merita anche il packaging di questi prodotti, realizzato con 80% di polietilene riciclato. Al suo interno viene inserita anche una ‘bomba di semi di fiori’ – una pallina di terra e semi di fiori ricoperti di argilla – da piantare in un vaso, o da lanciare in una zona grigia della propria città, per contribuire alla creazione di un habitat più favorevole alla vita delle api, fondamentali per la sopravvivenza del genere umano.

Marta Federico

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Sfusitalia: la mappa italiana dei negozi di prodotti sfusi e non solo

Intervista a Ottavia, creatrice di Sfusitalia.

Com’è nata l’idea?

«La mappatura dei negozi di sfuso nasce da un’esigenza personale. Non era facile per me trovare le sfuserie più vicine a dove abitassi e, visto che avevo imparato a utilizzare lo strumento di mappatura di Google Maps, l’ho applicato ai negozi sfusi di Roma. Ho condiviso la mappa con tutti i miei amici romani e, parlandone con un’amica milanese, mi ha chiesto di farla su Milano. Successivamente ho aggiunto anche Torino. Poi, non trovando un tirocinio, ho deciso di buttarmi su un progetto personale e da qui è nata la prima versione di Sfusitalia, totalmente ‘fatta in casa’. L’ho sviluppata tra la fine della triennale e l’inizio del master». 

Oggi il progetto è cresciuto in ampiezza e visibilità. Oltre alla mappatura, tramite la pagina Instagram Ottavia offre tanti consigli su come riciclare i nostri scarti e come ridurre il nostro impatto ambientale.

Cos’è una sfuseria?

La sfuseria vende la maggior parte dei propri prodotti sfusi e segue una certa filosofia, mettendo in vendita solo oggetti a basso impatto ambientale, come le coppette mestruali o gli assorbenti lavabili. Esistono poi tante attività come lavanderie, stirerie, negozi di elettrodomestici, ferramenta, vivai e tabaccherie che installano colonnine di prodotti sfusi nel proprio negozio per diversificare i propri servizi, nonostante la loro attività principale rimanga un’altra. Questo ha reso più reperibili molti prodotti della persona e detersivi sfusi, al di là della diffusione delle sfuserie in senso stretto. 

Cosa può dare in più una sfuseria?

Solitamente chi crea una sfuseria è molto sensibile ai temi legati ad ambiente, riciclo, fai-da-te e Km0. «Ogni volta che vado nella mia sfuseria, Silvia, la proprietaria, condivide una ricetta di autoproduzione. L’ultima volta mi ha dato una ricetta per fare il mascara home-made».

Oltre al ridotto impatto ambientale, i negozi sfusi hanno forte impatto sociale «si favorisce l’economia di vicinato e di quartiere, ma soprattutto si entra in relazione con la persona che ti vende il cibo che mangi, cioè la benzina per il tuo motore. Questo ti permette di non essere più una semplice ‘fidelity card’ che entra al supermercato, timbra e se ne va». Nelle sfuserie trovi qualcuno che ti consiglia, ti dà informazioni riguardo la provenienza e gli ingredienti dei prodotti che acquisti, ti racconta la loro storia e condivide nuove idee e ricette.  

Il futuro?

«Vorrei che diventasse una piattaforma di riferimento per la sensibilizzazione ambientale, sulla produzione di risorse e sul riciclo dei rifiuti. Quindi vorrei riuscire a trasferire su Sfusitalia tutta la mia conoscenza accademica (Ottavia si è laureata in Cooperazione Internazionale e Sviluppo e al momento frequenta un master in Ambiente, Politiche e Sviluppo a Londra, N.d.R.)».

Io sono solo uno,
ma comunque sono uno.
Non posso fare tutto,
ma comunque posso fare qualcosa,
e il fatto che non io possa fare tutto
non mi fermerà dal fare quel poco che posso fare

Edward Everett Hale

«Questa poesia di Edward Everett Hale per me significa che le singole persone possono davvero fare la differenza attraverso piccole azioni quotidiane». 

E la persona che fa la differenza è anche Ottavia con la sua Sfusitalia.

Maddalena Fabbi

© Credit immagini: Courtesy Sfusitalia

Myfood e The Orchard Project portano gli orti in città

Il lockdown e le restrizioni dovute all’attuale situazione sanitaria hanno messo in luce i delicati equilibri su cui si reggono gli ecosistemi mondiali e la nostra radicata dipendenza dalla distribuzione alimentare su larga scala. Mai come ora siamo posti di fronte alla necessità di tutelare l’ambiente, ottimizzando il nostro impatto ecologico; mai come ora si cercano soluzioni alternative ai supermercati e ai prodotti dell’agricoltura intensiva industriale

A rispondere efficacemente a questa duplice esigenza è la società francese Myfood, che offre a chiunque, anche alle prime armi, la possibilità di coltivare ortaggi e verdure in spazi ridotti per mezzo di miniserre acquaponiche alimentate a energia solare. Di dimensioni variabili e dotate di un sistema di raccolta dell’acqua piovana, queste innovative strutture possono essere installate in giardino come su balconi e tetti cittadini, permettendo di produrre in completa autonomia fino a 400 kg di verdura l’anno. Il successo è garantito, grazie a strutture intelligenti monitorabili anche da remoto tramite l’applicazione di accompagnamento Myfoodhub. Myfood soddisfa così l’esigenza di adottare soluzioni semplici e locali, portando la produzione alimentare direttamente a casa. E tutto nel rispetto dell’ambiente in quanto le serre, oltre ad azzerare i chilometri percorsi dal cibo, sono progettate in modo da non richiedere l’utilizzo di pesticidi.

Similmente, dal 2009 The Orchard Project si sta dedicando alla creazione, al restauro e alla celebrazione dei frutteti cittadini. Dinanzi all’inarrestabile crescita delle popolazione urbane, l’ente benefico inglese riconosce l’importanza di garantire a tutti spazi verdi facilmente accessibili. Ristrutturando vecchi frutteti o piantandone di nuovi, l’iniziativa non mira solo ad arricchire socialmente le comunità urbane, permettendo ai residenti di cooperare nella coltivazione dei prodotti agricoli e fornendo loro strumenti e competenze idonee allo scopo, ma auspica anche una radicale riforma del sistema alimentare tradizionale, indirizzandolo verso cibi più sani e genuini. Inoltre, The Orchard Project assicura l’aumento degli spazi verdi, la limitazione dei trasporti a fini alimentari e l’impiego di metodi biologici e non inquinanti.Mentre le città si fanno sempre più urbanizzate, Myfood e The Orchard Project avvicinano le comunità alla natura e proprio attraverso di essa diffondono negli spazi cittadini benessere fisico e mentale.

Federica Gattillo

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