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Radici

Carlo lavora a Malpensa, fa il turno di notte e all’albeggiare torna nel suo appartamento alle nuove palazzine di Somma Lombardo. Quando finisce il turno, Martina dorme ancora. Si fa una doccia calda e prepara un caffè deca. Aspetta seduto al tavolo con i gomiti appoggiati sul finto legno. Sfoglia Instagram mentre sorseggia dalla tazzina, è tutto silenzio finché non sente i passi leggeri della sua ragazza avvicinarsi alla cucina. 

«Ehi, com’è andata?» – Martina è in mutande e maglietta, dorme sempre così. Si passa una mano sul seno e la tiene lì quasi non se ne accorgesse.

«Ciao Marti. Pesante.»

Non serve accendere le luci della cucina, d’estate l’alba arriva presto. A Carlo la luce estiva di fine turno non piace, non gli piace tornare a casa, stare seduto al tavolo della colazione e pensare che il mondo fuori inizia a vivere. Lui andrà a dormire, come se avesse sbagliato le coordinate, si sente in ritardo, si sente di essere l’ultimo alla fine del giorno.

Un tempo avrebbe afferrato il sedere di Martina e avrebbe appoggiato la sua fronte sul suo ventre teso. Si sarebbe alzato dal tavolo e l’avrebbe baciata finché non avrebbe sentito i suoi capezzoli diventare duri. Avrebbero fatto l’amore. Ma le cose cambiano a volte, cambiano e basta. Cambiano e non ce ne si accorge nemmeno. 

Martina è appoggiata al muro della cucina. Sta con una tazza grande di caffè e latte di soia in mano. Guarda Carlo sfogliare Instagram sfinito e lontano.

«Vorrei una vacanza.»

«Lo sai che non possiamo.»

«Ne abbiamo bisogno, posso chiedere di fare dei turni extra al lavoro, ora che Barbara è incinta serve lavorare di più. Ieri abbiamo dovuto pure far saltare delle depilazioni perché non facevamo in tempo.»

«Lo sai che non sarei a mio agio a farti mettere più soldi di me per pagare una vacanza» – Carlo fissa il cellulare a gambe divaricate e con la schiena appoggiata alla sedia mentre mostra un inizio di pancia nel suo corpo da calciatore dilettante.

Si erano conosciuti a una sua partita di seconda categoria, a lei piaceva perché era bello e arrabbiato, poco dopo avrebbe scoperto che era anche single. Un’amica comune li aveva presentati, era stata lei a portare Martina alla partita per cercare qualcuno con cui farla divertire un po’. Poi dal divertimento è nato altro. Vivono insieme da 2 anni. 

«Non mi importa se non vuoi venire puoi anche non farlo. Io non starò qui anche in estate a morire dal caldo. Io ci vado in vacanza.»

Carlo alza lo sguardo. Sono giovani e non hanno ancora parole precise per descrivere il loro rapporto. Non che lui le cerchi più di tanto.

«Bene. Dove

«Voglio respirare, questo caldo mi assale la gola alcune volte sembra di respirare lava. Voglio la montagna, a te va bene?»

Carlo odia la cazzo di montagna. Si gratta il collo e sente il bisogno di dormire che lo assale, non è tempo di litigare.

«Bene.»

Partirono appena concessero le ferie a Carlo. 

«Qui c’è il boiler ricordatevi di spegnerlo quando andate via» – la vecchia davanti alla porta consegna le chiavi a Martina – «Mi piacete lo sapete? Siete giovani e belli. Alla vostra età ero una bella donna. Era contesa. Qui si lavorava sodo tutti i giorni ma la domenica… La domenica si ballava fino a notte fonda, finché non cascavi a terra stremata. E si rideva, si rideva tanto».

«Lo immagino, qui sembra proprio un bel posto, Signora» – Martina fissa la proprietaria dell’appartamento che hanno affittato per una settimana in Val Vigezzo.

«Mi piacete proprio. Io e mio marito eravamo come voi quando ci siamo sposati.»

«Noi non siamo sposati.»

Non sapendo cosa dire si guardano per qualche secondo sorridendo, passano ai convenevoli e si salutano. Martina cammina per il piccolo appartamento a cercare le lenzuola e a guardare le stoviglie che ci sono. Carlo si sdraia un attimo sul divano e guarda il sedere di Martina muoversi per casa, il lavoro di solito lo scioglie ma adesso è in vacanza in un appartamento a buon mercato. 

«La vecchia secondo me non era bella come te da giovane.»

«Cosa

«Ho detto che sei una bella ragazza, Marti». Lo pensa sul serio.

Poco dopo è quasi ora di cena, Carlo si apre una birra e si affaccia al balconcino. Quello di casa loro a Somma è ramato dalla ruggine, questo è ancora di un bel grigio metallico. Guarda verso le cime, le nuvole si avvicinano per inghiottirne i versanti e poi le creste. La luna fa già capolino dal lato opposto del cielo. La birra fa uscire rumori di bollicine che schizzano, Carlo tiene stretta la bottiglia perché ha paura di farla cadere. Ne berrà un’altra forse dopo, vuole ubriacarsi stasera. La valle è bella vista da lì, non sono in alto ma quanto basta per godere di una bella brezza e mettersi la felpa la sera. Sente Martina iniziare a muovere le pentole per cucinare.

Il campanello suona. Martina apre e vede di fronte a sé un uomo sulla cinquantina stempiato e panciuto.

«Buonasera, sono Giacomo il figlio della proprietaria

«Buonasera» – sorride, le ricorda uno zio che aveva da piccola, sua madre le aveva sempre che quello zio era un fallito. Prova un po’ di pietà per Giacomo.

«Non voglio disturbare, ma sono qui perché ci terrei a dirvi che mia madre è un po’, diciamo, svampita.»

«Svampita?» – chiede Carlo continuando a tenere la bottiglia in mano mentre si avvicina (e ricordandosi solo davanti alla porta di essere in mutande).

«Fuori di testa se volete, si confonde, dice cazzate insomma. Quindi se siete d’accordo vorrei che rivedessimo insieme gli accordi per l’affitto, non vorrei che vi avesse detto cose sbagliate. Potrebbe essere anche a vostro favore, una volta ha fatto pagare soldi in più a degli inquilini.»

A queste parole Carlo appoggia la bottiglia di birra vuota sul tavolo di legno della cucina e va a mettersi dei pantaloni. Martina fa entrare il figlio della vecchia. Parlano per qualche minuto, ma tranne qualcosa su come si apre il garage nel box la vecchia aveva detto tutto bene. 

«Ah ok bene, scusate se mi sono permesso, ora me ne vado, ma sapete con mia madre non si deve abbassare la guardia o se no fa casini.»

«A me sembra una donna sul pezzo» – dice Martina, intanto che si sposta un ciuffo di capelli dalla fronte.

«Vuole una birra?» – chiede Carlo, spera che gli dica di sì così può aprirne un’altra anche per lui.

«No, no ora me ne vado, ho cena a casa di mamma. Come vi ha già detto lei, per qualsiasi cosa ci trovate lì. Comunque, signorina, mia madre è fuori di testa da quando è morto mio padre un paio di anni fa di infarto. Non è stata più la stessa. Anche a me manca tanto

Carlo si sente a disagio. Giacomo gratta con l’unghia il tavolo mentre parla. L’acqua bolle e Martina si alza a buttare la pasta.

«Mi dispiace per suo padre.»

«Stia tranquilla, sono cose che succedono. Buona vacanza» – si dirige verso la porta, Carlo lo accompagna. 

Mangiano pasta al pesto e bevono vino rosso, Carlo è un po’ alticcio. Parlano poco.

«Che pensi, tesoro?»

«Niente Marti, buona la pasta.»

«Grazie.»

Finita la cena c’è ancora luce. Martina inizia a sparecchiare mentre Carlo porta una sedia sul balcone e il bicchiere con il vino da finire nell’altra mano. Ripensa alla volta che ha conosciuto Martina. Gli piacque subito e lo eccitava, aveva un bel seno, era più giovane di lui di quattro anni. È successo tutto troppo in fretta secondo Carlo, ma non glielo aveva mai detto. In fondo lui sa che anche lei la pensa così. Qualche mese dopo il loro incontro Martina si era trasferita a casa sua. Non se ne sarebbe andata e lui non glielo avrebbe chiesto, almeno adesso. 

«Devi smetterla con queste scenate Giacomo! Mi fai fare la figura della scema con gli inquilini!» arrivava dalla casa un piano più in basso. Carlo sente tutto per la porta finestra aperta che dà sul balcone. Si gira per vedere se anche Martina è in ascolto del litigio, ma lei non sente perché sta lavando i piatti e lo scroscio dell’acqua fa troppo rumore. Dal balcone Carlo origlia il litigio mentre guarda distrattamente i monti alla luce della luna, con un braccio appoggiato alla ringhiera.

«Mamma stai zitta! Non farei così se non continuassi a crearmi problemi. Devi iniziare a far gestire a me l’appartamento

«Posso benissimo pensarci io. E guardati Giacomo, dopo tutto quello che ho fatto per te, mi tratti così. Se tuo padre fosse qui non oseresti

«Papà non c’è e se ci fosse ci sarebbe lui a mettere a posto i tuoi casini e io starei per i cazzi miei.»

«Taci, quando era qui stavo bene. Può capitare di sbagliare alla mia età, ma con lui non succedeva.»

Poi silenzio. «Scusa mamma, non fa niente.» La vecchia piange. «In fondo cosa farei se non avessi i tuoi casini da risolvere?» Carlo immagina il figlio stempiato avvicinarsi alla madre per abbracciarla.

Carlo rimase fuori per tutto il tempo ad ascoltare e a guardare il panorama mentre il buio diventava sempre più fitto, il bicchiere si era svuotato qualche volta, era rientrato furtivo per riempirlo e risedersi a origliare. Stava per entrare quando le voci erano finite, ma la vecchia uscì dal balcone. La guarda dall’alto in basso. Le vede la gobba e il grembiule che le sventola sui fianchi. I capelli della vecchia sono un po’ radi. Sembra stanca e si appoggia con le mani sulla ringhiera del balcone a guardare verso i monti. Carlo si sporge un po’, forse dovrebbe mandarle un saluto, ma evita.

I minuti successivi Carlo e la vecchia li passano a guardare l’orizzonte, rivolti nella stessa direzione, sguardi paralleli che non s’incrociano. Il bicchiere che ha in mano è vuoto, è ubriaco e sente che se si girasse per entrare, ondeggerebbe tastando con la mano libera la porta finestra e il muro per mantenere l’equilibrio; starà lì ancora un po’. La vecchia inizia a respirare con forti sospiri, come se le mancasse l’aria. 

C’è qualcosa di spaventoso nei monti davanti casa. L’oscurità che scende nasconde alla vista di Carlo i lineamenti e i colori della natura, non gli permette di distinguere i confini tra i sentieri e le mulattiere che salgono dal paesino al monte. Il buio avanza dalle cime e scende ingoiando il paese, poi le macchine parcheggiate, i sanpietrini e arriva fino a lui, lo ingurgita e lo rende cieco. Carlo non osa muovere un muscolo, non vede e non sente nulla. Respira a malapena, vorrebbe chiamare aiuto, ma non riesce. Dal buio scorge una luce, una piccola scintilla dal versante del monte e la paura gli passa, come se fosse tutto normale adesso. Non capisce se sia la scintilla ad avvicinarsi a lui o lui a zoomare come con un potentissimo telescopio. È tutto così strano e allucinogeno da non poterne fare a meno. È come se avesse perso tutti i sensi eccetto la vista e l’udito, è parte di quella scintilla adesso e non può che guardare e sentire ciò che succede su quel particolare punto del versante dove tutto sfuma e si disgrega come le nuvole o il fumo di sigaretta, finché il fumo non si addensa e prende colore: allora vede degli alberi, il sole, un piccolo sentiero e sente delle risate arrivare da dietro di lui. 

Due giovani corrono proprio sotto il suo sguardo, sono sudati e probabilmente arrivano dal paesino a valle. Ridono, ridono tanto. Li segue mentre tenendosi per mano rallentano il passo e con un balzo escono dal sentiero per acquattarsi nella boscaglia, tra gli arbusti. Sono eccitati e si avvinghiano in un abbraccio stretto e soffocante. Non c’è niente di pudico in quello che sta provando Carlo, si sente solo partecipe di quell’atto d’amore, come fosse le foglie su cui sono sdraiati o la corteccia degli alberi che li custodisce. Vanno a ritmo col rumore vento che sfiora le cime degli alberi e su di loro si posano rami secchi e polline bianco. Ne vede i contorni morbidi, farsi tesi per la contrazione muscolare, i fasci nervosi irrigidirsi e allungarsi. Respirano il respiro dell’altro e il calore che nasce dai loro corpi si radica in tutto il terreno, penetra in profondità e si ramifica, come se volesse porvi delle fondamenta, come se quella fosse casa. 

Carlo ripiomba sulla sua sedia e le sue dita si sono sigillate intorno al bicchiere vuoto. «Cosa mi è successo?» Si chiede. Il buio è tornato a delimitare i monti ed è confinato dove la luce dei lampioni e delle case non arriva. 

Fa per alzarsi e dà un ultimo sguardo alla vecchia. Gli sembra avvinghiata alla grata con forza. Vede i contorni delle nocche diventare bianchi dallo sforzo e le dita si affusolano intorno alla ringhiera metallica. La vecchia si volta e mentre la vede rientrare gli sembra che le sue dita ricurve per l’età non si stacchino dalla ringhiera del balcone. Anzi le vede allungarsi e cambiare colore, sono marroni, piene di nodi, vanno contro la direzione del corpo della vecchia. Sono radici come quelle che escono dal terreno che ti fanno inciampare sui sentieri di montagna. Radici che non trovano terra ormai da anni e che tendono verso i monti, verso casa.

Barcolla in casa.

«Hai bevuto stasera» 

«Forse Marti, forse» – Carlo le si avvicina, lei ha ancora le mani umide dopo aver lavato i piatti.

«Andiamo a dormire» – gli dice.

«Aspetta»  – Carlo le si appoggia addosso, con le dita affusolate intorno alla vita di lei. Vede le cose un po’ ingrigite dall’alcool. 

«Balliamo Marti, ti va?» 

«Sei scemo forse? Non sai ballare.» 

«Mi insegni tu.» 

Ballano reggendosi a vicenda, Martina prima con le mani alzate per paura di bagnare Carlo, ora intorno alla sua vita. Ballano senza musica sconnessi e con movimenti deboli, senza badare ai piedi o ai mobili della casa, tanto da scontrarli più volte. Il lampadario di plastica li illuminava a stento e, nella stanza, un osservatore avrebbe faticato a distinguere le due figure, se non fosse per le risate che salivano da quel corpo unico, risate sottili sempre più sincrone e lievi, simili al fruscio del vento tra le foglie, come se arrivassero da un albero appena cresciuto in quell’appartamento.

Tommaso Merati

© Credit immagini: Courtesy Mishel Mantilla

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

Arundhathi Subramaniam

© Credit immagini: link

Buzzati, un amore per tutta la vita e nell’arco di un racconto

Dino Buzzati (1906 – 1972) si definì come «un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista». Uno dei maggiori esponenti del Novecento esistenzialista, nel 1958 compose l’opera Sessanta racconti sulla base di alcune raccolte precedenti e racconti inediti. Molti di questi racconti confluirono poi nella composizione de La boutique del mistero (1968). Il racconto per Buzzati è un tentativo di indagine profonda, un’esplorazione emozionante in un’atmosfera magica, uno strumento che permetta al lettore di interrogarsi sulle debolezze dell’uomo contemporaneo, i suoi paradossi, la sua solitudine e le esperienze che lo accompagnano quotidianamente. 

Uno di questi racconti, Inviti superflui, ripercorre in pochissime pagine un amore vissuto alla stessa maniera per la vita intera e nell’arco di un racconto. Si tratta di una lettera mancata, un racconto colmo di poesia indirizzato a un amore che appare perduto, ma che non smette di riaffiorare nella mente di chi scrive: tutta la vita ha la forma di un sogno, comincia una sera d’inverno e finisce in autunno.

«Vorrei che tu venissi da me una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.»

È inverno e due cuori si stringono nel calore di una stanza, stretti l’uno all’altro a immaginare una felicità fiabesca, lì dove sentirono palpitare «per la prima volta pazzi e teneri desideri». Arriva poi una grigia primavera e da questo amore vissuto tutto d’un fiato e «nascono speranze che non si sanno dire e le anime si parleranno senza parola». Giunge l’estate e i protagonisti si trovano in montagna a guardare l’acqua che scorre sotto un ponte di legno, a ridere per le cose più semplici e ad «ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai». Loro saranno felici, e arriverà l’autunno con le strade colorate dalle foglie rosse degli alberi, con la gente che si girerà a guardarli, non per invidia o malanimo, ma con un sorriso colmo di tenerezza – «per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo»

Tuttavia il mondo di Buzzati presenta spesso un’impossibilità nell’attuare il presente, nel vivere l’attimo nel momento in cui ci viene presentato. Ormai il loro amore è finito, il poeta comprende che c’è un’incomprensione di fondo: i due amanti non si sono dati abbastanza per comprendere il mondo l’uno dell’altra. E anche adesso che lui vorrebbe un ritorno, adesso che sarebbe pronto ad accogliere il mondo di lei ormai è troppo tardi.

Infatti, si vede che alla fine di ogni stagione chi scrive la lettera si rivolge a un ‘tu’ che è ormai troppo lontano, si cerca di raggiungerlo ma è difficile perché fatto solo di ricordi. Il ‘tu’ che nelle sere d’inverno non avrebbe capito le favole morte tanto care al poeta, che si sarebbe invece perso in altre cure a lui ignote. Il ‘tu’ che preferisce le luci, la folla, gli uomini che ti guardano e che se quel giorno di primavera andasse a passeggiare si lamenterebbe solamente di essere stanca. E in estate, invece di dire: ‘che bello!’, impaziente di fare ritorno avrebbe chiesto un’altra sigaretta. E in autunno, infine, invece di guardare il cielo di cristallo guarderebbe le vetrine, gli ori, le ricchezze, quelle cose meschine.

Ormai questo amore è finito, ormai questo tu è «dentro una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose

È proprio scorgendo queste differenze che l’autore desidererebbe un ritorno comprendendo l’importanza e la bellezza di essere diversi:

«Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo

Giulia Ferrero

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La tabaccaia di Federico Fellini nel quartiere dormitorio

«Un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tovagliolo, è venuta fuori la parola ‘Amarcord’. Amarcord: una paroletta bizzarra, un carillon, una capriola fonetica, la marca di un aperitivo, anche, perché no? Una parola che nella sua stravaganza potesse diventare la sintesi di un modo di sentire e di pensare contraddittorio. Mi sembrava che il film che volevo fare rappresentasse proprio questo: la necessità di una separazione da qualcosa che ti è appartenuta, che ti ha condizionato, dove tutto si confonde emozionalmente, un passato che non deve avvelenarci, e che perciò è necessario liberare da ombre, grovigli, un passato da assimilare per vivere più consapevoli il presente

Così Federico Fellini racconta la nascita del titolo del suo film Amarcord, uscito nel 1973 e ambientato negli anni Trenta, quando il fascismo aveva ormai raggiunto tutta Italia. Fellini, assieme al poeta Tonino Guerra, rappresenta scene di vita quotidiana della periferia di Rimini, rappresentazione di una qualsiasi provincia italiana negli anni del fascismo. Ma il film non descrive solamente un quadro storico del periodo. Fellini ha in mente altro: «La provincia di Amarcord è quella dove tutti siamo riconoscibili, nell’ignoranza che ci confonde. Quello che mi interessa è la maniera, psicologica ed emotiva, di essere fascisti: una sorta di arresto alla fase dell’adolescenza. È forse per questo che quando la crescita si risolve in un’evoluzione delusa, il fascismo può perfino sembrare un’alternativa alla delusione, una specie di sgangherata riscossa». Fellini vedeva nelle premesse – e nelle promesse – del fascismo la mancanza di voler approfondire il proprio rapporto con la vita, per comodità, pregiudizio e presunzione. Veniva facile affermare le proprie convinzioni con la mania di grandezza e la riluttanza verso l’informazione, evitando invece di scavare nel profondo, anche attraverso la cultura.

La chiusura della mentalità provinciale e il senso di isolamento tipica della vita nei piccoli centri si ritrova anche nella realtà in cui siamo costretti a vivere in questo periodo, lontani da teatri, ambienti universitari, cinema, spazi in cui è impossibile il confronto, fino a rinchiuderci nelle nostre convinzioni nutrite solamente da input raccolti dietro a uno schermo. 

Sotto il sole cocente di agosto 2020, per le strade di una città di provincia, c’è stato qualcuno che ha portato le riprese e gli attori fuori dalle mura del cinema, facendo tesoro delle parole di Fellini stesso. A Settimo Torinese, a pochi chilometri da Torino, un gruppo di giovani ha dato vita a un cortometraggio tra le vie del Villaggio Fiat, quartiere costruito negli Anni Sessanta e Settanta per gli operai torinesi. Fabio Fontana, classe ’99, è riuscito a proporre il cinema di Federico Fellini anche nella periferia, coinvolgendo alcuni suoi amici del quartiere. È nato così il cortometraggio La tabaccaia di Federico Fellini nel quartiere dormitorio, vincitore dell’International Tour Film Festival 2020 – Cento volte Fellini, in occasione del centenario della nascita del regista. Gli amici di Fontana si sono prestati al cinema. Niente di così strano, se si pensa che il Maestro scelse proprio una non-attrice per il personaggio della Tabaccaia.

Perché la scelta del personaggio della Tabaccaia? «Un maglioncino, una gonna abbastanza lunga, scarpe Anni Trenta e un fazzoletto in testa, ed era fatta. Serviva sicuramente una donna dalle curve generose, e Giada [Giada Pappalardo, la Tabaccaia ndr] ha accettato la mia proposta. Il 7 agosto girava per le vie con il golfino di lana e il trucco perfetto».

Il lavoro si è rivelato una fusione tra elementi del passato e di oggi, in un immaginario ponte tra le periferie dell’epoca e le nostre periferie. «Non avendo la possibilità di avere microfoni e strumenti tecnici adatti, io e Mala [Alessandro Malabaila, direttore della fotografia e operatore di macchina, ndr] abbiamo pensato che gli oggetti in scena servissero per descrivere l’ambientazione. Nonostante il bianco e nero, non avevamo la presunzione di ricostruire un’Italia degli anni Trenta, l’obiettivo era quello di ridipingere la realtà di oggi in chiave felliniana, da amanti del cinema».

Fabio e alcuni suoi amici hanno anche dato il via a CineFiat, il cineforum della città in cui propongono alcuni titoli che hanno fatto la storia del cinema. «I ragazzi di periferia spesso non sono neanche incentivati a spendere dei soldi per andare al cinema. In futuro bisogna costruire punti di incontro in cui ci sia l’occasione per vedere e discutere di film, creando luoghi di riferimento sul territorio». 
Come uno dei protagonisti del corto insegue curioso e desideroso la Tabaccaia, così anche i ragazzi del quartiere inseguono un sogno, un ideale forte, che li porta ad agire sul territorio nel concreto per avvicinare più persone possibili alla settima arte e, al medesimo tempo, a una crescita che non lascia delusi.

Marta Schiavone

© Credit immagini: Courtesy Fabio Fontana + link + link

Il tempo della lentezza

Qualche giorno fa mi sono sorpresa a dare da bere alla mia pianta con particolare cura. Osservavo l’acqua scivolare sulla superficie delle foglie. 

Non mi capita spesso, è più normale rincorrere il tempo, come il Bianconiglio.

In questi mesi ‘speciali’ che stiamo vivendo forse sto scoprendo un’altra direzione, quella della lentezza. Una dimensione a me cara che ho sempre associato alla vacanza. Ma perchè solo in vacanza? E perché non ogni giorno? 
Nella vita quotidiana tutto è dominato dalla velocità. Si corre. 
Ci dimentichiamo che il privilegio è prendersi del tempo. Perché è il tempo che dedichiamo a stare con un’amica dopo tanto tempo o a goderci un tramonto che ci ricordiamo e che si trasforma in ricordo.

L’ho capito sulla mia pelle. 
Per ogni occasione in cui mi sono fermata, oggi custodisco un ricordo. 

L’importanza di questi momenti che avevo solo intuito, l’ho razionalizzata leggendo le riflessioni del lunedì di Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera

 «Se ci pensiamo è proprio quando la vita riesce a toccarci che rallentiamo, respiriamo, ‘perdiamo’ tempo, anzi lo ‘recuperiamo’ perché solo la relazione profonda con le cose e le persone amplia e salva il tempo, che è vita che non ci può essere più tolta e risuona in noi anche a distanza di anni […] Così entrano nella memoria i nostri incontri con la realtà, che sono quella gioia duratura e inalienabile che chiamiamo ‘ricordi’ ma che faremmo bene a chiamare ‘vita salvata’». 

È anche ‘vita salvata’ lo stemma che Lorenza de Medici fa dipingere nella sua reggia di Palazzo Vecchio a Firenze. 
La tartaruga con la sua andatura lenta, fa tesoro del suo passato e ha il tempo per fare strategie sul futuro. La vela che le permette di capire da dove e come gira il vento, le consente di agire in sintonia con l’ambiente esterno. 

Oggi che ci si dimentica che l’aumento della velocità ostacola l’elaborazione 
di un pensiero,
perchè non pensiamo di essere tartarughe con una vela sul carapace?

Valeria Molinari

© Credit immagini: Courtesy Valeria Molinari + link + link