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Margherita…c’è ancora vita

Margherita Mion in terza elementare scrive un tema dal titolo Se io fossi, che cosa vorrei essere. All’interno del testo dice se io fossi il sole, darei la luce ai bambini che hanno paura del buio

«Margherita è la nostra primogenita, nata il 4 ottobre del 1998 e morta a 18 anni nel luglio del 2017, dopo undici mesi di lotta per una rara forma tumorale che se l’è portata via», così inizia il racconto di Marco Mion, fondatore dell’associazione Margherita c’è ancora vita. «Accettando il consiglio di un’amica, ho deciso di scrivere un libro per ricordare tutte le cose successe durante l’anno di malattia di Margherita». Grazie all’aiuto della famiglia e degli amici hanno creato il libro Margherita c’è ancora vita

«La perdita di un figlio è un lutto che non passa, è un dolore che si rinnova ogni giorno. Avevamo bisogno di trovare qualcosa che ci aiutasse a vivere e onorare la sua breve e giovane vita».

Dopo aver regalato il libro a pochi intimi, si è creata una catena grazie alla quale hanno stampato e preparato un migliaio di copie. Sono sempre rimasti in contatto con il reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale di Treviso. «Grazie al suggerimento di un’infermiera e grazie alle offerte ricevute per il libro, abbiamo pensato di sponsorizzare l’affitto di una camera, di una stanza o di un appartamento al mare, dove ospitare i ragazzi con le loro famiglie per una settimana di vacanza, ammesso che questa potesse essere accompagnata dalla visita di un medico del reparto» nasce così il progetto Vacanza di vita, che in due anni ha portato al mare 17 famiglie. 

«Da un incubo siamo stati catapultati in un sogno».

Nell’estate del 2020 decidono però di estendere il progetto. «Abbiamo trovato una casa in una località di mare a quaranta minuti di strada dall’ospedale di Treviso, lanciato la piattaforma di crowdfunding e cominciato a raccogliere fondi per comprare quella che sarà la Casa di Margherita: una casa al mare, dotata di tutti i comfort, pronta ad accogliere le famiglie durante tutta la stagione primaverile ed estiva. Durante il soggiorno i medici saranno presenti e noi ci occuperemo di rendere la casa sempre accogliente, pronta e disponibile, con un arredamento funzionale ma comodo e confortevole, per fare in modo che queste famiglie possano sentirsi accolte e comprese in una situazione che mette in difficoltà». 

L’obiettivo principale è quello di trovare un modo, una forma, una strategia, una semplice azione per aiutare chi sta affrontando la malattia di un figlio. «Quando devi affrontare una battaglia così, inevitabilmente ti senti solo contro il mondo e sentirsi soli in un percorso di questo tipo fa sprofondare. Noi sappiamo cosa significhi ricevere aiuto dalle altre persone, sappiamo che può fare tanta differenza. Cambia la qualità della vita».

Ecco che la frase del tema di Margherita nel tempo si è trasformata in questa opportunità della casa al mare. Ecco che la casa al mare e Margherita sono diventati una luce, una speranza, una coccola per questi bambini e ragazzi che possono aver paura di una malattia così importante e difficile.

«Questo progetto aiuta noi a trovare un modo per trasformare il dolore in amore e aiuta Margherita a crescere in una forma diversa dando l’opportunità alle famiglie che vivranno questa vacanza nella casa di essere loro a raccontare la storia di Margherita e di come in realtà questa ragazza è riuscita a dare una mano agli altri».

Adele De Pasquale

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Gemelli

Le domande nell’arco di una giornata erano davvero tante, perché tante erano le cose che gli adulti facevano e di cui i gemelli non comprendevano il significato. 

Lui e Lei erano nati lo stesso giorno, pochi minuti uno dall’altro, prima lei, poi lui, entrambi intorno alle 10 del mattino.

Insieme avevano imparato le regole base della vita: la mattina si fa la colazione, i giocattoli vanno rimessi al loro posto – sempre! – la doccia va fatta tutti i giorni e le verdure fanno diventare grandi e forti, quindi bisogna mangiarle, anche se non sono tanto buone. 

Ma perché la mamma mette la gonna e il papà no? Perché la mattina le foglie hanno tantissime minuscole goccioline sulla loro superficie? Perché esistono le stagioni? E perché nonna non è più in vita? Che cosa vuol dire ‘essere in vita’? E perché il giallo mischiato al blu diventa verde? Perché la mamma mette sempre scarpe molto alte e si lamenta di avere male ai piedi la sera? E perché il papà deve fare la barba quasi tutte le mattine? Perché la gente mette il profumo e come fanno le api a fare il miele, se quando ti toccano ti pungono e fanno malissimo? 

Ci sono molte regole da seguire e i gemelli vedono spesso infrangersi il loro desiderio di fare tutto insieme con una regola particolare: ‘i ragazzi e le ragazze fanno cose diverse’. Più crescono e più diventa difficile per i gemelli capire che non possono giocare insieme a travestirsi e usare i trucchi della mamma; che non possono giocare nella stessa squadra di calcio la domenica mattina e che anche per la scelta dei colori ci sono dei limiti. Ma tutto questo è difficile da accettare e spesso obbediscono alle regole senza davvero comprenderne il senso. 

Lui ha deciso che da grande vorrà fare il pittore e dipingere farfalle bianche su sfondi rossi, perché ha da poco imparato il concetto di ‘contrasto’. Lei ha deciso che costruirà le radio, perché ama il fatto che da una piccola scatoletta escano così tante voci. 

Insieme hanno deciso che saranno proprietari di un circo senza animali, dove la gente potrà andare a vedere gli spettacoli delle persone che fanno cose matte e mangiare zucchero filato. I gemelli si vogliono molto bene e si tengono spesso per mano e provano insieme a comprendere un mondo fatto di tantissime regole e poche spiegazioni, alcune le seguiranno altre invece proveranno a cambiarle. Ma di una cosa sono certi: rimarranno sempre insieme e scopriranno – insieme – tutti i misteri della vita, mangiando il gelato. 

Mishel Mantilla

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Nati per Leggere

Lascia un libro in mano a un bambino o a una bambina e lo considererà come un giocattolo: forse sfoglierà qualche pagina, poi ne addenterà la copertina e lo lascerà andare, passando al prossimo intrattenimento. Ma prova a sederti sul divano con lui o con lei, fianco a fianco, e a leggere la storia che il libro nasconde: creerai una magia.

I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo intellettivo, emotivo, linguistico e razionale dei bambini e la lettura è uno strumento potentissimo per aiutare loro in questo cammino. Lo sanno molto bene i volontari di Nati per Leggere, un programma di promozione della lettura condivisa in famiglia in età prescolare (0-6 anni) presente su tutto il territorio nazionale con circa 800 progetti locali. L’iniziativa, nata grazie alla collaborazione tra l’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino, mira prevalentemente a sensibilizzare i genitori riguardo l’importanza della lettura condivisa anche attraverso l’organizzazione di occasioni di incontro per grandi e piccoli nelle biblioteche e nei parchi. I volontari e le volontarie di Nati per Leggere si inventano sempre modi nuovi per avvicinarsi ai piccoli lettori e lettrici e alle loro famiglie, anche in questo momento in cui organizzare eventi è sempre più difficile. Ho ascoltato la testimonianza di Sara, Donatella e Stefania, volontarie del Varesotto.

Sara, volontaria ma anche mamma, mi racconta come per lei il tempo che dedica alla lettura, in famiglia come durante le attività con Nati per Leggere, sia innanzitutto tempo condiviso e donato, nel quale si costruisce o si consolida una relazione tramite lo strumento del libro. «Nella mia esperienza ho capito quanto sia essenziale lavorare in stretta collaborazione con le amministrazioni comunali e i sistemi bibliotecari in modo da permettere ai piccoli lettori e lettrici di sentirsi un po’ a casa tra gli scaffali delle biblioteche e creare un ambiente accogliente per poter lasciarli coltivare la loro passione in questi luoghi».

Donatella è ostetrica e porta Nati per Leggere al consultorio comunale e al centro vaccinale: «L’avvicinamento alla lettura è essenziale anche sotto l’anno di vita. L’uso della voce, il racconto e la lettura sono strumenti potenti per relazionarsi con il proprio bambino o bambina e per aiutarne lo sviluppo cognitivo, anche in gravidanza. Lavorando nel centro vaccinale ho la possibilità di raggiungere e sensibilizzare anche tante famiglie che normalmente non frequentano la biblioteca. La lettura è contatto e relazione: è importante svilupparla soprattutto con i più piccoli».

«I bambini fin da piccoli hanno un forte interesse per i suoni e le parole. Vivere con loro l’esperienza della lettura e proporre libri di qualità è un modo unico di stare loro a fianco e vederli crescere». Stefania è un’educatrice di asilo nido e ha scelto di aderire al programma per poter raggiungere anche le famiglie e sensibilizzarle al valore dell’apprendere attraverso la lettura. Un programma, quindi, che attraverso la lettura condivisa e il tempo donato promuove la relazione tra i più piccoli e le loro figure di riferimento, oltre a favorire il loro benessere e un corretto sviluppo. Oggi, Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, auguriamo a tutti i bambini e le bambine di vivere questa esperienza.

Silvia D’Ambrosio

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Sport Senza Frontiere Onlus: l’inclusione sociale attraverso lo sport

La Onlus Sport Senza Frontiere viene fondata a Roma nel 2009. Alessandro, il presidente, era proprietario di una società sportiva di Pentatlon nella capitale e aveva deciso di dare la possibilità di fare sport ai bambini e ragazzi che non si potevano permettere di pagare la quota di iscrizione. Insieme ad alcuni amici hanno  quindi  fondato Sport Senza Frontiere che – a undici anni dalla fondazione – oggi è presente nelle città di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bergamo e Trento e che ha lo scopo di garantire la pratica sportiva anche ai giovani di famiglie in disagio socio-economico.

Ho avuto la fortuna di incontrare Valentina, una mia compagna di università che da qualche anno lavora per la Onlus, e, tra una chiacchiera e l’altra, l’ho intervistata. Lavora presso la sede di Milano con una equipe di circa sei persone e mi ha raccontato che, anche se in pochi, riescono a prendersi cura di cento e più bambini. 

Come funziona? 

L’associazione si prende in carico una famiglia, si chiede al bambino o al ragazzo quale sport desidera praticare e gli si fa fare la visita medica. Successivamente si cerca un centro o una società sportiva disposti a collaborare per inserire il minore in una squadra già formata; ci sono società grandi che possono regalare la quota di iscrizione anche a più di un bambino, mentre ad altre realtà più piccole la quota viene pagata dalla Onlus, grazie ai finanziamenti e gli sponsor. Le famiglie contattano la Onlus attraverso i centri sociali o le comunità etniche, altre volte sono le maestre del bambino a chiamare Sport Senza Frontiere o i centri sportivi, altre volte tutto avviene tramite un semplice passaparola. A ogni tutor vengono affidati circa venti bambini: a seconda delle esigenze di ognuno, di volta in volta li si accompagna all’allenamento, si parla con la famiglia, e si fornisce supporto sotto diversi punti di vista. Durante il lockdown Sport Senza Frontiere ha mantenuto attive le relazioni con le famiglie con diverse chiamate durante la settimana per informarsi sulle condizioni dei bambini. Valentina definisce questa realtà una granderete solidale’. 

L’idea di base?

«L’idea è inclusione sociale attraverso lo sport» – Valentina mi racconta che molti bambini dopo la scuola rimangono a casa a non fare niente, poiché i genitori lavorano – «Per noi, ‘persone fortunate’, a settembre c’era la possibilità di scegliere lo sport che ci piaceva di più e la mamma ci avrebbe iscritto… non tutti se lo possono permettere. Quindi è importante dare la possibilità di fare questa scelta: sia per favorire l’inclusione sociale, ma anche per permettere ai bambini di conoscere i valori che lo sport è in grado di darti: determinazione, problem solving, gestione dei piccoli conflitti/capricci». Infatti, grazie alla collaborazione con l’Università Cattolica di Milano e l’Università di Tor Vergata a Roma, si cerca di monitorare l’impatto sociale del progetto lo sviluppo, non solo fisico, ma anche psicologico del bambino.

«Io credo profondamente nei valori della sport e in quello che lo sport ti può dare, perché ho sempre avuto la fortuna di praticarlo. E credo anche in tutto quello che ‘il fare sport’ implica, non solo per il bambino, ma anche per le famiglie, a cui, ad esempio, viene data la possibilità di incontrare altre famiglie e creare importanti legami sociali».

Maddalena Fabbi

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Lego diventerà plastic free entro il 2030

I giovani (e i giovanissimi) hanno portato a un cambiamento. Lego si sta impegnando per una produzione con il minor consumo di plastica possibile. A inizio 2021 lancerà imballaggi con carta riciclabile e nei prossimi anni l’impegno è di trasformare il mattoncino in un elemento biodegradabile. L’obiettivo finale? Rendere Lego al 100% sostenibile entro il 2030

La spinta al cambio di rotta della grande azienda è stata data da bambini e giovani che in migliaia hanno scritto per sensibilizzare il grande gruppo danese a una produzione più sostenibile. Niels B.Christiansen, ad di Lego Group ha dichiarato: «In qualità di azienda che guarda ai bambini come ai nostri modelli, siamo ispirati dai milioni di ragazzi che hanno chiesto un’azione più urgente sul cambiamento climatico. Riteniamo che dovrebbero avere accesso alle opportunità per sviluppare le competenze necessarie per creare un futuro sostenibile. Intensificheremo i nostri sforzi per utilizzare le nostre risorse, reti, competenze e piattaforme per fare una differenza positiva».

L’avvenimento mi ha portato a riflettere su come la sensibilità dei giovani rispetto alla fragilità della Terra e la loro volontà di prendersene cura ha inciso nel concreto sul grande gruppo danese, il quale ha risposto in maniera costruttiva. Un invito a condividere senza paura le nostre sensibilità per coinvolgere e influenzare non solo i settori di produzione ma anche chi si occupa di servizi e del sociale. Abbiamo la prova che possiamo essere ascoltati sulle nuove urgenze legate al benessere del pianeta, perché la Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli.

Valeria Molinari

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