Buzzati, un amore per tutta la vita e nell’arco di un racconto

Dino Buzzati (1906 – 1972) si definì come «un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista». Uno dei maggiori esponenti del Novecento esistenzialista, nel 1958 compose l’opera Sessanta racconti sulla base di alcune raccolte precedenti e racconti inediti. Molti di questi racconti confluirono poi nella composizione de La boutique del mistero (1968). Il racconto per Buzzati è un tentativo di indagine profonda, un’esplorazione emozionante in un’atmosfera magica, uno strumento che permetta al lettore di interrogarsi sulle debolezze dell’uomo contemporaneo, i suoi paradossi, la sua solitudine e le esperienze che lo accompagnano quotidianamente. 

Uno di questi racconti, Inviti superflui, ripercorre in pochissime pagine un amore vissuto alla stessa maniera per la vita intera e nell’arco di un racconto. Si tratta di una lettera mancata, un racconto colmo di poesia indirizzato a un amore che appare perduto, ma che non smette di riaffiorare nella mente di chi scrive: tutta la vita ha la forma di un sogno, comincia una sera d’inverno e finisce in autunno.

«Vorrei che tu venissi da me una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.»

È inverno e due cuori si stringono nel calore di una stanza, stretti l’uno all’altro a immaginare una felicità fiabesca, lì dove sentirono palpitare «per la prima volta pazzi e teneri desideri». Arriva poi una grigia primavera e da questo amore vissuto tutto d’un fiato e «nascono speranze che non si sanno dire e le anime si parleranno senza parola». Giunge l’estate e i protagonisti si trovano in montagna a guardare l’acqua che scorre sotto un ponte di legno, a ridere per le cose più semplici e ad «ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai». Loro saranno felici, e arriverà l’autunno con le strade colorate dalle foglie rosse degli alberi, con la gente che si girerà a guardarli, non per invidia o malanimo, ma con un sorriso colmo di tenerezza – «per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo»

Tuttavia il mondo di Buzzati presenta spesso un’impossibilità nell’attuare il presente, nel vivere l’attimo nel momento in cui ci viene presentato. Ormai il loro amore è finito, il poeta comprende che c’è un’incomprensione di fondo: i due amanti non si sono dati abbastanza per comprendere il mondo l’uno dell’altra. E anche adesso che lui vorrebbe un ritorno, adesso che sarebbe pronto ad accogliere il mondo di lei ormai è troppo tardi.

Infatti, si vede che alla fine di ogni stagione chi scrive la lettera si rivolge a un ‘tu’ che è ormai troppo lontano, si cerca di raggiungerlo ma è difficile perché fatto solo di ricordi. Il ‘tu’ che nelle sere d’inverno non avrebbe capito le favole morte tanto care al poeta, che si sarebbe invece perso in altre cure a lui ignote. Il ‘tu’ che preferisce le luci, la folla, gli uomini che ti guardano e che se quel giorno di primavera andasse a passeggiare si lamenterebbe solamente di essere stanca. E in estate, invece di dire: ‘che bello!’, impaziente di fare ritorno avrebbe chiesto un’altra sigaretta. E in autunno, infine, invece di guardare il cielo di cristallo guarderebbe le vetrine, gli ori, le ricchezze, quelle cose meschine.

Ormai questo amore è finito, ormai questo tu è «dentro una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose

È proprio scorgendo queste differenze che l’autore desidererebbe un ritorno comprendendo l’importanza e la bellezza di essere diversi:

«Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo

Giulia Ferrero

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La tabaccaia di Federico Fellini nel quartiere dormitorio

«Un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tovagliolo, è venuta fuori la parola ‘Amarcord’. Amarcord: una paroletta bizzarra, un carillon, una capriola fonetica, la marca di un aperitivo, anche, perché no? Una parola che nella sua stravaganza potesse diventare la sintesi di un modo di sentire e di pensare contraddittorio. Mi sembrava che il film che volevo fare rappresentasse proprio questo: la necessità di una separazione da qualcosa che ti è appartenuta, che ti ha condizionato, dove tutto si confonde emozionalmente, un passato che non deve avvelenarci, e che perciò è necessario liberare da ombre, grovigli, un passato da assimilare per vivere più consapevoli il presente

Così Federico Fellini racconta la nascita del titolo del suo film Amarcord, uscito nel 1973 e ambientato negli anni Trenta, quando il fascismo aveva ormai raggiunto tutta Italia. Fellini, assieme al poeta Tonino Guerra, rappresenta scene di vita quotidiana della periferia di Rimini, rappresentazione di una qualsiasi provincia italiana negli anni del fascismo. Ma il film non descrive solamente un quadro storico del periodo. Fellini ha in mente altro: «La provincia di Amarcord è quella dove tutti siamo riconoscibili, nell’ignoranza che ci confonde. Quello che mi interessa è la maniera, psicologica ed emotiva, di essere fascisti: una sorta di arresto alla fase dell’adolescenza. È forse per questo che quando la crescita si risolve in un’evoluzione delusa, il fascismo può perfino sembrare un’alternativa alla delusione, una specie di sgangherata riscossa». Fellini vedeva nelle premesse – e nelle promesse – del fascismo la mancanza di voler approfondire il proprio rapporto con la vita, per comodità, pregiudizio e presunzione. Veniva facile affermare le proprie convinzioni con la mania di grandezza e la riluttanza verso l’informazione, evitando invece di scavare nel profondo, anche attraverso la cultura.

La chiusura della mentalità provinciale e il senso di isolamento tipica della vita nei piccoli centri si ritrova anche nella realtà in cui siamo costretti a vivere in questo periodo, lontani da teatri, ambienti universitari, cinema, spazi in cui è impossibile il confronto, fino a rinchiuderci nelle nostre convinzioni nutrite solamente da input raccolti dietro a uno schermo. 

Sotto il sole cocente di agosto 2020, per le strade di una città di provincia, c’è stato qualcuno che ha portato le riprese e gli attori fuori dalle mura del cinema, facendo tesoro delle parole di Fellini stesso. A Settimo Torinese, a pochi chilometri da Torino, un gruppo di giovani ha dato vita a un cortometraggio tra le vie del Villaggio Fiat, quartiere costruito negli Anni Sessanta e Settanta per gli operai torinesi. Fabio Fontana, classe ’99, è riuscito a proporre il cinema di Federico Fellini anche nella periferia, coinvolgendo alcuni suoi amici del quartiere. È nato così il cortometraggio La tabaccaia di Federico Fellini nel quartiere dormitorio, vincitore dell’International Tour Film Festival 2020 – Cento volte Fellini, in occasione del centenario della nascita del regista. Gli amici di Fontana si sono prestati al cinema. Niente di così strano, se si pensa che il Maestro scelse proprio una non-attrice per il personaggio della Tabaccaia.

Perché la scelta del personaggio della Tabaccaia? «Un maglioncino, una gonna abbastanza lunga, scarpe Anni Trenta e un fazzoletto in testa, ed era fatta. Serviva sicuramente una donna dalle curve generose, e Giada [Giada Pappalardo, la Tabaccaia ndr] ha accettato la mia proposta. Il 7 agosto girava per le vie con il golfino di lana e il trucco perfetto».

Il lavoro si è rivelato una fusione tra elementi del passato e di oggi, in un immaginario ponte tra le periferie dell’epoca e le nostre periferie. «Non avendo la possibilità di avere microfoni e strumenti tecnici adatti, io e Mala [Alessandro Malabaila, direttore della fotografia e operatore di macchina, ndr] abbiamo pensato che gli oggetti in scena servissero per descrivere l’ambientazione. Nonostante il bianco e nero, non avevamo la presunzione di ricostruire un’Italia degli anni Trenta, l’obiettivo era quello di ridipingere la realtà di oggi in chiave felliniana, da amanti del cinema».

Fabio e alcuni suoi amici hanno anche dato il via a CineFiat, il cineforum della città in cui propongono alcuni titoli che hanno fatto la storia del cinema. «I ragazzi di periferia spesso non sono neanche incentivati a spendere dei soldi per andare al cinema. In futuro bisogna costruire punti di incontro in cui ci sia l’occasione per vedere e discutere di film, creando luoghi di riferimento sul territorio». 
Come uno dei protagonisti del corto insegue curioso e desideroso la Tabaccaia, così anche i ragazzi del quartiere inseguono un sogno, un ideale forte, che li porta ad agire sul territorio nel concreto per avvicinare più persone possibili alla settima arte e, al medesimo tempo, a una crescita che non lascia delusi.

Marta Schiavone

© Credit immagini: Courtesy Fabio Fontana + link + link

Il tempo della lentezza

Qualche giorno fa mi sono sorpresa a dare da bere alla mia pianta con particolare cura. Osservavo l’acqua scivolare sulla superficie delle foglie. 

Non mi capita spesso, è più normale rincorrere il tempo, come il Bianconiglio.

In questi mesi ‘speciali’ che stiamo vivendo forse sto scoprendo un’altra direzione, quella della lentezza. Una dimensione a me cara che ho sempre associato alla vacanza. Ma perchè solo in vacanza? E perché non ogni giorno? 
Nella vita quotidiana tutto è dominato dalla velocità. Si corre. 
Ci dimentichiamo che il privilegio è prendersi del tempo. Perché è il tempo che dedichiamo a stare con un’amica dopo tanto tempo o a goderci un tramonto che ci ricordiamo e che si trasforma in ricordo.

L’ho capito sulla mia pelle. 
Per ogni occasione in cui mi sono fermata, oggi custodisco un ricordo. 

L’importanza di questi momenti che avevo solo intuito, l’ho razionalizzata leggendo le riflessioni del lunedì di Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera

 «Se ci pensiamo è proprio quando la vita riesce a toccarci che rallentiamo, respiriamo, ‘perdiamo’ tempo, anzi lo ‘recuperiamo’ perché solo la relazione profonda con le cose e le persone amplia e salva il tempo, che è vita che non ci può essere più tolta e risuona in noi anche a distanza di anni […] Così entrano nella memoria i nostri incontri con la realtà, che sono quella gioia duratura e inalienabile che chiamiamo ‘ricordi’ ma che faremmo bene a chiamare ‘vita salvata’». 

È anche ‘vita salvata’ lo stemma che Lorenza de Medici fa dipingere nella sua reggia di Palazzo Vecchio a Firenze. 
La tartaruga con la sua andatura lenta, fa tesoro del suo passato e ha il tempo per fare strategie sul futuro. La vela che le permette di capire da dove e come gira il vento, le consente di agire in sintonia con l’ambiente esterno. 

Oggi che ci si dimentica che l’aumento della velocità ostacola l’elaborazione 
di un pensiero,
perchè non pensiamo di essere tartarughe con una vela sul carapace?

Valeria Molinari

© Credit immagini: Courtesy Valeria Molinari + link + link

Cibo per l’anima a domicilio durante il lockdown

In questi mesi colpiti dalla pandemia abbiamo visto diverse iniziative ideate da giovani allo scopo di mantenere vive l’arte, la cultura e la creatività. In questo contesto si colloca il progetto Poesie a domicilio.

Il cibo e i pacchi acquistati online non sono l’unica cosa che può essere recapitata a domicilio. In questa alternanza di giorni di chiusura totale a giorni di semi apertura, i lavoratori dello spettacolo e in generale coloro che vivevano di performance dal vivo si ritrovano in difficoltà. Allora perché non provare a portare nelle case delle persone questo bene prezioso che essi hanno da offrire? Ci hanno pensato quelli di Poesie a domicilio, un progetto organizzato da giovani di Ravenna che vogliono continuare a diffondere l’arte e la cultura rispettando le norme di sicurezza imposte per la pandemia. 

L’iniziativa nasce a Ravenna a dicembre 2020. L’associazione teatrale Spazio A, con il sostegno dell’associazione culturale Galla e Teo e il patrocinio del Comune di Ravenna, ha organizzato un vero e proprio sistema di divulgazione di poesie e performance teatrali a domicilio. Sono un gruppo di ragazzi dai 18 ai 30 anni che si sono posti un problema: ora che cinema, teatri, musei e locali con musica dal vivo sono chiusi, come possiamo in qualche modo accedere al nutrimento culturale che prima trovavamo in questi luoghi?

Camilla Berardi, una degli organizzatori, ci racconta: «In questo momento di blocco quasi totale, il cibo è uno dei servizi che più spesso ordiniamo, affinché ci venga consegnato a casa. Ci sono venuti subito in mente i rider che corrono su e giù per le vie della città, consegnando hamburger e patatine. È stato a quel punto che abbiamo pensato: e se invece di consegnare cibo per lo stomaco, si consegnasse cibo per il cuore e per l’anima? Anche loro hanno bisogno di essere sfamati, e sono loro a rischiare spesso di morire di fame.»

Come funziona? Questa esperienza, proprio come quella del cibo d’asporto, parte prima di tutto da un menù di impasti poetici genuini per soddisfare i gusti di tutti, così leggiamo nel vero e proprio menù di poesie che si trova sulla pagina Facebook dell’associazione. Una volta che l’ordine viene effettuato, gli artisti arrivano sotto casa del destinatario, vestiti con la tipica divisa da rider e con un cartone della pizza in mano. Ecco che aprendolo, però, rivelano il contenuto dell’ordine: una poesia che recitano a distanza.

L’idea principale da cui nasce Poesia e domicilio è che «siamo esseri umani che hanno bisogno di essere nutriti di bellezza, di speranza e di poesia

Spazio A è uno «spazio di ricerca, ascolto e sperimentazione» si propone di ‘rompere’ lo schermo delle videochiamate di zoom e irrompere nella vita delle persone per regalare un momento poetico: «In un certo senso, se lo spettatore non può recarsi ad ascoltare e vedere l’attore, è quest’ultimo che gli fa visita: si tratta di una forma di performance che diventa itinerante ed è piena di spunti interessanti, proprio perché spesso questi spettatori sono completamente ignari di ciò a cui stanno per assistere.»

Questa associazione teatrale, inoltre, si propone di fare una poesia che sia un motivo di sorridere e di sperare, una poesia democratica, in controtendenza con una scena teatrale a volte molto elitaria. «Troppo spesso il teatro rischia di diventare poco fruibile, volutamente e inutilmente complicato, finendo per scoraggiare anche chi vi troverebbe una passione, da una parte e dall’altra della scena. La semplicità che c’è nel recitare una poesia ci rende accessibili a tutti, e tutti si rendono accessibili a noi. In pochi giorni abbiamo visto lacrime e risate di tutte le età, conosciuto persone e ascoltato storie. Questo è vero contatto, il contatto che ci era mancato
Finora le Poesie a domicilio sono state completamente gratuite. L’associazione, però, si sta muovendo per accontentare richieste di mittenti e destinatari del servizio e ha reso possibile fare delle donazioni libere e facoltative che verranno destinate a un’associazione o a un ente ancora in fase di definizione.

Anna Do Amaral

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Mi interessa il futuro

Mi interessa il futuro
sapere come diventeranno
le sedie, le poltrone
con cosa le sostituiremo
se ci invecchieremo sopra
immaginare i libri a venire
accanto a quali staremo
sapere se tutto questo
precipitare finirà
se arrivati sull’orlo
tireremo indietro il piede
e voltandoci vedremo punti
grigioazzurri ognuno mancanza
ognuno cosa perduta.

Gianni Montieri

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