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Radici

Carlo lavora a Malpensa, fa il turno di notte e all’albeggiare torna nel suo appartamento alle nuove palazzine di Somma Lombardo. Quando finisce il turno, Martina dorme ancora. Si fa una doccia calda e prepara un caffè deca. Aspetta seduto al tavolo con i gomiti appoggiati sul finto legno. Sfoglia Instagram mentre sorseggia dalla tazzina, è tutto silenzio finché non sente i passi leggeri della sua ragazza avvicinarsi alla cucina. 

«Ehi, com’è andata?» – Martina è in mutande e maglietta, dorme sempre così. Si passa una mano sul seno e la tiene lì quasi non se ne accorgesse.

«Ciao Marti. Pesante.»

Non serve accendere le luci della cucina, d’estate l’alba arriva presto. A Carlo la luce estiva di fine turno non piace, non gli piace tornare a casa, stare seduto al tavolo della colazione e pensare che il mondo fuori inizia a vivere. Lui andrà a dormire, come se avesse sbagliato le coordinate, si sente in ritardo, si sente di essere l’ultimo alla fine del giorno.

Un tempo avrebbe afferrato il sedere di Martina e avrebbe appoggiato la sua fronte sul suo ventre teso. Si sarebbe alzato dal tavolo e l’avrebbe baciata finché non avrebbe sentito i suoi capezzoli diventare duri. Avrebbero fatto l’amore. Ma le cose cambiano a volte, cambiano e basta. Cambiano e non ce ne si accorge nemmeno. 

Martina è appoggiata al muro della cucina. Sta con una tazza grande di caffè e latte di soia in mano. Guarda Carlo sfogliare Instagram sfinito e lontano.

«Vorrei una vacanza.»

«Lo sai che non possiamo.»

«Ne abbiamo bisogno, posso chiedere di fare dei turni extra al lavoro, ora che Barbara è incinta serve lavorare di più. Ieri abbiamo dovuto pure far saltare delle depilazioni perché non facevamo in tempo.»

«Lo sai che non sarei a mio agio a farti mettere più soldi di me per pagare una vacanza» – Carlo fissa il cellulare a gambe divaricate e con la schiena appoggiata alla sedia mentre mostra un inizio di pancia nel suo corpo da calciatore dilettante.

Si erano conosciuti a una sua partita di seconda categoria, a lei piaceva perché era bello e arrabbiato, poco dopo avrebbe scoperto che era anche single. Un’amica comune li aveva presentati, era stata lei a portare Martina alla partita per cercare qualcuno con cui farla divertire un po’. Poi dal divertimento è nato altro. Vivono insieme da 2 anni. 

«Non mi importa se non vuoi venire puoi anche non farlo. Io non starò qui anche in estate a morire dal caldo. Io ci vado in vacanza.»

Carlo alza lo sguardo. Sono giovani e non hanno ancora parole precise per descrivere il loro rapporto. Non che lui le cerchi più di tanto.

«Bene. Dove

«Voglio respirare, questo caldo mi assale la gola alcune volte sembra di respirare lava. Voglio la montagna, a te va bene?»

Carlo odia la cazzo di montagna. Si gratta il collo e sente il bisogno di dormire che lo assale, non è tempo di litigare.

«Bene.»

Partirono appena concessero le ferie a Carlo. 

«Qui c’è il boiler ricordatevi di spegnerlo quando andate via» – la vecchia davanti alla porta consegna le chiavi a Martina – «Mi piacete lo sapete? Siete giovani e belli. Alla vostra età ero una bella donna. Era contesa. Qui si lavorava sodo tutti i giorni ma la domenica… La domenica si ballava fino a notte fonda, finché non cascavi a terra stremata. E si rideva, si rideva tanto».

«Lo immagino, qui sembra proprio un bel posto, Signora» – Martina fissa la proprietaria dell’appartamento che hanno affittato per una settimana in Val Vigezzo.

«Mi piacete proprio. Io e mio marito eravamo come voi quando ci siamo sposati.»

«Noi non siamo sposati.»

Non sapendo cosa dire si guardano per qualche secondo sorridendo, passano ai convenevoli e si salutano. Martina cammina per il piccolo appartamento a cercare le lenzuola e a guardare le stoviglie che ci sono. Carlo si sdraia un attimo sul divano e guarda il sedere di Martina muoversi per casa, il lavoro di solito lo scioglie ma adesso è in vacanza in un appartamento a buon mercato. 

«La vecchia secondo me non era bella come te da giovane.»

«Cosa

«Ho detto che sei una bella ragazza, Marti». Lo pensa sul serio.

Poco dopo è quasi ora di cena, Carlo si apre una birra e si affaccia al balconcino. Quello di casa loro a Somma è ramato dalla ruggine, questo è ancora di un bel grigio metallico. Guarda verso le cime, le nuvole si avvicinano per inghiottirne i versanti e poi le creste. La luna fa già capolino dal lato opposto del cielo. La birra fa uscire rumori di bollicine che schizzano, Carlo tiene stretta la bottiglia perché ha paura di farla cadere. Ne berrà un’altra forse dopo, vuole ubriacarsi stasera. La valle è bella vista da lì, non sono in alto ma quanto basta per godere di una bella brezza e mettersi la felpa la sera. Sente Martina iniziare a muovere le pentole per cucinare.

Il campanello suona. Martina apre e vede di fronte a sé un uomo sulla cinquantina stempiato e panciuto.

«Buonasera, sono Giacomo il figlio della proprietaria

«Buonasera» – sorride, le ricorda uno zio che aveva da piccola, sua madre le aveva sempre che quello zio era un fallito. Prova un po’ di pietà per Giacomo.

«Non voglio disturbare, ma sono qui perché ci terrei a dirvi che mia madre è un po’, diciamo, svampita.»

«Svampita?» – chiede Carlo continuando a tenere la bottiglia in mano mentre si avvicina (e ricordandosi solo davanti alla porta di essere in mutande).

«Fuori di testa se volete, si confonde, dice cazzate insomma. Quindi se siete d’accordo vorrei che rivedessimo insieme gli accordi per l’affitto, non vorrei che vi avesse detto cose sbagliate. Potrebbe essere anche a vostro favore, una volta ha fatto pagare soldi in più a degli inquilini.»

A queste parole Carlo appoggia la bottiglia di birra vuota sul tavolo di legno della cucina e va a mettersi dei pantaloni. Martina fa entrare il figlio della vecchia. Parlano per qualche minuto, ma tranne qualcosa su come si apre il garage nel box la vecchia aveva detto tutto bene. 

«Ah ok bene, scusate se mi sono permesso, ora me ne vado, ma sapete con mia madre non si deve abbassare la guardia o se no fa casini.»

«A me sembra una donna sul pezzo» – dice Martina, intanto che si sposta un ciuffo di capelli dalla fronte.

«Vuole una birra?» – chiede Carlo, spera che gli dica di sì così può aprirne un’altra anche per lui.

«No, no ora me ne vado, ho cena a casa di mamma. Come vi ha già detto lei, per qualsiasi cosa ci trovate lì. Comunque, signorina, mia madre è fuori di testa da quando è morto mio padre un paio di anni fa di infarto. Non è stata più la stessa. Anche a me manca tanto

Carlo si sente a disagio. Giacomo gratta con l’unghia il tavolo mentre parla. L’acqua bolle e Martina si alza a buttare la pasta.

«Mi dispiace per suo padre.»

«Stia tranquilla, sono cose che succedono. Buona vacanza» – si dirige verso la porta, Carlo lo accompagna. 

Mangiano pasta al pesto e bevono vino rosso, Carlo è un po’ alticcio. Parlano poco.

«Che pensi, tesoro?»

«Niente Marti, buona la pasta.»

«Grazie.»

Finita la cena c’è ancora luce. Martina inizia a sparecchiare mentre Carlo porta una sedia sul balcone e il bicchiere con il vino da finire nell’altra mano. Ripensa alla volta che ha conosciuto Martina. Gli piacque subito e lo eccitava, aveva un bel seno, era più giovane di lui di quattro anni. È successo tutto troppo in fretta secondo Carlo, ma non glielo aveva mai detto. In fondo lui sa che anche lei la pensa così. Qualche mese dopo il loro incontro Martina si era trasferita a casa sua. Non se ne sarebbe andata e lui non glielo avrebbe chiesto, almeno adesso. 

«Devi smetterla con queste scenate Giacomo! Mi fai fare la figura della scema con gli inquilini!» arrivava dalla casa un piano più in basso. Carlo sente tutto per la porta finestra aperta che dà sul balcone. Si gira per vedere se anche Martina è in ascolto del litigio, ma lei non sente perché sta lavando i piatti e lo scroscio dell’acqua fa troppo rumore. Dal balcone Carlo origlia il litigio mentre guarda distrattamente i monti alla luce della luna, con un braccio appoggiato alla ringhiera.

«Mamma stai zitta! Non farei così se non continuassi a crearmi problemi. Devi iniziare a far gestire a me l’appartamento

«Posso benissimo pensarci io. E guardati Giacomo, dopo tutto quello che ho fatto per te, mi tratti così. Se tuo padre fosse qui non oseresti

«Papà non c’è e se ci fosse ci sarebbe lui a mettere a posto i tuoi casini e io starei per i cazzi miei.»

«Taci, quando era qui stavo bene. Può capitare di sbagliare alla mia età, ma con lui non succedeva.»

Poi silenzio. «Scusa mamma, non fa niente.» La vecchia piange. «In fondo cosa farei se non avessi i tuoi casini da risolvere?» Carlo immagina il figlio stempiato avvicinarsi alla madre per abbracciarla.

Carlo rimase fuori per tutto il tempo ad ascoltare e a guardare il panorama mentre il buio diventava sempre più fitto, il bicchiere si era svuotato qualche volta, era rientrato furtivo per riempirlo e risedersi a origliare. Stava per entrare quando le voci erano finite, ma la vecchia uscì dal balcone. La guarda dall’alto in basso. Le vede la gobba e il grembiule che le sventola sui fianchi. I capelli della vecchia sono un po’ radi. Sembra stanca e si appoggia con le mani sulla ringhiera del balcone a guardare verso i monti. Carlo si sporge un po’, forse dovrebbe mandarle un saluto, ma evita.

I minuti successivi Carlo e la vecchia li passano a guardare l’orizzonte, rivolti nella stessa direzione, sguardi paralleli che non s’incrociano. Il bicchiere che ha in mano è vuoto, è ubriaco e sente che se si girasse per entrare, ondeggerebbe tastando con la mano libera la porta finestra e il muro per mantenere l’equilibrio; starà lì ancora un po’. La vecchia inizia a respirare con forti sospiri, come se le mancasse l’aria. 

C’è qualcosa di spaventoso nei monti davanti casa. L’oscurità che scende nasconde alla vista di Carlo i lineamenti e i colori della natura, non gli permette di distinguere i confini tra i sentieri e le mulattiere che salgono dal paesino al monte. Il buio avanza dalle cime e scende ingoiando il paese, poi le macchine parcheggiate, i sanpietrini e arriva fino a lui, lo ingurgita e lo rende cieco. Carlo non osa muovere un muscolo, non vede e non sente nulla. Respira a malapena, vorrebbe chiamare aiuto, ma non riesce. Dal buio scorge una luce, una piccola scintilla dal versante del monte e la paura gli passa, come se fosse tutto normale adesso. Non capisce se sia la scintilla ad avvicinarsi a lui o lui a zoomare come con un potentissimo telescopio. È tutto così strano e allucinogeno da non poterne fare a meno. È come se avesse perso tutti i sensi eccetto la vista e l’udito, è parte di quella scintilla adesso e non può che guardare e sentire ciò che succede su quel particolare punto del versante dove tutto sfuma e si disgrega come le nuvole o il fumo di sigaretta, finché il fumo non si addensa e prende colore: allora vede degli alberi, il sole, un piccolo sentiero e sente delle risate arrivare da dietro di lui. 

Due giovani corrono proprio sotto il suo sguardo, sono sudati e probabilmente arrivano dal paesino a valle. Ridono, ridono tanto. Li segue mentre tenendosi per mano rallentano il passo e con un balzo escono dal sentiero per acquattarsi nella boscaglia, tra gli arbusti. Sono eccitati e si avvinghiano in un abbraccio stretto e soffocante. Non c’è niente di pudico in quello che sta provando Carlo, si sente solo partecipe di quell’atto d’amore, come fosse le foglie su cui sono sdraiati o la corteccia degli alberi che li custodisce. Vanno a ritmo col rumore vento che sfiora le cime degli alberi e su di loro si posano rami secchi e polline bianco. Ne vede i contorni morbidi, farsi tesi per la contrazione muscolare, i fasci nervosi irrigidirsi e allungarsi. Respirano il respiro dell’altro e il calore che nasce dai loro corpi si radica in tutto il terreno, penetra in profondità e si ramifica, come se volesse porvi delle fondamenta, come se quella fosse casa. 

Carlo ripiomba sulla sua sedia e le sue dita si sono sigillate intorno al bicchiere vuoto. «Cosa mi è successo?» Si chiede. Il buio è tornato a delimitare i monti ed è confinato dove la luce dei lampioni e delle case non arriva. 

Fa per alzarsi e dà un ultimo sguardo alla vecchia. Gli sembra avvinghiata alla grata con forza. Vede i contorni delle nocche diventare bianchi dallo sforzo e le dita si affusolano intorno alla ringhiera metallica. La vecchia si volta e mentre la vede rientrare gli sembra che le sue dita ricurve per l’età non si stacchino dalla ringhiera del balcone. Anzi le vede allungarsi e cambiare colore, sono marroni, piene di nodi, vanno contro la direzione del corpo della vecchia. Sono radici come quelle che escono dal terreno che ti fanno inciampare sui sentieri di montagna. Radici che non trovano terra ormai da anni e che tendono verso i monti, verso casa.

Barcolla in casa.

«Hai bevuto stasera» 

«Forse Marti, forse» – Carlo le si avvicina, lei ha ancora le mani umide dopo aver lavato i piatti.

«Andiamo a dormire» – gli dice.

«Aspetta»  – Carlo le si appoggia addosso, con le dita affusolate intorno alla vita di lei. Vede le cose un po’ ingrigite dall’alcool. 

«Balliamo Marti, ti va?» 

«Sei scemo forse? Non sai ballare.» 

«Mi insegni tu.» 

Ballano reggendosi a vicenda, Martina prima con le mani alzate per paura di bagnare Carlo, ora intorno alla sua vita. Ballano senza musica sconnessi e con movimenti deboli, senza badare ai piedi o ai mobili della casa, tanto da scontrarli più volte. Il lampadario di plastica li illuminava a stento e, nella stanza, un osservatore avrebbe faticato a distinguere le due figure, se non fosse per le risate che salivano da quel corpo unico, risate sottili sempre più sincrone e lievi, simili al fruscio del vento tra le foglie, come se arrivassero da un albero appena cresciuto in quell’appartamento.

Tommaso Merati

© Credit immagini: Courtesy Mishel Mantilla

In uno sguardo soltanto

Il fischio suonava ormai da qualche secondo e sullo schermo la scritta ‘in partenza’ si accingeva a sparire. La speranza di non perdere il treno la spinse a usare tutte le forze in corpo per convincersi a correre più veloce e oltrepassare, quasi volando, le porte in chiusura. 

Per un pelo: ce l’aveva fatta per un pelo! 

Sudata e senza fiato, trovò posto in una delle ultime file, quelle con i posti da quattro. Che fatica riprendere una respirazione normale e che fatica fingere di non sentirsi morire davanti alla signora che le aveva fatto un leggero sorriso per la sua clamorosa entrata. Guardare i palazzi che le scorrevano davanti agli occhi, dietro il finestrino, sembrava l’unica attività possibile in quel momento, cercando di riprendere fiato.  

Una volta calmato il flusso sanguigno e ripreso un colorito normale, il suo sguardo si spostò dal finestrino ai sedili accanto. L’attenzione cadde su un ragazzo intento a guardare – anche lui – il panorama fuori da quel treno; il suo profilo rivelava un naso importante, un mento da pensatore e un’aria parecchio immersa nei suoi pensieri. Quello che tuttavia quel profilo non rivelava, ma anzi, in quella posizione celava, era una protesi oculare: un occhio di vetro. Un occhio finto. Ora che il ragazzo aveva ripreso a guardare davanti a sé, lei riusciva a vedere chiaramente che le sue due pupille non miravano lo stesso punto e che, mentre l’occhio buono si era incantato in posizione dritta davanti a lui, quello di vetro era rimasto in una posizione che forse non modificava mai, un po’ spostato a destra, come se continuasse a guardare lo scorrere della vita fuori dal finestrino.

La distanza tra quei due corpi oculari, una distanza sia fisica che simbolica, lasciava la ragazza senza parole, ma non senza domande. Impossibile non chiedersi come vedesse la vita quel ragazzo, con un occhio solo. Si era trattato di un incidente o il ragazzo era nato così, con un solo occhio buono? E quel solo occhio vedeva forse solo la metà del male del mondo, o era in grado di cogliere solo la gentilezza, cieco di fronte alla malvagità? Chissà se faceva male quel buio e quella mancanza. L’occhio buono aveva l’aria curiosa e gentile; l’altro, seppur sterile, aveva un’aria riflessiva e meditativa. La ragazza non riusciva a smettere di pensare che forse la presenza di un solo occhio vedente poteva aver permesso al ragazzo di sviluppare altre qualità e affinare altri sensi, come accade nei film. Ma l’occulto segreto rimaneva quando quell’occhio aveva smesso di funzionare. Forse era successo che ad un certo punto, stanco di vedere tanto marciume, quell’occhio un giorno, sovrappensiero, si era ritirato, preferendo non vedere più. O magari era nato cieco, quell’occhio, lasciando il compito all’altro di vedere solo una parte di questa realtà, incolume di tutto il resto. O forse… 

Nel flusso di quelle mille congetture e supposizione, la ragazza venne colta di sorpresa proprio dallo sguardo dell’occhio buono del ragazzo, che – sentendosi osservato – si posò su di lei, incuriosito e stimolato dall’intensità di tanta attenzione. Ora era a lui a guardare lei e ora era lui a porsi tante domande sulla sua osservatrice. Fu allora, in uno sguardo soltanto, che lei capì cosa quell’occhio aveva da raccontare. 

Mishel Mantilla

© Credit immagini: Courtesy Mishel Mantilla

Il Vietnam a piedi nudi

Cammina lenta. Spossata dalla mattinata. Accelera nello schivare un triciclo carico di frutta: un uomo che le urla di spostarsi a spingerlo. Attraversa il parco e poi giù, dritti verso il centro città. E pensare che arrivando dall’aeroporto qualche settimana prima si era persa. Sono sottilissimi grovigli le vie che vanno accavallandosi l’una all’altra in una delle città più popolose del Paese: Hà Nội, la capitale del Vietnam. Densa, densissima di gente, le carte in regola ce le ha tutte per essere assimilata, nell’immaginario collettivo, alle altri metropoli asiatiche: caotiche, puzzolenti, trafficate e rumorose. Se non fosse che Hà Nội non sia niente di tutto ciò; non è caotica, non è vero, e anzi ben discerne zone residenziali, attrazioni turistiche, e piccole isole di pace distanti dai rumori metropolitani. Non è puzzolente, ma pervasa dal costante odore di qualcosa. Mangiare in strada, accucciati su una di quelle piccolissime seggioline di plastica rigorosamente in semi-squat, è assai più frequente che non tornare a casa dal lavoro e cucinarsi qualcosa. Intere famiglie, studenti e studentesse, uomini di mezza età in compagnia degli amici di sempre, donne e anziane che chiacchierano amorevolmente tra un boccone e l’altro, tutti mangiano per e nella strada. Letteralmente. Che non ci si aspetti di essere accomodati con tanto di tovagliolo di stoffa e tre posate su una sedia con il cuscino e le gambe riposte sotto il tavolo. Ma figurarsi, che laboriose complicazioni perditempo da occidentali snob, ad Hà Nội si mangia sulla strada, o al massimo sul marciapiede, coi motorini che ti passano a un centimetro da dove stai seduto e il cane che, se passando gli scappa, te la fa sulla caviglia. Un cestello di posate e tovaglioli (a volte neanche quelli), quattro salse (la soia equivale al nostro parmigiano), e il piatto che lo poggi su un tavolo plasticoso così basso che ricorda quello dell’asilo (nido). 

Non è nemmeno una città rumorosa. È uno zibaldone di persone che corrono al lavoro, che il mestiere se lo inventano improvvisandosi barbieri sul marciapiede dissestato di una strada del centro (che devi scendere per un pezzo in strada nel tentativo di circumnavigare quell’accampamento tirato su alla meno peggio, perché ormai quel pezzo di asfalto se lo sono auto-appaltati), che bivaccano con amici seduti al bar (solo che ci sono duecento bar sulla stessa strada quindi, per forza di cose, è un sovrapporsi di voci sconnesse tutt’intorno). Per quanto riguarda il traffico.. .non mi viene in mente come uscirne perché non ce n’è modo: è uno stillicidio vero, un circolare ininterrotto di motorini a clacson spiegato, quasi che quello davanti stesse fermo perché rincoglionitosi al semaforo e non perché impedito nei movimenti da 200.000 motocicli tutti ammassati che lo precedono, anche loro strimpellanti a più non posso. Io non so davvero immaginarmelo adesso come sia laggiù col Covid. 

Ma, pur constatando come le autovetture non vadano di moda, sono lente ragazza e qui di tempo da perdere non ne si ha, è un’esperienza che fortifica quella di rimanere piantati sul ciglio della strada per una decina di minuti abbondanti nel disperato tentativo di attraversare evitando di farsi investire. Per la gente di lì? Come bere un bicchier d’acqua, don’t worry you won’t die: i pedoni si gettano letteralmente in pasto alla fiumana di motociclette assordanti (senza scomponimento, senza urli ineficcaci nè braccia gettate al vento nel disegnare gesti convulsi che attirino l’attenzione dei conducenti e ti evitino di morire spiaccicata sull’asfalto); buttano un occhio a destra, uno a sinistra, e senza affrettarsi nemmeno troppo (i motociclisti non si fermano ma semmai ti schivano piegandosi a destra o a sinistra che manco in MotoGP) si ritrovano dopo poco sul marciapiede di approdo. 

Ma in questa Hà Nội ci si muove volentieri a piedi dopo una mattinata intera passata al parco circondata da bambini urlanti, del tutto riluttanti a imparare l’inglese, quanto piuttosto interessati a buttarsi l’acqua addosso. Pace, è giugno in fondo. E le mamme mica si scompongono come qui da noi. Non male in fondo, quantomeno quel volontariato le sta pagando la possibilità di piantare le radici dall’altra parte del mondo per qualche mese. Gambe in spalla allora, che chissà dove ci porterà la strada oggi. 

Le piace così, camminare disinvolta in direzione del centro, ma perdendosi nei viottoli collaterali alle arterie principali sommerse dal traffico che non si spegne mai. Gira a destra in una viuzza stretta, fa due o tre curve, arriva in fondo ed è strada chiusa. Torna indietro, ne tenta un’altra, questa volta con successo: sbuca su un corso un po’ più popolato, ma tranquillo. Due o tre motorini al minuto, tutta un’altra musica rispetto a dove si trovava poco fa. C’è pure il sole, che bella questa quiete, non silenziosa, ma piena di rumori a lei sconosciuti. C’è un carretto e due o tre vietnamiti che aspettano pacatamente il loro turno fumandosi una sigaretta. Avrebbe proprio voglia di qualcosa, qualcosina per ingranare il pomeriggio e tirar sera.

Ritornando alla questione degli odori: com’è possibile che qualche bar, sì sì va bene in strada, ma com’è possibile che una brioche o un paninetto da sbocconcellare facciano tanto odore? Si mangiassero Gocciole e croissant alla crema certo la questione sarebbe diversa, ma ad Hà Nội mai che le sia capitato niente del genere: si apre a colazione con una bella ciotola di Phở bò (brodo di noodles e carne), e si chiude alla sera con una scodella di Bún chả (noodles, maiale alla griglia e verdure), lumache, involtini primavera, spiedini di carne, di pesce o di fritti misti, stufati di verdure rice on the side. Cafferino al pomeriggio? Rigorosamente Cà Phê Trứng (caffè all’uovo). Ecco spiegato quell’amalgamarsi di odori che permeano la città da mattina a sera, di notte pure, ininterrottamente. 

Il carretto fa i Bánh mì (pseudo-baguette farcite con fegato di pollo e carne di maiale) e lei si mette in coda per ordinarne uno. C’è il prezzo appiccicato sul vetro della vettura, meno male, non s’ha da contrattare evviva! 

Riprende il cammino affondando i denti nella sua conquista. Tutt’intorno la gente vive la sua giornata, ignara della sua meraviglia nell’osservare curiosa ogni particolare a lei non familiare, ogni movimento inconsueto, tutto ciò che la circonda e che non ha mai visto prima d’ora. Qualcuno si gira, le butta un occhio, ma niente di più, siamo ad Hà Nội d’altronde, e i turisti non mancano. Tuttavia, è inutile cercare di passare inosservati: nonostante la t-shirt anonima, i pantaloni di stoffa gialla bucati, i sandali consumati, lo zainetto ciondolante da una spalla, e le goccioline di sudore che ti appiccicano alla faccia i capelli sfuggiti alla coda di cavallo, rimani bianca. Bianca e, con poco margine di errore, occidentale. Fa niente, fingi di passeggiare disinvolta come vivessi lì da sempre. E non sorridere come una deficiente

Ci sono colori ovunque, fili della corrente penzolanti dagli edifici e, dalla strada, si vede in casa di chi ramazza con la scopa, fa i compiti o guarda la tv. Si sta bene, così bene che quasi non ti accorgi di essere bagnato fradicio di sudore per l’afa soffocante. Prende una viuzza seguendo una donna che si trascina un sacchetto evidentemente più pesante di lei. Meraviglia fulminante. Le si para davanti uno specchio d’acqua, un lago il cui perimetro è disseminato di bar e seggioline appostate all’ombra degli alberi adiacenti. Non che il lago di per sé sia una novità, ne aveva già visto uno, piuttosto grande, nel centro della città, una meta turistica piuttosto ambita. Ma che schifo i turisti. Quale piacere si può trovare nel trotterellare in giro limitandosi a bazzicare i luoghi in evidenza sulle mappe (quelli col bollino rosso enorme che non sfuggirebbe nemmeno all’ultimo degli imbecilli) quando si è dall’altra parte del mondo, dove tendenzialmente qualsiasi via ci riserverà una dissociazione culturale? Bah, meglio per lei, che si accalchino pure tutti nel centro della città per poi fiondarsi a cena nel primo ristorante di TripAdvisor, più luoghi non battuti a sua esclusiva disposizione. Più terreni popolati di gente del posto che nessuno ha l’intraprendenza di esplorare. 

Percorre tutto il perimetro del lago passo passo, godendosi la vista di questo spazio pubblico che tanto le ricorda i giardini di quei castelli fatati nei cartoni che guardava da piccola. La pace dei sensi. Vorrebbe fermarsi, sedersi su una di quelle seggioline, ordinare un caffè, sfoderare il suo romanzo e andare avanti a leggere cullata da quell’armonia per il resto del pomeriggio, ma così facendo perderebbe tempo, deve arrivare in centro, vuole vedere un altro pezzo di città. Ogni giorno che passa è un giorno in meno che ha da vivere in quel luogo, e in men che non si dica sarà ora di tornare a casa. 

Si perde ancora un’ora zompettando in giro, poi la gamba le fa male e vorrebbe fermarsi a bere una cosa. Maledetta sciatica. Pare abbia un’ernia (chissà come cavolo le è uscita poi) che a volte pulsa forte e non riesce a dormire. Si è comprata una fascia che le tiene stretta la coscia, e così riesce a camminare anche per 4 o 5 ore attutendo il dolore. Rimanere chiusi in casa? Ma quante volte ci si torna dall’altra parte del mondo, stile vagabondi, backpacking? Non se ne parla nemmeno. Gambe in spalla e si continua: alla ricerca di un bar. 

Passa un edificio grande, pomposo, con gli stemmi e le bandiere vietnamite che sventolano. Ufficio amministrativo del Partito Comunista. Le fa strano vederselo lì davanti così, alla luce del sole, uno degli organi funzionanti di quel governo di cui tanto ha letto nei mesi prima di partire, di cui tanto si racconta, delle censure in atto, delle limitate libertà dei cittadini, delle presunte violazioni dei diritti umani. Eppure lui se ne sta lì: un bell’edificio in cemento chiaro, emblema di uno Stato che respira. E che ogni giorno produce. Avvista un mini-market dall’altro lato della strada, attraversa e si fionda a comprare una Coca Cola fredda ghiacciata; poi si siede sul bordo della strada e la sorseggia piano piano. Rigenerandosi. 

Sta ancora immaginandosi gli interni di quel palazzo maestoso, che si imbatte in un via vai di persone, dal marciapiede ad un cortile interno. Cosa andranno mai facendo? Si avvicina cauta, quasi sospettosa, varca la soglia del cancello che dà sulla strada e si ritrova a camminare sul perimetro di lanterne e fiori che circonda un edificio quadrangolare. Dai colori chiari. Oltre alla lanterne e a bandierine penzolanti, qualche ornamento dorato. Sale gli scalini che conducono alla porta principale e, approssimato l’ingresso, si ferma esitante davanti a una stuoia di scarpe, non allineate, bensì buttate a casaccio, tante cuccette per piedi stravaccate sul tappeto rosso sotto il terrazzo porticato che cinge l’edificio. Butta un occhio dentro: un silenzio carico di pensieri. A destra un altarino sul quale sono esposte, tutte ben allineate come alla recita di fine anno, le offerte più disparate (che siano offerte lo si intuisce dalla devozione con cui la gente vi si prostra): frutta, fiori, dolciumi, e i più disparati tipi di merendine (tante confezioni di Kinder Delice che assolvono in silenzio alla loro sacra funzione decorativa). 

Solo allora nella sua mente fa tana l’altarino piazzato all’ingresso della casa della famiglia vietnamita che la ospita. Che buffi i tempi buddhisti, quanta serietà per dei pacchi di biscotti. Non fa in tempo a formulare questo pensiero che viene pervasa dall’atmosfera che domina nel tempio: un silenzio di piombo nonostante la folla di persone che abitano quello stretto spazio, tutti rigorosamente in ginocchio a fare su e giù di fronte alla statua dorata di un Buddha dallo sguardo acquiescente alto 3 metri piazzato in fondo alla sala. Panciuto, fa un cenno con la mano ai fedeli nell’atto di assolverli da chissà cosa. È a tal punto conquistata da ciò che non ha mai visto prima (come diavolo ci era finita in quell’angolo di paradiso trapiantato nel centro di una delle più popolose metropoli sulla terra?), dal contatto con quelle persone che nemmeno paiono accorgersi di lei tanto sono immerse nei loro pensieri, che non può fare a meno di assecondare la sua voglia di sedersi anche lei sulla ginocchia. È piacevole il contatto delle sue gambe esauste col tappeto rugoso. Chiude gli occhi e osserva.

Nemmeno il tempo di riorganizzare nella sua mente ciò che è appena successo, di registrare a pieno titolo l’evento del quale è stata testimone, che si ritrova catapultata nella fiumana di motorini che schizzano in direzione del centro città. Ci siamo quasi, riconosce lo stile familiare dei palazzi coloniali francesi (una petit Paris in Asia), e accelera perché ormai la luce è calata e tra non molto sarà ora di tornare a casa. Cammina lungo il fiume, butta un occhio a due o tre bancarelle, ci sarebbe quella sciarpa molto carina che però lì costa troppo, che turistata, e che privilegio vivere con gente del posto, ti accorgi subito dei prezzi fuori misura che i commercianti esibiscono nel centro di Hà Nội. Dieci metri dopo, non può fare a meno di sorridere di fronte alla scena di un signore (mezza età, pelle bianca e naso scottato dal sole, panciotta da birra, braghe corte e cappellino rigorosamente di paglia), un turista senz’altro, che sfodera alla moglie un sorriso compiaciuto per essere riuscito a ribassare il prezzo di una tazza, ignaro di aver pagato comunque uno sproposito in relazione al valore dell’oggetto (prodotto davvero in Vietnam?). 

Pensava si sarebbe pentita di aver fatto tardi a raggiungere il cuore della città, e invece in fondo non le dispiace, lo conosce a memoria ormai, e poi così ha avuto modo di immergersi per bene in quelle parti che ancora non aveva avuto occasione di esplorare. E ha scoperto come pregano i buddisti lì. 

Svolta all’altezza della pagoda sul lago, alla ricerca di un angolo tranquillo dove tirar fuori il cellulare per studiarsi la strada del ritorno a casa, e non può fare a meno di alzare lo sguardo, accecata dalle luci del palazzo che le si erge di fronte. Un centro commerciale. Un’enorme catena distributiva di merce prodotta altrove e rivenduta lì, ad Hà Nội, nelle stesse modalità di qualsiasi altra metropoli del mondo. Osserva le colonne bianche di quell’edificio tirato a lucido, e si avvicina: ha voglia di vedere com’è fatto dentro. 

Varca la soglia e si rende conto che lì, in quel momento, potrebbe anche trovarsi nel centro di Parigi, di Roma, di Londra o di New York, che niente sarebbe diverso. Se non per i supermercati che vendono noodles pronti da cuocere anziché pasta Barilla. I pavimenti laccati, le insegne luminose, i cartelloni pubblicitari, i loghi dei negozi, gli abiti dei commessi e delle commesse, tutto le ricorda casa. E non l’assale la malinconia però, al contrario, stride enormemente con tutto quanto ha visto in quella giornata e non solo quello spettacolo di luci e persone. Si era quasi dimenticata ormai che forma avessero quelle cose conosciute, tanto si stava abituando a essere sorpresa di continuo da cose che non conosceva o non aveva mai visto prima. Sente come un abbraccio in quel posto, un qualcosa di impalpabile che le ricorda che quello è il suo universo di appartenenza. Fa piacere, ma per poco. È un abbraccio freddo, non ne ha voglia adesso, ha ancora tanto da vedere, da fare, da imparare. È ora di uscire di lì, le sta stretto quel posto.

Usa il bagno della toilette laccata all’ultimo piano però, quello non glielo leva nessuno, si guarda allo specchio (si era quasi disabituata alla cosa), e ridiscende le scale in direzione dell’uscita. Sorride al portiere che le tiene aperta la porta, anche se forse così puzzolente si sarebbe sentita più a suo agio ad aprirsela da sola, e in un attimo è di nuovo fuori. Ad Hà Nội. Da sola. 
Compra un gelato Algida, un Cornetto, al supermarket del centro, giusto perché la diverte l’idea di protrarre ancora un pochino quella dissociazione che ormai sente sua: camminare nel centro della capitale del Vietnam con un gelato Algida. Si piazza le cuffie, Radiohead, e pian piano si incammina nella direzione di casa, della casa dove è ospite ora. Solo una cosa nota sulla via del ritorno, solo un pensiero le resta appiccicato in testa per tutto il tragitto: Hà Nội è una città che non si spegne mai, nemmeno di notte.

TO BE CONTINUED

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy Gaia Bugamelli

Gemelli

Le domande nell’arco di una giornata erano davvero tante, perché tante erano le cose che gli adulti facevano e di cui i gemelli non comprendevano il significato. 

Lui e Lei erano nati lo stesso giorno, pochi minuti uno dall’altro, prima lei, poi lui, entrambi intorno alle 10 del mattino.

Insieme avevano imparato le regole base della vita: la mattina si fa la colazione, i giocattoli vanno rimessi al loro posto – sempre! – la doccia va fatta tutti i giorni e le verdure fanno diventare grandi e forti, quindi bisogna mangiarle, anche se non sono tanto buone. 

Ma perché la mamma mette la gonna e il papà no? Perché la mattina le foglie hanno tantissime minuscole goccioline sulla loro superficie? Perché esistono le stagioni? E perché nonna non è più in vita? Che cosa vuol dire ‘essere in vita’? E perché il giallo mischiato al blu diventa verde? Perché la mamma mette sempre scarpe molto alte e si lamenta di avere male ai piedi la sera? E perché il papà deve fare la barba quasi tutte le mattine? Perché la gente mette il profumo e come fanno le api a fare il miele, se quando ti toccano ti pungono e fanno malissimo? 

Ci sono molte regole da seguire e i gemelli vedono spesso infrangersi il loro desiderio di fare tutto insieme con una regola particolare: ‘i ragazzi e le ragazze fanno cose diverse’. Più crescono e più diventa difficile per i gemelli capire che non possono giocare insieme a travestirsi e usare i trucchi della mamma; che non possono giocare nella stessa squadra di calcio la domenica mattina e che anche per la scelta dei colori ci sono dei limiti. Ma tutto questo è difficile da accettare e spesso obbediscono alle regole senza davvero comprenderne il senso. 

Lui ha deciso che da grande vorrà fare il pittore e dipingere farfalle bianche su sfondi rossi, perché ha da poco imparato il concetto di ‘contrasto’. Lei ha deciso che costruirà le radio, perché ama il fatto che da una piccola scatoletta escano così tante voci. 

Insieme hanno deciso che saranno proprietari di un circo senza animali, dove la gente potrà andare a vedere gli spettacoli delle persone che fanno cose matte e mangiare zucchero filato. I gemelli si vogliono molto bene e si tengono spesso per mano e provano insieme a comprendere un mondo fatto di tantissime regole e poche spiegazioni, alcune le seguiranno altre invece proveranno a cambiarle. Ma di una cosa sono certi: rimarranno sempre insieme e scopriranno – insieme – tutti i misteri della vita, mangiando il gelato. 

Mishel Mantilla

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Dove nessuno guarda

Distingue quattro gambe di plastica bianca, scarpe marca Almani prese al mercato, la punta in alluminio del suo bastone e alcuni sanpietrini levigati e sconnessi, ma della carta proprio nulla. Il sangue comincia ad arrivargli alla testa. Poi ecco il 3 di quadri che stava cercando Alberto. 

«Ma l’è possibile che giochi il carico di prima mano?! Te l’è sii proprio un pirla!» urla rosso in viso per un mix di alcool, rabbia e per la rapida risalita.

«Ti devi calmare Alberto! Me lo sento che il ragioniere non ha mica la briscola, lo sento nel gomito. Non sbaglia mai. Prepara la briscoletta.»

Alberto e Saverio giocano in coppia a briscola.

A fronteggiarli sotto il portico del ‘Bar-Nello’, i soliti. Gianfranco detto ‘El Chiod(il chiodo), non per l’aspetto fisico, infatti ha una panza tanta dal ’82 quando l’Italia ha vinto il mondiale. «Se vinciamo contro i crucchi dell’ovest, mangerò ogni giorno salsiccia e crauti.» Abbiamo vinto e sicuramente gli insaccati non sono proprio il meglio per la linea. Comunque il suo nome deriva dal suo chiodo. Giubbotto Harley Davidson 1963, scollo a V mostrante petto villoso e canotta, cerniera obliqua sempre chiusa, almeno fino all’82 proprio quando il suo metabolismo ha incontrato il piatto tipico germanico. El Chiod ha sempre sostenuto di aver avuto una Harley che usava solo in poche occasioni per paura di rovinarla e che dovette vendere quando arrivò il primo figlio, ma in paese si era unanimemente convinti che l’unica moto con cui lo si era visto girare era l’Ape Piaggio, quando da giovane lavorava come fattorino per la Berguzzi. Ma, in fondo cosa serve una Harley motorizzata quando hai un Harley sempre addosso? Eccezione facevano solo pochi casi rari e pesati. Funerali, incontri con il presidente della Berguzzi e il suo matrimonio. 

C’è chi vociferava fosse ormai una sua seconda pelle. Si vede però che con il passare del tempo il giubbotto era stato maneggiato delle mani di sua moglie Gabriella.

Con un’ampia risata El Chiod guarda Alberto mentre se la prende con il compagno e gli sventola la carta raccolta da terra in faccia. Il 3 di quadri era stato lanciato da Saverio, parallelamente a una bestemmia, con così tanta foga da farlo cadere dal tavolino di plastica. 

Mentre però Saverio giustifica la mossa avventata il compagno di gioco del Chiod, il ragioniere Ermanno, con un gesto lento e preciso tra il sadico e il divertito appoggia sul tavolo un re di briscola.

 «Mi t’ammazzo! Coglione! Scappa, scappa che se ti ciapo te sfrango contro il muro!» urla Alberto e con una serie di goffi movimenti lancia le proprie carte sul tavolo e poi cerca di allungarsi e prendere il bavero di Saverio per ‘schiacciarlo con forza contro il muro’. 

Tra le risate del Chiod e il volto atterrito di Saverio, tradito dal gomito-oracolo, non si poteva non notare il leggero sorriso sul volto del ragioniere, quell’ometto conosciuto dalla compagnia 20 anni prima durante una partita della coppa dei Campioni a casa di El Chiod e di sua moglie Gabriella. Alberto quella volta era venuto in Panda con l’inseparabile Saverio, El Chiod li aspettava alla porta di casa. Arrivato Ermanno, tutti lo osservavano e lo trovavano strano, estremamente rigido e apatico, avevano pensato fosse autistico. Scoprirono in seguito che era rimasto vedovo da poco a causa di un tumore che gli aveva portato via la moglie. Quella sera di ormai 20 anni fa Ermanno non aveva aperto bocca, aveva occhi bassi puntati ai piedi. La compagnia aveva capito che era stato invitato da Gabriella per paura che potesse mettere per la disperazione la testa nel forno di casa, se fosse rimasto solo. 

La partita finì con una vittoria del Milan, ma Ermanno non proferì parola e non lo fece per i 2 mesi di uscite e partite di briscola seguenti, sempre sotto l’ala protettrice del Chiod che su indicazione della moglie era diventato il suo body-guard. 

«Non può essere. Il mio gomito sente sempre quando qualcosa sta per accadere. Pensavo intendesse una vittoria 120 a 0 a briscola» dice Saverio.

Tra tutti Saverio è il più felice. Una felicità semplice, frugale, invidiabile. È stato per anni bidello della scuola media. Prendeva la corriera ogni mattina per la città e tornava nel pomeriggio. I bambini lo adoravano perché potevano rigirarlo come un calzino con gli scherzi, ma lui non riusciva a capire gli insulti velati dei ragazzetti, allora restava a ridere con loro, mentre loro ridevano di lui. Non è mai stato sposato, al contrario degli altri 3, e vive nella casa che era stata dei suoi genitori. Prende tutto con la curiosità di un bambino e, come detto, non è mai triste, o meglio, quando lo è, può essere rasserenato da un bicchierino di vino. L’ignoranza gli ha fatto da scudo sin da quando era piccolo, si preoccupa solo delle cose che può capire. In fondo è  sempre stato un po’ invidiato dagli altri per la sua capacità di vivere solo e soltanto nel ‘qui e ora’ senza apparentemente avere rimorsi o particolari aspettative per il futuro. 

I quattro amici hanno vissuto vite diverse. Non ci sono molti punti di unione. Seduti sotto quel portico a giocare ormai da anni seguendo la stessa routine: B&B. Bianchino e Briscoletta. Se proprio va bene alla sera sul ‘cinque’ fanno vedere le partite. Stanno insieme e spesso anche loro si chiedono il perché. Sentono il bisogno di sentirsi protetti. Chi più chi meno. Sono 4 vecchietti sulla 70ina in un paesino costruito per i dormitori degli operai della Bergozzi. Un unico bar, quasi nessun giovane. L’unico ad avere figli è El Chiod, appena hanno potuto, però, sono scappati da quel pezzo di provincia dimenticata da Dio. 

Ma in questo giorno di primavera senza nuvole, forse qualcuno si è accorto di quell’angolo di provincia. Il gomito-oracolo di Saverio ci aveva azzeccato ancora: qualcosa stava per succedere. 

Poco tempo dopo la sfuriata di Alberto il silenzio regnava nella piazza del piccolo paese. 

Il vento normalmente s’infilava nei campi di grano dove le bisce muoiono schiacciate dal tacco degli stivali degli agricoltori, strisciava contro le fiancate delle auto dei pochi giovani in camporella nelle strade sterrate dei boschetti, entrava nelle finestre aperte delle vecchie vedove del paese che aspettano sempre qualcosa che non arriva mai. 

Oggi il vento non c’è e ha lasciato il suo posto di osservatore speciale a quei quattro amici.

Il completo silenzio appena creato viene scosso da un ‘TOC’. 

Saverio gira la testa verso la piazza ai piedi del sagrato della chiesa. Sgrana leggermente gli occhi e mentre tira sul col naso, dice: «Avete sentito?»

«Cosa?» El Chiod sorseggia il bianchino.

«Qualcosa… Qualcosa ha fatto un rumore là.» Indica a dieci metri con l’indice. «Ho sentito un toc»

«Sarà un piccone che è volato via»

«No. Era un rumore tipo un colpo frusta.» Con gli occhi fissi e il dito indice ancora puntato, arretra lentamente con la sedia di plastica per alzarsi. A passi si incammina.

Gli occhi degli altri gli stanno addosso. Saverio a metà strada è già sotto la luce del sole. Si gira verso gli altri come a dire ‘venite pure voi’.

Ormai la partita era andata a monte e il pomeriggio era ancora lungo.

Si alzarono anche loro con movenze rallentate seguite da una serie di «Oissa» «Oplà».

Sono le tre del pomeriggio quando dall’orizzonte delle gobbe piegate come raccoglitori di patate si alza Alberto con un urlo: «Qua, venite!»

Teneva nelle grosse mani qualcosa di bianco e affusolato, grande una ventina di centimentri. All’ombra delle teste ravvicinate in un piccolo cerchio intorno a quello strano oggetto ci si chiede cosa sia, ma sopra tutti El Chiod sancisce. «E’ un dito».

«Un dito?»

«Si, è un dito di una mano di statua, leggermente scheggiato, ma è proprio un dito.» 

Saverio se lo fa passare e lo rigira tra le mani.

«Ma come può essere qui?»

Alberto, Saverio ed El Chiod si interrogavano. Poi lentamente uno ad uno videro che Ermanno aveva già trovato la soluzione. Guardava verso il campanile della chiesa che distava una decina di metri. Il campanile è alto 40 metri e scavati nelle colonne che reggono il tetto e il soppalco delle campane ci sono 4 santi, uno a colonna. 

«Deve essere caduto da una di quelle statue.»

I loro occhi erano concentrati verso quegli esseri umani di marmo alti circa due metri o poco più. Non riuscivano a scorgere quale fosse quello menomata.

«Bom, inizia a fare caldo torniamo al tavolo.»

El Chiod si gira e tira un colpo ad Alberto per farsi seguire.

Sotto al portico sono solo in tre, Ermanno è ancora in piedi a guardare il campanile con in mano quel dito di marmo bianco fattosi dare da Saverio.

«Dobbiamo riattaccarlo.» 

«Ma ragioniere sei diventato scemo?» lo dice Saverio ma sembra che sia il pensiero pure degli altri.

Tutto è fermo. Il rumore in lontananza della corriera in partenza verso la grande città arriva alle loro orecchie sempre più lieve.

«Io vado a rimetterlo al suo posto.» Ermanno si indirizza verso la via di sampietrini di fianco la chiesa, verso la casa parrocchiale. Dopo una leggera salita la strada si divide con un bivio. A sinistra dopo qualche metro ci si trova in canonica, invece, subito a destra vi è la porta per il campanile.

«Ue, non puoi mica salire lì in alto. È vietato. Dove stai andando? Oh Ermanno!» El Chiod ansimava mentre urlava queste parole. Quasi non si accorge di essersi incamminato dietro a quel vecchio un po’ curvo. Praticamente insulto dopo insulto, passo dopo passo erano già tutti di fronte alla porta del campanile. 

«E’ chiusa.»

«Bom, fine. Bella gita. Ora torniamo al bar.»

«Dobbiamo trovare le chiavi per salire.»

«Siamo troppo vecchi persino per starnutire senza avere la paura di pisciarci addosso figurarsi salire su un campanile ad attaccare il dito di una mano di una statua che nessuno guarda mai.»

Ermanno si gira verso gli altri mostra i suoi occhi azzurri. Prende un profondo respiro e con la massima calma dice la frase più lunga che gli si è sentita dire negli anni dai 3 amici.

«Da quando sono solo non è mai successo niente. Niente. Io mi sento un dimenticato, da tutti, dalla vita stessa. Ho solo voi, ma a dire il vero, non ho mai nemmeno avuto il coraggio di raccontarvi di me. Ora io sento che questo non è successo per caso. Forse qualcuno o qualcosa si è accorto di noi.»

Sentite quelle parole abbassarono tutti lo sguardo. Ognuno ai propri piedi vede qualcosa di diverso. Il sole negli occhi in un campo di pallone, la prima scopata appartato in macchina con la fidanzatina del tempo, la nascita del primo figlio. Nessuno però riesce a vedere il momento esatto nel quale è iniziata la latitanza di quella che una volta era la loro vita. Tutto ad un certo punto è stato coperto da un telo grigio, tutto si è ovattato. Qualcuno gli aveva privati di loro stessi. Non restano che quei ricordi e poi niente.

«Vado un salto a casa a prendere la super colla, voi andate in segreteria della casa parrocchiale, le chiavi solo lì.» El Chiod si gira e si incammina, Ermanno lo ha convinto.

La sala d’attesa della segreteria è un piccolo cubo con un’unica finestra sbarrata. Ai muri appena intonacati sono appesi vari calendari di anni passati e un orologio fermo sulle 14.34 da 12 anni. Sopra il pavimento in cotto ci sono 6 sedie di ferro con il sedile in pelle finta che squittisce quando ci si appoggia il sedere. Un piccolo lampadario sta in mezzo alla stanza e fa una luce gialla e fioca.

Saverio continua a tirare su col naso. Alberto si liscia i capelli e aggiusta la camicia. Ermanno aspetta seduto un po’ ingobbiato nelle sue spalle rigirandosi la dentiera in bocca.

«Venite»

Oltre la porta, vedono una scrivania che appoggia su un tappeto variopinto. Non poterono non fare caso all’odore acre tipico del mangime per i polli che infestava la stanza. I tre pensavano provenisse dai campi, ma man mano che si avvicinavano capirono che proveniva dalla segretaria. Una signorona con capello grigio raccolto, volto penzolante come quello dei bulldog, occhiale sulla punta del naso e occhio guercio. «Che avete bisogno? L’entrata della Caritas è dell’altra parte.» La guardavano con il timore che la piccola seggiola dai cui lati strabordava quell’enorme deretano potesse esplodere in ogni istante.

«Volevamo sapere se potessimo avere le chiavi per salire sul campanile.»

Ride di gusto Marzia la segretaria e ad ogni risata l’odore di mangime aumenta.

«Secondo me questa si è mangiata un pollaio intero.» Pensa Saverio.

«E’ vietato salire sul campanile cari signori. Mi dispiace, ma dovrete trovare altro per occupare il vostro tempo.» Intanto si gira verso il computer degli anni ’90 a fare finta di scrivere sulla tastiera.

I tre si guardano poi Alberto indica col il bastone un contenitore a forma di casetta degli uccelli appesa al lato della finestra che dà verso il giardino interno della casa parocchiale. Lì dentro si vedono chiaramente diversi mazzi di chiavi. La chiave del campanile deve essere lì per forza.

«Senta Marzia, sarebbe una cosa veloce-veloce. Saliamo e scendiamo in 10 min, vedrà che nessuno se ne accorgerà.»

Il bulldog che stava in quella donna si risvegliò tutto d’un tratto prova ne era la bava ad un angolo della bocca.

«Allora non mi sono spiegata bene. Voi non potete salire su quel campanile!» Fa un tentativo per alzarsi, ma capisce che non ne vale la pena. «Io non so cosa voi vecchi stiate pensando di fare andando su quel campanile, ma lasciatemi dire che fareste solo una gran… El Chiod? Sei tu? Da quanto tempo, come stai?» Quello Yeti con sembianze di donna si era calmato alla vista di El Chiod appena entrato nella stanza. A quanto pare la non più giovane Marzia aveva da tempo immemore una cotta per quell’uomo, una di quelle toste. Anche se grosso di panza, El Chiod, infatti, possedeva sin da giovane quell’avvenenza da Fonzie di provincia con cui faceva numerose conquiste e consumava quelle numerose avventure tra i campi sterminati di grano intorno al paese usando sempre le solite parole che riciclava abilmente, fin quando non conobbe Gabriella, sua moglie. Da quel giorno era marcato a vista e guai a farla arrabbiare. Col passare del tempo e delle ciabattate gli era passata la voglia di fare il Casanova, ma la faccia da ganzo gli era rimasta. 

 Girano voci che Marzia sia diventata zitella, e che si sia circondata di una marea di pappagalli in casa per compagnia (sarà dovuto a questo lo sgradevole odore), proprio perché perdutamente innamorata di quell’uomo dal chiodo sempre addosso con l’irresistibile fare da duro, ma che era già sposato con Gabriella, la bella del paese. Tutti però in fondo sospettano che sia rimasta zitella solo perché è estremamente antipatica e nata con la malsana voglia di dar problemi alla gente. El Chiod capendo la situazione fa per avvicinarsi, passa la colla appena presa da casa in mano ad Ermanno e fa un cenno col capo verso la scatola sul muro. Avevano già capito tutto. Marzia la segretaria manteneva gli occhi fissi sul suo amore mentre parlava delle solite cose delle segretarie delle parrocchie dei piccoli paesi: pettegolezzi inutili finalizzati solo a seminare zizzania. I tre escono dalla stanza, fanno il giro e arrivati alla finestra, fortunatamente aperta, iniziano a sporgere il bastone di Alberto oltre la tendina. Questo si incastra perfettamente con il piccolo tetto di legno della cassetta delle chiavi a forma di casetta per gli uccelli. Il momento è critico, El Chiod cerca di tenere fuori dalla vista di Marzia il bastone tremante con all’apice la cassetta staccata dal muro, che inizia leggermente a tintinnare. È la loro ultima possibilità. Se li beccasse non potrebbero più continuare. I loro respiri sono sincronizzati. Più i secondi passano, più l’ansia sale, fino a quando la cassetta non passa sotto il bordo di legno della finestra e sfiorandolo cade rumorosamente sul giardino, i tre, a quel punto smettono di respirare. Il bulldog si gira a controllare cosa sia successo, ma El Chiod le sfiora i capelli unti e le dice: «Hai cambiato taglio per caso?» 

A quelle parole Marzia si volge verso l’amato e inizia a spiegare quanto sia difficile trovare un bravo parrucchiere da quelle parti e che preferisce fare da sé con le forbici e un complicato sistema di specchi. 

Dietro a quel fiume di parole El Chiod fissa la finestra alla spalle di Marzia da dove piano riappaiono i compagni di briscola, che gli fanno segno di aver trovato la chiave. Lui sa che se si allontanasse Marzia vedrebbe la cassetta mancante e inizierebbe una rocambolesca rincorsa a quei poveri vecchi, con il suo scooterino posto vicino a sè. Deve sacrificarsi. Guarda i compagni e fa un accennato no desolato con il capo.

«Quell’uomo è un eroe.» Dice Alberto. Presa la chiave in silenzio, rifanno il giro e passando di fronte alla porta della segreteria, sentono Marzia parlare di quanto sia volgare il modo in cui gira vestita la figlia cinquantenne della signora Rosa, tornata al paese, dopo il divorzio «da vera svergognata».

«Gli dovremmo offrire molti bianchini d’ora in poi.» Annuendo a vicenda escono a carponi verso il campanile.

Aperta la porta i tre entrano in quel rettangolo cavo alto più di quaranta metri. Vedono da sotto le travi di legno le campane e da lì le corde per poterle suonare che arrivano fino a terra. La tentazione era molta, ma suonarle avrebbe significato farsi beccare subito. Per raggiungere la vetta c’è una scalinata stretta che sale seguendo i lati del rettangolo con, da una parte il muro e dall’altra solo una sottile staccionata fatta da una singola trave di legno.

«Inizio a pensare che forse non dovremmo farlo» dice Alberto pensando a come dovrà salire scalino per scalino appoggiandosi al suo bastone.

«Forse. Se non volete continuare farò da solo. Un passo alla volta e si arriva in cima» Ermanno scandisce le parole soprattutto per convincere sé stesso. Ricorda quando in luna di miele lui e la sua Maria erano saliti sulla Tour Eiffel, a come si era aggrappato a lei per tutto il tragitto e a come lei lo prendeva in giro. Provava ansia al pensiero di salire così in alto.

«Ormai la boiata l’abbiamo fatta, andiamo a riattare questo dito e via»

Si misero in fila Ermanno davanti, poi Saverio ed Alberto. I primi metri furono lenti, accompagnati dai discorsi di Alberto su come, quando faceva il venditore, aveva conosciuto un famoso scalatore che gli diede dei consigli su come respirare quando si fanno sforzi alpinistici in quota: butta dentro tieni e butta fuori. I metri seguenti furono soltanto lenti e silenziosi. Circa a metà strada il silenzioso ansimare dei loro respiri fu interrotto da un tonfo. Ermanno e Saverio si girarono di scatto e con la coda dell’occhio videro il bastone di Alberto scivolare dalla staccionata e cadere nel vuoto per poi schiantarsi al suolo. Alberto ansimava accasciato sulle scale in preda a quella che potrebbe essere una crisi asmatica sviluppata a causa dello sforzo.

«Alberto! Alberto, stai bene?»

Saverio si avvicina all’amico che qualche minuto prima voleva massacrarlo di botte per un errore in una giocata di briscola. 

«Non respiro, non respiro.»

«Fai gli esercizi di cui parlavi prima Alberto. Prova a rilassarti.» Saverio si gira a guardare Ermanno. Sa che l’amico non può continuare e che deve essere accompagnato giù.

«Non possiamo lasciarlo da solo a scendere. Rischia di scivolare e di ammazzarsi.» Mentre dice questo gli tiene il capo tra le mani e man mano che il respiro si fa più tranquillo toglie la polvere che si è depositata sulla camicia dell’amico.

«Va bene, riesci a portarlo giù da solo?» chiede Ermanno.

Alberto riprende la parola e dice di riuscire a scendere da solo anche senza bastone una volta che avrà ripreso fiato, ma tra sé si chiede cosa spinga quell’uomo che per anni è stato muto ed assorto nei suoi pensieri ogni volta che uscivano assieme a salire alla sua età sopra un campanile per riattare il dito di una statua. Mettendosi a sedere sente le mani di Saverio che lo sostengono e sente l’amico dire ad Ermanno che non lo vuole lasciare solo e che scenderà con lui. Alberto fissa negli occhi Ermanno cercando di scrutarci dentro. Non vide niente che potesse comprendere, era diventato un muro emotivo quell’uomo. Chissà dietro a quel muro cosa si nascondeva.

«Prendi.» Pose il dito di marmo nella mano di Ermanno e seduto ancora sulle scale, mentre Saverio gli da’ una mano per alzarsi vede la schiena leggermente curva e magrolina del ragioniere allontanarsi lentamente. Rimane a fissare gli allacci di metallo delle bretelle di quel piccolo uomo che ondeggiano e luccicano passo dopo passo riflettendo la poca luce che entra dalle finestrelle sui muri. 

Ormai era solo. Questo per lui non era una novità. Era abituato a passare del tempo con sé stesso, magari leggendo o semplicemente pensando ai tempi felici, quando tutto aveva un senso e lui era qualcuno. Era il ragioniere del paese sposato con l’insegnate dell’elementari dove andavano i figli di tutti, faceva gli onori di casa quando Maria era fuori ed era felice di fare i conti delle tasse per qualche vecchietta gratuitamente. Morta Maria lui perse la voglia di fare del bene e passava dal bar a casa. La sua vera fortuna fu proprio trovare questo gruppo di compagni di briscola. Si ricorda bene quando si conobbero. Era solo, ormai da 48 ore. Maria era stata appena accarezzata dal defibrillatore del reparto di terapia intensiva dell’ospedale. Una, due, tre carezze. Ma al suo cuore non bastava e Maria era rimasta stesa bella e semplice come Ermanno l’aveva conosciuta. Si sarebbe voluto stendere insieme a lei in quel letto, coperto da quel seno che l’aveva custodito dal giorno del matrimonio, che lo rendeva cieco e tutt’intorno era un lontano rumore. Sarebbe bastato morire anche a lui, in quel lettino di metallo, sperava di dimenticarsi come respirare e chiudersi in quell’ultimo abbraccio tra le braccia ancora calde dell’unico faro della sua vita. Non era riuscito a trovare il coraggio di morire e ora doveva affrontarne le conseguenze. La prima conseguenza da affrontare vestiva un foulard di pizzo color cachi, capelli raccolti con uno chignon e un volto morbido con le prime rughe. Ermanno riconosceva il volto della vicina di casa che gli aveva presentato Maria, si chiedeva come comportarsi in questi momenti e mentre ragionava:

«Buonasera Ermanno, volevo farle le condoglianze. Maria era molto per me e so anche per lei. Sinceramente non saprei cosa dire. Nulla la potrebbe sollevare in questo momento. Dio ha un piano, confidiamo in questo. Sono qui per accertarmi che Lei mangi. Le ho preparato le zucchine ripiene.» C’era un non so che di militaresco in quella voce. Ed Ermanno come un bravo soldato allungò le braccia e prese la teglia ancora tiepida.

«Non doveva preoccuparsi per me. Comunque grazie.»

Fare le condoglianze è un diritto, non poteva certo pensare in modo diverso. Un diritto per gli altri, ma per chi soffre sono solo energie disperse in parole al vento. Non era bravo nei rapporti umani e aveva una naturale propensione a chiudere il mondo fuori da sé raccogliendosi nelle spalle rinsecchite. Quella brava con le persone era Maria. Era stata proprio Maria a portarlo nel suo paese natale e sempre lei a presentarlo al vicinato, a fare le feste, i biglietti dei regali, a trovargli un lavoro. A Maria piaceva quell’uomo fragile, diceva che chi nasce forte non può essere utile, perché solo chi è fragile può essere abbastanza sensibile da riconoscere negli altri le stesse sembianze, le stesse paure. I fragili sono il collante del mondo, diceva. Comunque la vedesse Ermanno, Maria non c’era e non ci sarebbe stata più. In quel momento era solo e solo voleva stare. Gabriella lo capì, ma prima di andarsene disse:

«Mio marito domani sera vedrà la Coppa dei Campioni a casa nostra con alcuni suoi amici, ci piacerebbe se venisse pure Lei. Le farà bene stare con altre persone.» 

Si voltò seguì il vialetto di pietra fino al cancelletto e solo in quel momento Ermanno poté notare che non era sola. Ad aspettarla c’era un uomo vestito con un particolare chiodo in pelle. Probabilmente aveva lasciato alla moglie il compito delle condoglianze. Muoveva la mano verso Ermanno come il saluto di amici di vecchia data, una faccia squadrata, capelli laccati, ma soprattutto un sorriso estremamente ammiccante.

Tutto iniziò così. In fondo a lui piaceva la compagnia di quegli uomini perché ognuno a modo suo si sentiva solo e quando ci si sente soli è meglio esserlo in compagnia.

Sente qualcosa mentre ansima verso gli ultimi scalini. Qualcuno lo voleva lì in quel momento e mentre pensa a questo si trova all’aperto sotto le campane. Cerca di non pensare al fastidio del sudore che fa attaccare i vestiti alla pelle. Ammira la maestosità del paesaggio sconfinato intorno. Vede i campi ed i boschi che circondano il paesino. È tutto così bello visto da lì, da lì si vede tutto e nessuno può vedere te. Subito però si concentra e cerca di orientarsi, guarda l’orologio e si accorge che tra qualche minuto le campane suoneranno le 16.00 e se non vorrà forarsi i timpani o rischiare di riceve un colpo di campana in testa deve muoversi e fare quello che deve fare. Il piano dove si trova è circondato da una palizzata di metallo che gli arriva poco sopra la vita. Agli angoli vedeva le colonne molto più alte di quello che si aspettava. Non c’è modo di raggiungere le statue se non esponendosi oltre il parapetto, al solo pensiero Ermanno sussulta. A piccoli passi s’avvina alla ringhiera e ingoiando la saliva in punta di piedi guarda giù. Le sue mani sono strettissime intorno al metallo tanto da rendergli le nocche bianche dallo sforza. Vede il vuoto dritto sotto di lui. Gli manca il respiro e con un gemito fa due passi indietro. Inizia a traballare e a dirsi che non ce la può fare, deve arrendersi. Tira fuori dalla tasca il dito di marmo e si chiede se valga la pena morire per uno stupido pezzo di roccia scolpita. Lo stringe con forza e vorrebbe scaraventarlo nel vuoto. Si sente un’idiota ad aver fatto tutto questo, ad aver messo i suoi amici in pericolo, per cosa poi? Solo per riattaccare un dito su una statua che nessuno guarderà mai. È inutile e insignificante. Proprio come lo è lui, come la sua vita, come i suoi amici e come tutto questo mondo di provincia. Non valgono nulla e sarà per sempre così. Nel turbine dei mille pensieri del ragioniere una parola lontana e sottovoce viene a galla, come se qualcuno gliel’avesse sussurrata all’orecchio: «scelto». Ermanno mastica la parola e la ripete. Scelto per cosa? Chi sceglierebbe uno come me poi, un vecchio solo che non conta niente? Più ci pensa, più il turbine s’affievolisce, come quando percepisci che le ventate della tempesta stanno man mano facendosi più rade. Nessuno lo aveva mai scelto per fare nulla, solo Maria lo aveva scelto. Lei e lui si erano scelti a vicenda. Si era sempre stupito di come fosse possibile una tale alchimia tra loro. Era stato scelto per la sua fragilità, perché solo i fragili ricuciono il mondo. Con Maria si sentiva utile e se doveva morire, morirà sentendosi utile per l’ultima volta. Fa un profondo respiro e guarda giù nel vuoto, vede il tavolino dove poco prima stava, fa qualche calcolo e arriva a capire che la statua senza dito deve essere quella alla sua sinistra. Prima di iniziare si mette a pregare. Prega distratto, sotto effetto dell’adrenalina e della paura. Sa che molto probabilmente morirà, ma sa anche che quello è il suo momento. «Ciao Maria, se andrà bene sarò felice, se non andrà bene e cadrò da questo campanile sarò felice comunque, perché ti rivedrò amore mio, il giorno in cui sei morta non ho avuto il coraggio di seguirti, speriamo che ne sia valsa la pena. Spero di renderti orgogliosa.» Detto questo senza indugiare scavalca il parapetto e vi si aggrappa saldamente mentre scorre verso la statua. I suoi calcoli sono esatti, infatti, al S. Agostino di tre metri che gli sta accanto manca un dito indice. Prende con cautela dalla tasca il dito e lo cosparge sull’estremità rotta di super colla, mentre fa questo appoggia leggermente l’addome sul metallo del parapetto così da mantenere l’equilibrio. Prede un profondo respiro e allunga la mano alla cieca in cerca della mano di S. Agostino. Esplora l’aria con la mano chiusa intorno al dito da riattare, ha il timore di perderlo nel vuoto. Si allunga ma non arriva al Santo, decide di staccare la seconda mano dal parapetto ed appoggiarla alla colonna, divarica le gambe e guarda il vuoto esattamente sotto di sé. Quei secondi durarono un’eternità, ma riesce ad arrivare alla mano monca. Si regge alla statua e s’affida alla tenuta del marmo di cui la mano è fatta, perché se si rompessero altre dita Ermanno volerebbe giù con loro. In tutto questo il suo vecchio cuore batte contro le pareti della gabbia toracica con un ritmo mai sentito prima. Tiene gli occhi fissi alla mano. Riesce a riattare il dito e questo regge. Ma ecco quando si dice che il tempo è tiranno. 

Sono le 16.00 in punto e le campane iniziano a suonare. Il rumore assordante prende di sorpresa il ragioniere che perde l’equilibrio e in un attimo si trova appeso nel vuoto attaccato al braccio del santo. Per istinto poggia i piedi sui piedi di marmo come fanno i bambini coi papà. Ermanno impreca e tanta di risollevarsi, ma scivola di nuovo e nell’ultimo estremo tentativo di salvarsi la vita si aggrappa ai piedi nudi della statua, sente le gambe nel vuoto e la sensazione di non riuscire a tenere la presa. Piange ed ansima per la paura ed il dolore. Poco prima di mollare le campane suonano l’ultimo rintocco e Ermanno apre gli occhi perché vuole guardare per l’ultima volta se il dito era ancora su prima di morire, almeno sarebbe morto soddisfatto del suo lavoro. Tra le lacrime vede il dito al suo posto, ma questa non è l’unica cosa che lo colpisce. Ai piedi della statua, precisamente dietro il tallone destro c’è qualcosa. Qualcosa che prima non poteva vedere, di colore marrone scuro. Quel secondo dura un secolo per Ermanno, riesce a distingue oltre la paura, le lacrime e il dolore dei suoi muscoli che si stanno lacerando che quella cosa è un nido. 

Negli anni a venire Ermanno racconterà che alla vista di quel nido sentì come se possedesse una forza nuova e che qualcuno lo sollevasse da dietro e lo aiutasse ad issarsi con i piedi contro i mattoni del campanile per poi riuscire a rimettersi in piedi. 

Tutto è successo in un millesimo di secondo. Il timore e la paura della morte di pochi istanti prima erano scomparsi. Ermanno è dritto accanto al Santo, raccoglie il nido e riscavalcato il parapetto, si siede ansimante e dolorante in salvo sotto le campane. Il nido non era vuoto. Preso in mano vede che dentro c’è un piccolo uccellino, uno solo. Di colore grigio scuro con un sottile becco nero e affusolato. Immagina sia stato abbandonato perché non ancora capace di volare oppure che la madre sia morta da qualche parte a causa di un gatto.

E’ strano come tutto cambi prospettiva alcune volte. Da nero a bianco, da bianco a nero. Quel giorno dopo essere quasi sul punto di lasciarsi andare e morire, Ermanno seduto con la schiena contro il parapetto mette il pennuto subito nel taschino della giacca. Penserà lui a quell’insieme di piume a cui sente battere forte il cuore proprio come batte a lui in questo momento. 

Un abbandonato che aveva bisogno di un abbandonato. Pensa questo mentre si tira su lentamente. Probabilmente si dovrà far vedere da un medico, ma prima vuole pensare a come gestire quel piccolo. Prende un po’ fiato. Mette una mano sul taschino dove sta l’uccellino e si chiede quale Dio possa volere una cosa simile. Se lo immagina nascosto dove nessuno guarda, a vegliare sulle cose a cui nessuno bada. A quelle cose lontane dal corso della storia, quelle cose piccole a cui nessuno presta attenzione. Si immagina questo Dio dentro le crepe delle case abbandonate, dentro alle bottiglie di plastica lasciate nei boschi, seduto vicino a vecchietti, come lui, soli nelle giornate d’autunno al parco, chiuso nelle teche delle biblioteche che nessuno frequenta. Si sente come una pedina in un grande gioco e questo lo rende felice. Ha finalmente ritrovato il suo posto. Ha reso giustizia al Dio-delle-piccole-cose. Sente che gli è accanto e che gli mette una mano sulla spalla. Prima di ritornare ognuno nei propri spazi invisibili alla storia ed al tempo, il Dio-delle-piccole-cose ed il suo sacerdote si concedono un ultimo sguardo tutt’intorno ed insieme si godono qualche momento di meritato riposo.

Tommaso Merati

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