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Patrick ti presento Mame

Zia Mame è un romanzo scritto da Edward Everett Tanner III, in arte Patrick Dennis, pseudonimo coincidente con il nome del protagonista, destando sospetti ai lettori e forse anche la speranza che i personaggi nel racconto siano realmente esistiti

Emblematica è la figura della stessa Mame Dennis che condivide con Marion Tanner, zia di Patrick, molti dati biografici. Marion era nata a Buffalo come Mame e, come Mame, si era poi trasferita a New York, dove per mantenersi insegnava hockey su ghiaccio. In seguito, come Mame, avrebbe lavorato come commessa e poi tentato la carriera nel mondo del cinema. Nel frattempo, dopo aver cambiato due mariti, era riuscita a mettere da parte una discreta somma per poter mantenere una casa dove, oltre a praticare ogni disciplina Orientale conosciuta in Occidente, riceveva artisti, mondani, vagabondi e ragazzi di strada. 

A rendere il personaggio ancora più misterioso è una strana lettera arrivata ai librai, prima della pubblicazione del romanzo:

«Caro, quel cialtrone di mio nipote Patrick ha scritto un libro su di me che trovo estremamente scurrile. E soprattutto per nulla veritiero. Pensa, racconta che una volta mi sarei fatta beccare nuda nel dormitorio di Princeton. Smentisco nel modo più categorico, era Yale. Dunque sappi, che farò causa a Patrick. E nel caso tu venda anche una sola copia del libro, farò causa anche a te. Baci, Mame».

Ai librai non era chiaro chi avesse scritto quelle righe, dunque il dubbio che si tratti di una persona vera, in carne e ossa, accompagnerà a lungo i lettori. 

Tralasciando la sua reale o presunta esistenza e considerandolo solo come personaggio di un romanzo, Zia Mame è costituito da racconti sconnessi l’uno dall’altro, ma che presentano come filo conduttore le vicissitudini di un insolito duo: Mame Dennis e suo nipote Patrick.

Patrick Dennis, all’età di undici anni rimane orfano a seguito della morte del padre, un uomo ricco, distaccato, indifferente ai sentimenti del figlio, con il quale non ha mai instaurato un vero e proprio legame. Nel testamento è scritto che la tutela di Patrick sarebbe passata alla sorella Mame Dennis, nonostante abbia sempre descritto la zia come una donna stramba, insolita e che «finire in mano sua sarebbe stato un castigo che non avrebbe augurato neppure a un cane». 

Così, Patrick e la sua governante Norah Muldoon partono per New York, luogo dove risiede Mame.

La loro conoscenza avviene in una situazione ben poco favorevole alla reputazione della zia come futura tutrice: Patrick e Norah la trovano nel mezzo di uno dei suoi esclusivi festini, circondata da gente ubriaca, di certo un ambiente inadatto per un ragazzino di undici anni. 

«Mi scusi, perché non mi ha detto che arrivavate oggi?»
«Veramente, signora, le ho mandato un telegramma»
«Sì, ma nel telegramma si diceva che sareste arrivati il 1 luglio, domani. Oggi è solo il 31 giugno»
«Veramente signora oggi è il primo luglio, mannaggia a me…»
La signora esplose in una risata argentina: «Su non facciamoci ridere dietro, lo sanno anche i bambini: trenta dì conta novembre, con april, giugno e… Oh santo cielo». Pausa.  «Ma caro» disse con aria melodrammatica «allora io sono tua zia Mame!»

Da quell’incontro, Mame e Dennis diventano due cuori e un’anima. Sebbene Mame procurerà numerosi grattacapi al nipote, alla fine si rivelerà sempre una donna altruista, incoraggiando le persone di cui si circonda a tirare fuori il loro lato migliore. Nonostante la loro buona posizione all’interno della società, Mame insegna al nipote l’uguaglianza e il rispetto nei confronti del prossimo, senza distinzione di nazionalità, sesso, ceto sociale o credenze religiose, portando Patrick ad accorgersi che aggettivi come insolita e stramba non rendono giustizia alla ruggente personalità della zia e, lui stesso, finirà per descriverla come una donna con: 

«Stupefacente personalità che dopo aver mietuto migliaia di vittime, finì per conquistare anche me. Zia Mame aveva un fascino caotico e leggendario, e inoltre ai miei occhi rappresentava qualcosa che non avevo mai avuto: una famiglia, ma aveva anche una sua tenace, inaffidabile affidabilità. Insomma finimmo per innamorarci, e per entrambi si trattò di un’esperienza irripetibile»

Marta Federico

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Come ‘rimparare’ a guardare la vita con occhi pieni di stupore con Gabriel Garcìa Màrquez e La Marioneta de trapo

Gabriel Josè de la Concordia Garcìa Màrquez nacque il 6 marzo 1927 ad Aracataca, in Colombia, e morì nel 2014 a Città del Messico. Illustre scrittore della lingua spagnola nonché vitale esponente del realismo magico, fu anche un importante giornalista e saggista, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1982. 
Primogenito dei sedici figli del telegrafista Gabriel Eligio Basilio García e della chiaroveggente Luisa Santiaga Márquez Iguarán, durante la gioventù si trasferì a Riohacha, dove venne cresciuto dai nonni materni. Questi furono figure fondamentali nella sua infanzia, in particolare la nonna, una grande conoscitrice di fiabe e leggende locali.
Nel ’37, in seguito alla morte del nonno avvenuta l’anno precedente, si trasferì a Barranquilla per studiare, e sempre qui nel ’46 si diplomò al Colegio Liceo de Zipaquirà. 
Nove anni dopo si spostò a Bogotà per studiare legge, ma non terminò gli studi a causa del poco interesse che lo legava alla giurisprudenza. 

La sua carriera giornalistica iniziò intorno agli Anni Cinquanta e lo portò a viaggiare molto, non solo per la Colombia ma anche in Europa, prima come redattore e in seguito come reporter e critico cinematografico.
Lavorò per l’agenzia cubana Prensa Latina, che da Bogotà lo portò nel ’61 a vivere a New York, dove la CIA cominciò a sorvegliarlo a causa della sua amicizia con Fidel Castro. Di conseguenza si trasferì in Messico con la moglie e il figlio Rodrigo. Qui iniziò a dedicarsi interamente all’attività letteraria – ma il primo esordio risale al ’55 con Foglie Morte – prendendosi poi nel ‘73 una pausa di un paio di anni dalla scrittura creativa per dedicarsi al giornalismo sul campo, come segno di protesta per il colpo di stato cileno del generale Augusto Pinochet

La sua opera più importante è senza dubbio Cent’anni di solitudine, pubblicata nel ’67, capolavoro letterario nonché votato nel 2007 durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solamente dal Don Quijote de la Mancha di Miguel de Cervantes. 
Il romanzo, dalla trama molto complessa, narra la storia della famiglia Buendia a Macondo attraverso diverse generazioni. Ricca di riferimenti alla cultura Sudamericana, l’opera è considerata la massima espressione del realismo magico; ad essa si ispireranno Isabel Allende e Paulo Coelho.

Tra le poesie più famose, datata intorno al ’99, c’è La Marioneta de trapo, legata a una serie di polemiche su chi l’avesse composta tra Garcia Màrquez e John Welch, altro scrittore di origine messicana. 
Nel 2000 un’intervista affermò che Garcia Màrquez ne avesse rifiutato la paternità, ma in seguito molte altre fonti confermarono che la poesia fosse opera dell’autore. 
La Marioneta è una lettera da parte dello scrittore che si immedesima nelle sembianze di una bambola di pezza, che osserva l’essere umano e desidera poter vivere allo stesso modo, sognando le cose più semplici della vita che sono allo stesso tempo quelle che racchiudono la felicità più grande. 
Il potere di queste parole si cela dietro alla banalità dei desideri della marionetta, che non potendo avere una vita umana ne contempla i gesti più quotidiani e li descrive come qualcosa di magico che racchiude felicità e bellezza e fa riflettere su cosa nella vita si dovrebbe desiderare prima del successo: guardare il mondo e la vita come un fatto straordinario. 

Forse mai come nel 2020 ci siamo accorti di quanto gli aspetti più belli della vita siano quelli ordinari: un pranzo dai nonni, un caffè con gli amici, un concerto, un abbraccio. 
L’augurio più grande che possiamo farci per il prossimo anno è di riavere indietro la vita di prima, resa ancora più speciale dal fatto che la guarderemo con occhi nuovi. 

La Marioneta de trapo
Si por un instante dios se olvidara
de que soy una marioneta de trapo
y me regalara un trozo de vida,
posiblemente no diría todo lo que pienso,
pero en definitiva pensaría todo lo que digo.
Daría valor a las cosas, no por lo que valen,
sino por lo que significan.
Dormiría poco, soñaría más,
entiendo que por cada minuto que cerramos los ojos,
perdemos sesenta segundos de luz.
Andaría cuando los demás se detienen, despertaría
cuando los demás duermen.
Escucharía cuando los demás hablan,
y cómo disfrutaría de un buen helado de chocolate!
Si dios me obsequiara un trozo de vida,
vestiría sencillo,
me tiraría de bruces al sol, dejando descubierto,
no solamente mi cuerpo sino mi alma.
Dios mío, si yo tuviera un corazón,
escribiría mi odio sobre el hielo,
y esperaría a que saliera el sol.
Pintaría con un sueño de van gogh
sobre las estrellas un poema de benedetti,
y una canción de serrat sería la serenata
que les ofrecería a la luna.
Regaría con mis lágrimas las rosas,
para sentir el dolor de sus espinas,
y el encarnado beso de sus pétalos…
dios mío, si yo tuviera un trozo de vida…
no dejaría pasar un solo día
sin decirle a la gente que quiero, que la quiero.
Convencería a cada mujer o hombre
de que son mis favoritos
y viviría enamorado del amor.
A los hombres les probaría
cuán equivocados están al pensar
que dejan de enamorarse cuando envejecen,
sin saber que envejecen
cuando dejan de enamorarse!
A un niño le daría alas,
pero le dejaría que él solo aprendiese a volar.
A los viejos les enseñaría
que la muerte no llega con la vejez,
sino con el olvido.
Tantas cosas he aprendido de ustedes,
los hombres…
he aprendido que todo el mundo
quiere vivir en la cima de la montaña,
sin saber que la verdadera felicidad
está en la forma de subir la escarpada.
He aprendido que cuando un recién nacido
aprieta con su pequeño puño,
por vez primera, el dedo de su padre,
lo tiene atrapado por siempre.
He aprendido que un hombre
sólo tiene derecho a mirar a otro hacia abajo,
cuando ha de ayudarle a levantarse.
Son tantas cosas
las que he podido aprender de ustedes,
pero realmente de mucho no habrán de servir,
porque cuando me guarden
dentro de esa maleta,
infelizmente me estaré muriendo.”


Gabriel Garcìa Màrquez
La Marionetta di pezza
Se per un istante dio dimenticasse
che sono una marionetta di pezza
e mi regalasse un brandello di vita,
probabilmente non direi tutto ciò che penso,
però in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quel che valgono,
bensì per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più,
comprendo che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi,
perdiamo sessanta secondi di luce.
Avanzerei quando gli altri si fermano, sarei desto
quando gli altri dormono.
Ascolterei quando gli altri parlano,
e come gusterei un buon gelato al cioccolato!
Se dio mi donasse un poco di vita,
vestirei in modo semplice,
mi stenderei al sole, lasciando scoperto,
non soltanto il mio corpo ma la mia anima.
Mio dio, se io avessi un cuore,
scriverei il mio odio sul ghiaccio,
e aspetterei il sorgere del sole.
Dipingerei con un sogno di van gogh
sulle stelle un poema di benedetti,
e una canzone di serrat sarebbe la serenata
che offrirei alla luna.

Innaffierei con le mie lacrime le rose
per sentire il dolore delle loro spine,
e l’incarnato bacio dei suoi petali…
mio dio, se io avessi un pezzetto di vita…
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alle persone che amo, che la amo.
Convincerei ogni donna o uomo
che sono i miei preferiti
e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini proverei
quanto sbagliano quando pensano
che smettono di innamorarsi quando invecchiano,
senza sapere che invecchiano
quando smettono di innamorarsi!.
A un bambino darei le ali,
però lascerei che imparasse da solo a volare.
Ai vecchi insegnerei
che la morte non arriva con la vecchiaia
ma con la perdita degli affetti.
Tante cose ho imparato da voi,
gli uomini…
ho imparato che il mondo intero
vuol vivere sulla cima della montagna,
senza sapere che la vera felicità
sta nel modo di salire la china.
Ho imparato che quando un bimbo appena nato
stringe col suo piccolo pugno,
per la prima volta, il dito di suo padre,
lo mantiene afferrato per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha il diritto di guardare un altro dall’alto,
solo quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose
che ho potuto imparare da voi,
però realmente non serviranno a molto,
perché quando mi metteranno
dentro quella cassa, 

infelicemente starò morendo.

Gabriel Garcìa Màrquez

Carola Aghemo

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La poesia è una passione? Per Vittorio Sereni è una bicicletta

Sebbene di primo acchito possa non suonare così familiare, Vittorio Sereni (Luino 1913 – Milano 1983) è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, cofondatore e responsabile della direzione letteraria della collana editoriale Oscar Mondadori, nonché fondatore di Meridiani Mondadori. 

Richiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, parte di una divisione diretta in Africa, nel luglio ‘43 viene catturato in Sicilia da un’armata alleata sbarcata sull’isola e imprigionato in Algeria per due anni. L’esperienza di detenzione, testimoniata fedelmente nel Diario d’Algeria (1947), lacererà per un lungo periodo Sereni, che, oltre a essere rinchiuso nel campo di concentramento algerino, perse così l’appuntamento con la Resistenza che stava prendendo piede in Italia. 

Segue infatti un silenzio ventennale del poeta, spezzato solamente nel 1965 con la pubblicazione de Gli strumenti umani, testo esemplare della sua poetica. È qui che Sereni risponde con abilità al suo stimato maestro Montale che ne La Bufera e altro dichiarava che «la poesia è morta». La società degli Anni Cinquanta e Sessanta è quella del boom economico, una società di consumo che non ha più spazio per la lirica aulica del primo Novecento. In questo senso, Sereni si pone come continuatore della poetica montaliana in una società in cui, come affermava Montale, i cardini sono cambiati.

Il componimento La poesia è una passione? è interessante perché condensa in sè elementi della prima poesia sereniana, come la guerra e il tentativo di sovvertimento di una tradizione lirica che nella nuova società di massa sembra aver fatto il suo corso, alternando talvolta una visione più positiva di una realtà in cui il poeta forse riuscirà ad imporsi. 

La poesia si apre in un tempo e un luogo ben definito: è il 30 agosto – avanzato meriggio dell’ultima domenica di questa nostra estate – e il poeta si trova probabilmente a Milano, come possiamo dedurre dall’ambientazione cittadina:

E la domenica è chiara ancora in cielo
folto di verde il viale e di uccelli
non ancora spettrali case e grattacieli
[…]
e si guardava attorno ai tetti che abbuiavano e le prime serpeggianti luci cittadine  

Leggendo il componimento salta subito all’occhio l’immagine di un amore tra un uomo e una donna, un amore che sembra quasi essere malato. L’uomo, che identifichiamo con l’io lirico, da un lato sembra voler evadere, ma dall’altro lato rimane fisso e torvo. Si stringono in un abbraccio che respinge e non unisce che sembra quasi un aforisma, una definizione universale che suggerisce l’idea di un abbraccio non carico di amore, quasi l’opposto di quello che dovrebbe essere, perché appunto respinge. Tra i due protagonisti c’è un amore che è già storia d’altri, già vecchia, di loro: un amore comune e non da favola, senza niente di speciale, anzi a tratti malato e possessivo, che si ritrova in ogni coppia e da sempre. In questo contesto, l’io lirico descrive il suo stato d’animo distrutto e rabbioso: moriva d’apprensione e gelosia al punto da volersi morto, al punto di volersi sciogliere tra le braccia di lei, impotente.  

E’ domenica 30 agosto 1953 e tutta l’Italia è sulle piazze nei viali e nei bar ferma ai televisori. Anche i protagonisti accendono la televisione e avvertono una grande notizia: Fausto Coppi, noto ciclista italiano, ha vinto il Campionato del Mondo a Lugano. Questo evento suscita nell’io lirico una sorta di epifania: Coppi era un corridore secondo molti finitodi sé faceva dire che non più ce la fa, eppure aveva vinto il Campionato.
Se Coppi è riuscito a vincere, allora anche il protagonista può risollevarsi, può riscattarsi da quel suo stato d’animo che tanto lo opprime:

e dunque anch’io posso ancora riprendermi, stravincere.

Questo prezioso momento viene interrotto dalla voce della donna e ora si ricorda perché la ama, con lei potrà stravincere. Tornato alla realtà guarda fuori la terrazza farsi sera di quell’ultimo giorno di agosto mentre la compagna recita: 

anche agosto, anche agosto è andato per sempre… 

si tratta della poesia Novilunio, lirica contenuta in Alcyone, uno dei più grandi capolavori di Gabriele D’Annunzio. A sentire questi versi l’io lirico si ricorda con tenerezza e affetto di quando li leggeva durante la Guerra:

sì li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti

forse era l’unico libro che aveva da leggere mentre era in spedizione sui Balcani e, anche se quei versi così liricheggianti e idilliaci erano così enormemente lontani dall’orrore della guerra, rappresentavano uno strumento per distrarsi:

quei versi li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo per parlare tra noi. 

Probabilmente era estate anche quando era in guerra – quell’estate di ferro – ed è proprio per questo motivo che quei versi di D’Annunzio sono così carichi di significato per lui. Ma, ormai l’agosto della guerra è passato e adesso sopraggiunge un nuovo agosto in cui Fausto Coppi vince il Campionato e il poeta può finalmente riscattarsi:

è altra roba altro agosto,
non tocca quegli alberi o quei tetti
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.

Come nell’Agosto del ‘43, mentre Sereni era in guerra, le liriche dannunziane l’hanno salvato in un momento di grande terrore, adesso è arrivato un altro agosto e con esso un’altra poesia. 

Concluso un agosto, ne arriverà un altro.

E da qui il significato del titolo: La poesia è una passione? Sì, la poesia è una passione: proprio come nel ciclismo, di cui Sereni era un grande appassionato, Coppi sembrava non farcela e invece vinse la gara, così anche la poesia che a volte sembra non poter fare il suo corso riuscirà ancora a sorprendere. 

Giulia Ferrero

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Come Leopardi può salvarti la vita

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1789 a Recanati, all’epoca nello Stato pontificio. Primo di dieci figli di una delle famiglie più altolocate del paese, soffrì la mancanza di affetto durante l’infanzia, dovuta alla durezza della madre, donna fortemente religiosa e legata alle convenzioni sociali. 

Ebbe una prima educazione da due precettori ecclesiastici, improntata sul modello gesuita: ricevette infatti un’ottima formazione latina e umanistica, ma anche scientifica. Nonostante l’ottima struttura del suo piano di educazione, il giovane Giacomo decise di non porre alcun limite alla propria formazione, intraprendendo un personale percorso di studio servendosi della biblioteca paterna. 

Leopardi è ritenuto a tutti gli effetti il più celebre poeta dell’Ottocento italiano e un luminare della letteratura mondiale di tutti i tempi, ma è spesso considerato anche uno dei più grandi pessimisti mai esistiti. 

È interessante come Alessandro D’Avenia nel suo romanzo L’arte di essere fragili: come Leopardi può salvarti la vita abbia messo in luce una visione di questo grande poeta diametralmente opposta ai preconcetti che vi sono solitamente allegati. 

D’Avenia lo descrive infatti come un uomo ‘affamato di vita e di infinito’, strutturando il suo romanzo come uno scambio epistolare tra se stesso e il poeta, suddiviso in quattro parti: adolescenza (o l’arte di sperare), maturità (o l’arte di morire), riparazione (o l’arte di essere fragili) e morire (o l’arte di rinascere). 
Tramite questa corrispondenza e le tante domande che l’autore formula al poeta, traspare come questo ‘incontro’ con Leopardi gli abbia indicato la strada per la felicità, ponendosi come obiettivo di guardare il mondo con la stessa meraviglia con cui egli l’aveva fatto, nonostante le difficoltà della sua vita e la derisione da parte dei suoi contemporanei. 

Le domande che D’Avenia pone sono frutto dei tanti interrogativi che in anni di insegnamento gli sono stati indicati da giovani studenti alla ricerca di se stessi, in un mondo ormai troppo in movimento dove il più grande desiderio rimane sempre quello di trovare un significato più profondo del vivere. 
L’autore lo definisce ‘il momento di rapimento’, ovvero l’incontro improvviso con la parte più autentica di noi stessi.
Per D’Avenia Leopardi è il maestro indiscusso in quanto a fedeltà al suo ‘primo rapimento’, poiché ne fece la sua vita nonostante nel corso degli anni gli sembrò impossibile farne realtà
La determinazione con cui il poeta perseguì per tutta la sua vita la vocazione della poesia nonostante tutte le difficoltà che si scontrarono sul suo cammino, è un esempio di forza e di perseveranza nell’inseguimento dei propri sogni che poco ha a che fare con la negatività, e dunque con il pessimismo.

Leggere questo romanzo fa riflettere su ciò che davvero richiede positività e fiducia in se stessi: più volte realizzerete quanto vorreste essere positivi almeno la metà di quanto lo sia stato Giacomo Leopardi.

Carola Aghemo

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Amicizia: istruzioni per l’uso

Il 30 luglio 2011 l’ONU stabilisce la Giornata mondiale dell’amicizia, basandosi sull’idea di amicizia come promotrice di una cultura di pace e di unione tra i vari popoli nel mondo.

Non esiste una definizione universale per questo termine, poiché si tratta di una definizione soggettiva che ogni individuo deve ricercare dentro di sé. 

L’amicizia è un sentimento che nasce in maniera naturale e spontanea; è un sentimento che non può essere comprato materialmente perché l’amicizia trascende la quantità dei soldi, di beni materiali, anche il colore della pelle o la religione di appartenenza. Prendendo la citazione di Antoine de Saint Exupéry ne “Il piccolo principe”:

«gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici»

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L’amicizia è quel sentimento che non conosce confini, perché gli unici confini sono posti dall’uomo sulle carte geografiche. Sono dei confini geopolitici, ma l’amicizia non si riduce a questo, come dice Sergio Bambarén «per i veri amici nessun posto è lontano».

È interessante pensare questo sentimento come parte integrante della natura, paragonato a un fiore, che può nascere ovunque e in qualsiasi circostanza con la dovuta pazienza, dedizione e tanta cura. L’amicizia è un sentimento forte quanto delicato, ma mai fragile. Spesso ci sembrerà che il gambo del fiore si stia per spezzare; in realtà può solo piegarsi, ma mai spezzarsi. Il gambo non potrà nemmeno sfilacciarsi, perché il sentimento che lega quelle due persone le rende inscindibili. Come citato da Aristotele «l’amicizia è un frutto che matura lentamente»

«Bisogna essere molto pazienti. In principio tu sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono fonte di malintesi. Ma ogni giorno, tu potrai sederti un po’ più vicino…»

Bisogna soltanto ripararlo dalle intemperie, ovvero gli ostacoli che le situazioni della vita ci pongono lungo la nostra strada. Se ci prendiamo cura di quel fiore, allora la pioggia non lo bagnerà, il vento non lo staccherà e il gelo non lo ghiaccerà. 

«è il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». 

Proteggere quel fiore equivale a proteggere quel sentimento d’amicizia che abbiamo deciso di costruire con una determinata persona.

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Fare amicizia vuol dire creare dei legami 

«Che cosa vuol dire addomesticare?» chiese il piccolo principe

«E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire «creare dei legami»

«Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe, uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo»

Marta Federico

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