Febbre: raccontare lo stigma della sieropositività

Il primo dicembre è dedicato alla giornata mondiale per sensibilizzazione sull’epidemia mondiale dell’AIDS dovuta alla diffusione del virus dell’HIV. La sindrome è stata riportata per la prima volta nel 1981, data dalla quale ha ucciso più 25 milioni di persone nel mondo. Parlare di questa tematica sensibile risulta sempre difficile, sia perché siamo abituati a percepirla come un qualcosa che non ci tocca direttamente, spesso legato all’immaginario degli ultimi due decenni del secolo scorso, sia perché in fondo ci spaventa. 

Nel 2019 ha avuto molto successo il romanzo d’esordio Febbre di Jonathan Bazzi, tanto da essere stato candidato come finalista del prestigioso Premio Strega 2020. Il protagonista dell’autofiction, alter ego dell’autore, racconta attraverso salti temporali le sue vicende fanciullesche, adolescenziali e di giovane adulto. Si tratta di un libro intimo i cui nodi principali sono la vita nella periferia di Milano, la precarietà economica, i problemi familiari, la balbuzie e la difficoltà di trovare sé stessi e sentirsi accettati. A un tratto nella sua vita irrompe una febbre, una febbre che non va più via. Bazzi scopre a trent’anni di aver contratto l’HIV, il romanzo ruota attorno alla tematica della fragilità umana e sull’accettazione della malattia che emargina e stigmatizza. 

Come sottolinea Bazzi in un’intervista: «I problemi dell’HIV ormai son sempre più, grazie ai progressi della ricerca, non tanto problemi fisici. Sono problemi di percezione sociale, di simboli e stigma. Lo stigma sociale che accompagna il virus HIV è irrazionale, irriflesso e retrogrado. L’HIV non è tanto una malattia, è più una vergogna. Un tratto vergognoso della personalità. Un pezzo di sé disdicevole. Si porta appresso un gran corteo di pettegolezzi, insinuazioni e malelingue».

Si tratta di un vero e proprio libro catartico per l’autore che racconta per proteggersi. È proprio l’immediatezza di chi scrive che aiuta il lettore a proiettarsi nelle parole stampate facendole sue.

La battaglia contro la stigmatizzazione non rimane vincolata all’opera cartacea ma continua sui social. Recentemente ha parlato delle cosiddette terapie long lasting e di come gli stanno cambiando la vita, sono composte da una sola iniezione ogni due mesi di un farmaco che contiene due principi attivi che inibiscono alcune funzioni del virus Hiv. In questo modo i pazienti non sono più costretti ad assumere quotidianamente e sempre alla stessa ora una compressa giornaliera. Accanto all’esperienza diretta non mancano riflessioni umane su ciò che comporta la convivenza con una patologia del genere: «Non pensavo avrei frequentato così assiduamente gli ospedali nella mia vita, ma la verità è che da subito non è stato un problema, perché avvicinandomi ad essi, inoltrandomici, ho avuto la possibilità di trovarci spesso sponde risolutive ai fantasmi angosciosi che una condizione delicata di soffia dentro». 

Nel mondo secondo le stime del 2020 a fronte di 37,7 milioni di persone che vivono con il virus, ci siano state 1,5 milioni di nuove diagnosi. In Italia i dati raccolti dall’Istituto superiore di sanità dichiarano che l’80%  delle persone che hanno scoperto di essere positive all’HIV sono maschi e l’incidenza maggiore si riscontra nelle fasce d’età 25-29 anni (5,5 nuovi casi ogni 100.000 residenti) e 30-39 anni (5,2 nuovi casi ogni 100.000 residenti). La maggioranza di queste diagnosi è attribuibile a rapporti sessuali non protetti da preservativo, che costituiscono l’88,1% di tutte le segnalazioni. Questo significa che c’è molto ancora da fare per sensibilizzare i giovani a prevenire le malattie sessualmente trasmissibili. Se assumiamo una prospettiva globale aiutandoci con una meta carta, che in base al fenomeno indagato ingrandisce o diminuisce la rappresentazione di ogni Stato, è evidente come la diffusione dell’Hiv sia legata anche a disparità di condizioni economiche e sociali.

Se da una parte la battaglia contro la diffusione dell’Hiv e dell’AIDS non è stata ancora vinta ed è doveroso fare passi avanti per la prevenzione, dall’altra leggere autori e autrici come Bazzi è fondamentale per avvicinarci umanamente alla tematica senza scivolare nell’errore di stigmatizzare, liberandoci dal pregiudizio. 

Paolo di Cera

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