Demitizzare la cultura della performance per essere felici

Qualche settimana fa ha fatto scandalo nel dibattito pubblico il caso ‘Carlotta Rossignoli’: studentessa ventitreenne neolaureata in medicina con un anno di anticipo e il massimo dei voti. La ragazza è stata presentata nelle principali testate giornalistiche come una studentessa modello, tanto da essere stata premiata ‘Alfiere del Lavoro’ nel 2017 da Mattarella in persona dopo essersi diplomata con lode e applauso dei commissari d’esame. Secondo Rossignoli il segreto del suo successo consiste nel dormire poco, «per me il sonno è tempo perso» –  ha sottolineato, studiando dalle 6 del mattino fino alle 2 di notte. Al di là delle polemiche sterili e delle scelte di ciascuno, è interessante comprendere la problematicità della narrazione giornalistica, le possibili implicazioni e quali possano essere le alternative. 

La criticità di tale narrazione sta nel porre un’eccezione fuori dall’ordinario come modello da seguire ed emulare. Il rischio di tutto ciò è di creare inadeguatezza, fornire paradigmi impercorribili che generano frustrazione e insicurezza. Questo discorso è particolarmente pericoloso in un paese come il nostro in cui l’abbandono scolastico è al 13% e il numero dei NEET è il più alto dell’Unione Europea (23,1%). Adottando modelli del genere ci si assume il rischio di far scivolare sempre di più quello che dovrebbe essere il luogo formativo per eccellenza in un luogo della prestazione. Intorno a questa tematica si intreccia il tanto discusso concetto di ‘merito’: spesso quando si parla di talento e impegno si finisce con l’ignorare le condizioni economiche, sociali e culturali di ognuno che rendono il modello in questione non esportabile. 

Una risposta alla narrazione della società contemporanea può essere demitizzare, misurandosi come persone e non attraverso una competizione continua rincorrendo modelli irreplicabili. 

Come sottolineano Andrea Colamedici e Maura Gancitano «La società della performance ti dice che devi essere performativo, che non devi prenderti tempo vuoto. Invece noi come esseri umani abbiamo bisogno di uno spazio attivo, ma anche di uno spazio contemplativo».  

Nessuno può giudicare le scelte personali della Rossignoli, ma le sue parole rendono evidente come uno dei nodi attorno a cui ruota la narrazione contemporanea sia la questione del tempo e di come viene speso. Siamo talmente immersi in un mondo in cui tutto è performance che anche il linguaggio si è plasmato intorno a questo. Il famoso detto il tempo è denaro’ è reale: la nostra terminologia cronologica ruota intorno a ‘spendere’ o ‘investire’, lo stesso accade in inglese con forme come ‘wasting time’, ‘spend your time’, ‘it cost me an hour’. Non è così ovunque, per esempio in ungherese si parla di ‘riempire’ il tempo, non di perderlo. La lingua è da sempre espressione del nostro modo di vedere la realtà che ci circonda e in questo caso ci dà una chiara idea di come il nostro agire sia legato costantemente al profitto. 

Ma qual è la finalità per cui si corre così tanto? Per cosa si spende e si investe tempo oggi?

Fondamentalmente l’uomo ha due obiettivi: il successo e la felicità. Raggiungere entrambi è possibile, ma spesso accade che, attraverso un cortocircuito, alcune persone ambiziose semplificano l’equazione equiparando il successo lavorativo alla felicità. In realtà non è il successo a portare la felicità, anzi bisogna partire da quest’ultima come dimostrano numerosi studi. Ad esempio, nel 2005 alcuni studiosi hanno analizzato diverse ricerche concludendo che la felicità porta al successo in molti contesti della vita, tra cui matrimonio, amicizia, salute, reddito e risultati lavorativi. Le spiegazioni possono essere molteplici: la felicità rende più attraenti e aumenta la probabilità di ottenere benefici da altri oppure è possibile che ci renda più produttivi. Al contrario, alcuni ricercatori nel 2020 hanno esaminato più di quattrocento impiegati di banca iraniani scoprendo che ai comportamenti legati all’eccesso di lavoro (come il perfezionismo e la dipendenza da lavoro) corrispondeva un’atmosfera ostile nell’ambiente professionale (aggressività, emarginazione, pettegolezzi) e una riduzione della qualità della vita familiare.

Perseguire il successo a tutti i costi nella convinzione che ci porti alla felicità è dunque controproducente e il rischio è quello di finire come il protagonista di Un artista del digiuno di Kafka. Nel racconto kafkiano un artista itinerante ossessionato dal lavoro decide di guadagnarsi da vivere chiudendosi in una gabbia e digiunando. Pur essendo sempre triste è orgoglioso del successo, ma col passare del tempo il pubblico diminuisce e lui per rimediare decide di allungare i suoi digiuni. La chiusura narrativa è tragica: il protagonista muore ignorato da tutti subito dopo aver ammesso a sé stesso di aver ricercato la felicità rinunciando a essa. 

Come possiamo invertire la rotta? La soluzione è normalizzare il fallimento e la necessità di prendersi il proprio tempo per ripensare maggiormente al proprio benessere ridisegnando le nostre priorità. Non si tratta di inciampare e perdere terreno nella competizione con gli altri, ma di rendersi padroni di sé stessi. Come dice Willie Peyote, in questa società votata alla perfezione e alla produzione senza tregua fare schifo è un dovere morale.

Paolo Di Cera

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2 pensieri su “Demitizzare la cultura della performance per essere felici

  1. Sono d’accordo con tutto ciò che lei dice, anche perchè sono dell’idea che nella vita sono anche importanti i fallimenti e le sofferenze, perchè servono a forgiare le persone e a diventare degli esseri umani migliori.

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