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Come ‘rimparare’ a guardare la vita con occhi pieni di stupore con Gabriel Garcìa Màrquez e La Marioneta de trapo

Gabriel Josè de la Concordia Garcìa Màrquez nacque il 6 marzo 1927 ad Aracataca, in Colombia, e morì nel 2014 a Città del Messico. Illustre scrittore della lingua spagnola nonché vitale esponente del realismo magico, fu anche un importante giornalista e saggista, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1982. 
Primogenito dei sedici figli del telegrafista Gabriel Eligio Basilio García e della chiaroveggente Luisa Santiaga Márquez Iguarán, durante la gioventù si trasferì a Riohacha, dove venne cresciuto dai nonni materni. Questi furono figure fondamentali nella sua infanzia, in particolare la nonna, una grande conoscitrice di fiabe e leggende locali.
Nel ’37, in seguito alla morte del nonno avvenuta l’anno precedente, si trasferì a Barranquilla per studiare, e sempre qui nel ’46 si diplomò al Colegio Liceo de Zipaquirà. 
Nove anni dopo si spostò a Bogotà per studiare legge, ma non terminò gli studi a causa del poco interesse che lo legava alla giurisprudenza. 

La sua carriera giornalistica iniziò intorno agli Anni Cinquanta e lo portò a viaggiare molto, non solo per la Colombia ma anche in Europa, prima come redattore e in seguito come reporter e critico cinematografico.
Lavorò per l’agenzia cubana Prensa Latina, che da Bogotà lo portò nel ’61 a vivere a New York, dove la CIA cominciò a sorvegliarlo a causa della sua amicizia con Fidel Castro. Di conseguenza si trasferì in Messico con la moglie e il figlio Rodrigo. Qui iniziò a dedicarsi interamente all’attività letteraria – ma il primo esordio risale al ’55 con Foglie Morte – prendendosi poi nel ‘73 una pausa di un paio di anni dalla scrittura creativa per dedicarsi al giornalismo sul campo, come segno di protesta per il colpo di stato cileno del generale Augusto Pinochet

La sua opera più importante è senza dubbio Cent’anni di solitudine, pubblicata nel ’67, capolavoro letterario nonché votato nel 2007 durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solamente dal Don Quijote de la Mancha di Miguel de Cervantes. 
Il romanzo, dalla trama molto complessa, narra la storia della famiglia Buendia a Macondo attraverso diverse generazioni. Ricca di riferimenti alla cultura Sudamericana, l’opera è considerata la massima espressione del realismo magico; ad essa si ispireranno Isabel Allende e Paulo Coelho.

Tra le poesie più famose, datata intorno al ’99, c’è La Marioneta de trapo, legata a una serie di polemiche su chi l’avesse composta tra Garcia Màrquez e John Welch, altro scrittore di origine messicana. 
Nel 2000 un’intervista affermò che Garcia Màrquez ne avesse rifiutato la paternità, ma in seguito molte altre fonti confermarono che la poesia fosse opera dell’autore. 
La Marioneta è una lettera da parte dello scrittore che si immedesima nelle sembianze di una bambola di pezza, che osserva l’essere umano e desidera poter vivere allo stesso modo, sognando le cose più semplici della vita che sono allo stesso tempo quelle che racchiudono la felicità più grande. 
Il potere di queste parole si cela dietro alla banalità dei desideri della marionetta, che non potendo avere una vita umana ne contempla i gesti più quotidiani e li descrive come qualcosa di magico che racchiude felicità e bellezza e fa riflettere su cosa nella vita si dovrebbe desiderare prima del successo: guardare il mondo e la vita come un fatto straordinario. 

Forse mai come nel 2020 ci siamo accorti di quanto gli aspetti più belli della vita siano quelli ordinari: un pranzo dai nonni, un caffè con gli amici, un concerto, un abbraccio. 
L’augurio più grande che possiamo farci per il prossimo anno è di riavere indietro la vita di prima, resa ancora più speciale dal fatto che la guarderemo con occhi nuovi. 

La Marioneta de trapo
Si por un instante dios se olvidara
de que soy una marioneta de trapo
y me regalara un trozo de vida,
posiblemente no diría todo lo que pienso,
pero en definitiva pensaría todo lo que digo.
Daría valor a las cosas, no por lo que valen,
sino por lo que significan.
Dormiría poco, soñaría más,
entiendo que por cada minuto que cerramos los ojos,
perdemos sesenta segundos de luz.
Andaría cuando los demás se detienen, despertaría
cuando los demás duermen.
Escucharía cuando los demás hablan,
y cómo disfrutaría de un buen helado de chocolate!
Si dios me obsequiara un trozo de vida,
vestiría sencillo,
me tiraría de bruces al sol, dejando descubierto,
no solamente mi cuerpo sino mi alma.
Dios mío, si yo tuviera un corazón,
escribiría mi odio sobre el hielo,
y esperaría a que saliera el sol.
Pintaría con un sueño de van gogh
sobre las estrellas un poema de benedetti,
y una canción de serrat sería la serenata
que les ofrecería a la luna.
Regaría con mis lágrimas las rosas,
para sentir el dolor de sus espinas,
y el encarnado beso de sus pétalos…
dios mío, si yo tuviera un trozo de vida…
no dejaría pasar un solo día
sin decirle a la gente que quiero, que la quiero.
Convencería a cada mujer o hombre
de que son mis favoritos
y viviría enamorado del amor.
A los hombres les probaría
cuán equivocados están al pensar
que dejan de enamorarse cuando envejecen,
sin saber que envejecen
cuando dejan de enamorarse!
A un niño le daría alas,
pero le dejaría que él solo aprendiese a volar.
A los viejos les enseñaría
que la muerte no llega con la vejez,
sino con el olvido.
Tantas cosas he aprendido de ustedes,
los hombres…
he aprendido que todo el mundo
quiere vivir en la cima de la montaña,
sin saber que la verdadera felicidad
está en la forma de subir la escarpada.
He aprendido que cuando un recién nacido
aprieta con su pequeño puño,
por vez primera, el dedo de su padre,
lo tiene atrapado por siempre.
He aprendido que un hombre
sólo tiene derecho a mirar a otro hacia abajo,
cuando ha de ayudarle a levantarse.
Son tantas cosas
las que he podido aprender de ustedes,
pero realmente de mucho no habrán de servir,
porque cuando me guarden
dentro de esa maleta,
infelizmente me estaré muriendo.”


Gabriel Garcìa Màrquez
La Marionetta di pezza
Se per un istante dio dimenticasse
che sono una marionetta di pezza
e mi regalasse un brandello di vita,
probabilmente non direi tutto ciò che penso,
però in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quel che valgono,
bensì per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più,
comprendo che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi,
perdiamo sessanta secondi di luce.
Avanzerei quando gli altri si fermano, sarei desto
quando gli altri dormono.
Ascolterei quando gli altri parlano,
e come gusterei un buon gelato al cioccolato!
Se dio mi donasse un poco di vita,
vestirei in modo semplice,
mi stenderei al sole, lasciando scoperto,
non soltanto il mio corpo ma la mia anima.
Mio dio, se io avessi un cuore,
scriverei il mio odio sul ghiaccio,
e aspetterei il sorgere del sole.
Dipingerei con un sogno di van gogh
sulle stelle un poema di benedetti,
e una canzone di serrat sarebbe la serenata
che offrirei alla luna.

Innaffierei con le mie lacrime le rose
per sentire il dolore delle loro spine,
e l’incarnato bacio dei suoi petali…
mio dio, se io avessi un pezzetto di vita…
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alle persone che amo, che la amo.
Convincerei ogni donna o uomo
che sono i miei preferiti
e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini proverei
quanto sbagliano quando pensano
che smettono di innamorarsi quando invecchiano,
senza sapere che invecchiano
quando smettono di innamorarsi!.
A un bambino darei le ali,
però lascerei che imparasse da solo a volare.
Ai vecchi insegnerei
che la morte non arriva con la vecchiaia
ma con la perdita degli affetti.
Tante cose ho imparato da voi,
gli uomini…
ho imparato che il mondo intero
vuol vivere sulla cima della montagna,
senza sapere che la vera felicità
sta nel modo di salire la china.
Ho imparato che quando un bimbo appena nato
stringe col suo piccolo pugno,
per la prima volta, il dito di suo padre,
lo mantiene afferrato per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha il diritto di guardare un altro dall’alto,
solo quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose
che ho potuto imparare da voi,
però realmente non serviranno a molto,
perché quando mi metteranno
dentro quella cassa, 

infelicemente starò morendo.

Gabriel Garcìa Màrquez

Carola Aghemo

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La poesia è una passione? Per Vittorio Sereni è una bicicletta

Sebbene di primo acchito possa non suonare così familiare, Vittorio Sereni (Luino 1913 – Milano 1983) è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, cofondatore e responsabile della direzione letteraria della collana editoriale Oscar Mondadori, nonché fondatore di Meridiani Mondadori. 

Richiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, parte di una divisione diretta in Africa, nel luglio ‘43 viene catturato in Sicilia da un’armata alleata sbarcata sull’isola e imprigionato in Algeria per due anni. L’esperienza di detenzione, testimoniata fedelmente nel Diario d’Algeria (1947), lacererà per un lungo periodo Sereni, che, oltre a essere rinchiuso nel campo di concentramento algerino, perse così l’appuntamento con la Resistenza che stava prendendo piede in Italia. 

Segue infatti un silenzio ventennale del poeta, spezzato solamente nel 1965 con la pubblicazione de Gli strumenti umani, testo esemplare della sua poetica. È qui che Sereni risponde con abilità al suo stimato maestro Montale che ne La Bufera e altro dichiarava che «la poesia è morta». La società degli Anni Cinquanta e Sessanta è quella del boom economico, una società di consumo che non ha più spazio per la lirica aulica del primo Novecento. In questo senso, Sereni si pone come continuatore della poetica montaliana in una società in cui, come affermava Montale, i cardini sono cambiati.

Il componimento La poesia è una passione? è interessante perché condensa in sè elementi della prima poesia sereniana, come la guerra e il tentativo di sovvertimento di una tradizione lirica che nella nuova società di massa sembra aver fatto il suo corso, alternando talvolta una visione più positiva di una realtà in cui il poeta forse riuscirà ad imporsi. 

La poesia si apre in un tempo e un luogo ben definito: è il 30 agosto – avanzato meriggio dell’ultima domenica di questa nostra estate – e il poeta si trova probabilmente a Milano, come possiamo dedurre dall’ambientazione cittadina:

E la domenica è chiara ancora in cielo
folto di verde il viale e di uccelli
non ancora spettrali case e grattacieli
[…]
e si guardava attorno ai tetti che abbuiavano e le prime serpeggianti luci cittadine  

Leggendo il componimento salta subito all’occhio l’immagine di un amore tra un uomo e una donna, un amore che sembra quasi essere malato. L’uomo, che identifichiamo con l’io lirico, da un lato sembra voler evadere, ma dall’altro lato rimane fisso e torvo. Si stringono in un abbraccio che respinge e non unisce che sembra quasi un aforisma, una definizione universale che suggerisce l’idea di un abbraccio non carico di amore, quasi l’opposto di quello che dovrebbe essere, perché appunto respinge. Tra i due protagonisti c’è un amore che è già storia d’altri, già vecchia, di loro: un amore comune e non da favola, senza niente di speciale, anzi a tratti malato e possessivo, che si ritrova in ogni coppia e da sempre. In questo contesto, l’io lirico descrive il suo stato d’animo distrutto e rabbioso: moriva d’apprensione e gelosia al punto da volersi morto, al punto di volersi sciogliere tra le braccia di lei, impotente.  

E’ domenica 30 agosto 1953 e tutta l’Italia è sulle piazze nei viali e nei bar ferma ai televisori. Anche i protagonisti accendono la televisione e avvertono una grande notizia: Fausto Coppi, noto ciclista italiano, ha vinto il Campionato del Mondo a Lugano. Questo evento suscita nell’io lirico una sorta di epifania: Coppi era un corridore secondo molti finitodi sé faceva dire che non più ce la fa, eppure aveva vinto il Campionato.
Se Coppi è riuscito a vincere, allora anche il protagonista può risollevarsi, può riscattarsi da quel suo stato d’animo che tanto lo opprime:

e dunque anch’io posso ancora riprendermi, stravincere.

Questo prezioso momento viene interrotto dalla voce della donna e ora si ricorda perché la ama, con lei potrà stravincere. Tornato alla realtà guarda fuori la terrazza farsi sera di quell’ultimo giorno di agosto mentre la compagna recita: 

anche agosto, anche agosto è andato per sempre… 

si tratta della poesia Novilunio, lirica contenuta in Alcyone, uno dei più grandi capolavori di Gabriele D’Annunzio. A sentire questi versi l’io lirico si ricorda con tenerezza e affetto di quando li leggeva durante la Guerra:

sì li ho amati anch’io questi versi…
anche troppo per i miei gusti

forse era l’unico libro che aveva da leggere mentre era in spedizione sui Balcani e, anche se quei versi così liricheggianti e idilliaci erano così enormemente lontani dall’orrore della guerra, rappresentavano uno strumento per distrarsi:

quei versi li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo per parlare tra noi. 

Probabilmente era estate anche quando era in guerra – quell’estate di ferro – ed è proprio per questo motivo che quei versi di D’Annunzio sono così carichi di significato per lui. Ma, ormai l’agosto della guerra è passato e adesso sopraggiunge un nuovo agosto in cui Fausto Coppi vince il Campionato e il poeta può finalmente riscattarsi:

è altra roba altro agosto,
non tocca quegli alberi o quei tetti
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.

Come nell’Agosto del ‘43, mentre Sereni era in guerra, le liriche dannunziane l’hanno salvato in un momento di grande terrore, adesso è arrivato un altro agosto e con esso un’altra poesia. 

Concluso un agosto, ne arriverà un altro.

E da qui il significato del titolo: La poesia è una passione? Sì, la poesia è una passione: proprio come nel ciclismo, di cui Sereni era un grande appassionato, Coppi sembrava non farcela e invece vinse la gara, così anche la poesia che a volte sembra non poter fare il suo corso riuscirà ancora a sorprendere. 

Giulia Ferrero

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Come Leopardi può salvarti la vita

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1789 a Recanati, all’epoca nello Stato pontificio. Primo di dieci figli di una delle famiglie più altolocate del paese, soffrì la mancanza di affetto durante l’infanzia, dovuta alla durezza della madre, donna fortemente religiosa e legata alle convenzioni sociali. 

Ebbe una prima educazione da due precettori ecclesiastici, improntata sul modello gesuita: ricevette infatti un’ottima formazione latina e umanistica, ma anche scientifica. Nonostante l’ottima struttura del suo piano di educazione, il giovane Giacomo decise di non porre alcun limite alla propria formazione, intraprendendo un personale percorso di studio servendosi della biblioteca paterna. 

Leopardi è ritenuto a tutti gli effetti il più celebre poeta dell’Ottocento italiano e un luminare della letteratura mondiale di tutti i tempi, ma è spesso considerato anche uno dei più grandi pessimisti mai esistiti. 

È interessante come Alessandro D’Avenia nel suo romanzo L’arte di essere fragili: come Leopardi può salvarti la vita abbia messo in luce una visione di questo grande poeta diametralmente opposta ai preconcetti che vi sono solitamente allegati. 

D’Avenia lo descrive infatti come un uomo ‘affamato di vita e di infinito’, strutturando il suo romanzo come uno scambio epistolare tra se stesso e il poeta, suddiviso in quattro parti: adolescenza (o l’arte di sperare), maturità (o l’arte di morire), riparazione (o l’arte di essere fragili) e morire (o l’arte di rinascere). 
Tramite questa corrispondenza e le tante domande che l’autore formula al poeta, traspare come questo ‘incontro’ con Leopardi gli abbia indicato la strada per la felicità, ponendosi come obiettivo di guardare il mondo con la stessa meraviglia con cui egli l’aveva fatto, nonostante le difficoltà della sua vita e la derisione da parte dei suoi contemporanei. 

Le domande che D’Avenia pone sono frutto dei tanti interrogativi che in anni di insegnamento gli sono stati indicati da giovani studenti alla ricerca di se stessi, in un mondo ormai troppo in movimento dove il più grande desiderio rimane sempre quello di trovare un significato più profondo del vivere. 
L’autore lo definisce ‘il momento di rapimento’, ovvero l’incontro improvviso con la parte più autentica di noi stessi.
Per D’Avenia Leopardi è il maestro indiscusso in quanto a fedeltà al suo ‘primo rapimento’, poiché ne fece la sua vita nonostante nel corso degli anni gli sembrò impossibile farne realtà
La determinazione con cui il poeta perseguì per tutta la sua vita la vocazione della poesia nonostante tutte le difficoltà che si scontrarono sul suo cammino, è un esempio di forza e di perseveranza nell’inseguimento dei propri sogni che poco ha a che fare con la negatività, e dunque con il pessimismo.

Leggere questo romanzo fa riflettere su ciò che davvero richiede positività e fiducia in se stessi: più volte realizzerete quanto vorreste essere positivi almeno la metà di quanto lo sia stato Giacomo Leopardi.

Carola Aghemo

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Omaggio ad Andrea Camilleri

Andrea Camilleri si spense il 17 luglio dello scorso anno.

Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, l’autore siciliano si diletta dapprima nel mondo dello spettacolo, frequentando e poi insegnando all’Accademia di Arte Drammatica di Roma, impegnandosi come regista, autore e sceneggiatore. È in questo contesto che diventa fondamentale per Camilleri la figura di Georges Simenon con il suo Commissario Maigret, definendo l’autore belga come ‘L’inventore del romanzo poliziesco all’europea’. 

Simenon, come afferma Camilleri in diverse interviste, ha ampliamente contraddetto la convinzione di Pirandello (autore profondamente amato da Camilleri) secondo cui la vita o si scriveva o si viveva: Simenon è riuscito a vivere la vita e al tempo stesso a scriverla. Ed è forse proprio dal contatto con Simenon e i suoi gialli che incomincia a prendere vita la figura del Commissario Montalbano.

I suoi personaggi, così perfettamente delineati, non smettono però di farlo vivere nelle vicende dell’amatissimo commissario Montalbano e dei suoi fidati collaboratori e amici, il cui sfondo è la Sicilia, cuore pulsante di ogni opera di Camilleri.

L’anno scorso, dopo la morte dell’autore, Luca Zingaretti, attore che ha saputo calzare perfettamente le vesti del commissario Montalbano, ha scritto: «ho avuto la strana sensazione che bastasse un tuo tratto di penna a cambiare la mia vita».

Chi segue da anni la storia del commissariato di Vigata, sa che in questa frase c’è tanta verità, acquisita dalla stessa sincerità su cui Camilleri ha basato tutta la sua opera: personaggi veri, con valori e difetti, in una Sicilia vera.

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Questo differenzia radicalmente la serie del commissario Montalbano da qualsiasi altra ‘fiction all’Italiana’: la scelta curata di attori teatrali siciliani e un tratto di penna magistralmente indirizzato verso un vissuto, un’italianità che fa sorridere, in cui ci si riconosce e in cui soprattutto si riconoscono le sfumature dei vari personaggi, come se fossero amici di vecchia data che una volta a settimana cenano a casa nostra.

I luoghi non sono da meno rispetto ai personaggi: l’immaginaria cittadina di Vigata faceva già da retroscena in una delle sue prime opere, “Un filo di fumo”, pubblicata nel 1980 e primo di una serie di romanzi ambientati a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, grazie al quale Camilleri vinse il suo primo premio letterario. 

Nel 1992 riprese a scrivere dopo 12 anni di fermo e pubblicò altri due gialli: La stagione di caccia e La bolla di componenda. Nel ‘95 pubblicò Il birraio di Preston, con il quale partecipò al Premio Viareggio, guadagnando molto successo pur senza vincere.
È nel 1994 che incontriamo per la prima volta la figura del commissario Montalbano, ne “La forma dell’acqua”.

Il cognome dello storico commissario camilleriano deriva da Montalbán, scrittore spagnolo di polizieschi di cui Camilleri era un affezionato amico. Come sappiamo, su questo personaggio l’autore basa gran parte del suo operato: nel ‘96 pubblica “Un ladro di merendine”, che ci fornisce un’occhiata retrospettiva sulla vita del commissario, per poi arrivare nel ‘98 a “Un mese con Montalbano” e “Gli arancini di Montalbano”, antologie di racconti che delineano sempre di più il personaggio e la realtà nel quale si trova.

Nel 2006 Camilleri consegnò all’editore Sellerio l’ultima copia della serie con il finale della storia ultra ventennale, chiedendo che venisse pubblicato solo dopo la sua morte. 

A tal proposito l’autore aveva detto: 

«Ho scritto la fine dieci anni fa… ho trovato la soluzione che mi piaceva e l’ho scritta di getto, non si sa mai se poi arriva l’Alzheimer. Ecco, temendo l’Alzheimer ho preferito scrivere subito il finale. La cosa che mi fa più sorridere è quando sento che il manoscritto è custodito nella cassaforte dell’editore… È semplicemente conservato in un cassetto.»

L’ennesima occasione nel quale questo grande autore ha saputo stupirci, regalando al suo affezionato pubblico un’altra opportunità per non scordare mai la passione, la dedizione e l’amore con il quale si può dare vita ad una storia. 

Carola Aghemo e Giulia Ferrero

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Come Gli Indifferenti di Moravia non ti salvano la vita

Alberto Pincherle, in arte Alberto Moravia, nasce a Roma nel 1907 da una benestante famiglia borghese. Secondo di quattro figli, trascorre un’infanzia dapprima serena, che si complica quando, a soli nove anni, viene colpito da un’acuta forma di tubercolosi ossea che lo costringe a letto per parecchi anni. 

La sua condizione fisica è chiaramente un ostacolo agli studi, che si concludono conseguendo a stento la licenza ginnasiale, senza impedire al giovane Moravia di immergersi nella lettura dei grandi autori, da cui attinge per vivere con la fantasia un po’ di quella vita giovanile che gli è stata portata via dalla malattia. 

È infatti nel ’25, a soli diciannove anni, che inizia a scrivere il suo capolavoro, Gli Indifferenti. Poco dopo inizia a collaborare con alcune riviste e pubblica i suoi primi racconti su Il Novecento.

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Non vi è alcun dubbio sul fatto che, sin dai primi anni di carriera, Moravia sia stato uno degli autori più poliedrici del XX secolo; oltre che scrittore, infatti, la scena dell’epoca lo vede anche giornalista, sceneggiatore, drammaturgo, poeta e critico cinematografico. Non meno importante è anche il suo impegno politico come esponente del Partito Comunista Italiano e la sua chiara ribellione al regime fascista, diametralmente opposto alla sua linea di pensiero sociale e a cui lui non riesce a rimanere indifferente

Nominato 15 volte al Premio Nobel per la letteratura e vincitore di un Premio Strega, il grande autore ha tanto da far dire su di sé, tra cui anche l’appassionante storia d’amore con Elsa Morante.

Gli Indifferenti è il suo romanzo di esordio, pubblicato nel 1929. Nell’opera, l’autore denuncia l’incapacità di vivere autenticamente la realtà, in cui ritrova l’indifferenza come carattere principale, tipico della borghesia degli Anni Venti e Trenta, sempre più schiava del lusso e dei soldi. 

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Gli anni di affermazione del fascismo in Italia fanno da sfondo al ritratto irruento della famiglia Ardengo, appartenente all’alta borghesia romana. Composta dalla sola madre con i due figli Michele e Carla, la famiglia Ardengo abita in una bella villa, su cui però grava un’ipoteca.

Il loro modo di vivere fa soffrire profondamente i due ragazzi, a cui sembra di essere in una continua recita: tentano di smascherare la realtà che li circonda per poter vivere una vita vera ed esule dall’indifferenza. Carla tenta di ribellarsi seguendo un ragionamento inverso: la sua ribellione starebbe infatti nell’adattarsi al mondo borghese, iniziando una relazione con l’amante della madre, Leo, con il fine ultimo di rompere i vincoli con la realtà fittizia in cui si trova. Tutto ciò sfocia in un’autodistruzione che la porta, contrariamente alle sue aspettative, all’assimilazione della realtà da lei disprezzata, facendola diventare come la madre. Il fratello Michele, invece, si trova ad affrontare il ‘problema dell’agire’: è possibile un’azione morale in un mondo in cui ogni valore è una finzione? Verso la fine del romanzo Michele cerca di trasformarsi in eroe: compra una rivoltella per ammazzare Leo, da lui odiato e al contempo in qualche modo invidiato. La sua incapacità di agire viene rivelata nel momento in cui cerca di ucciderlo, dimenticando di caricare la pistola. Michele sogna un mondo in cui la tragedia è possibile, dove il delitto d’onore è veramente tragico, in cui tutti i sentimenti sono veri e autentici e per essi si può vivere o morire. 

La scelta finale di Michele è di essere ‘indifferente’, perchè altrimenti sarebbe come Leo: una persona cinica e arrogante che ha ipotecato la loro casa, una persona che agisce. 

Il non agire, per l’appunto, significa indifferenza. Quando Michele decide di uccidere Leo non ci crede davvero fino in fondo, il suo subconscio sa che è inutile e che questa azione non cambierà nulla. Mentre il ragazzo si dirige verso casa di Leo immagina l’ipotetico processo a seguito dell’omicidio, sognando una reale conseguenza alla sua azione, poiché questo significherebbe l’esistenza di qualche valore, di una giustizia. La verità di cui è però cosciente è che anche il processo stesso si sarebbe rivelato una mascherata, non lasciando alcuna via di fuga da un mondo ormai troppo corrotto. 

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Perché questa scelta di indifferenza non è veramente eroica?

L’azione, per quanto compromettente, è una scelta di libertà. La figura di Michele si rivela antieroica proprio per questo motivo, e l’indifferenza non può salvare la vita perché ostacola il fulcro della vita stessa: l’evoluzione. In questi giorni, sullo sfondo della vera e propria rivolta che sta prendendo piede in America, questo tema è più che mai attuale. L’indifferenza davanti all’ingiustizia non potrà mai portare a un cambiamento, rivelandosi a tutti gli effetti nociva per la società. 

In questo mondo digitale in cui una notizia rimane protetta da uno schermo e si perde insieme a tante altre, re-impariamo a farci toccare, a indignarci, a sconvolgerci. 

Una vita indifferente non è una vita che si vive, ma che si lascia vivere passivamente. 

Carola Anghemo e Giulia Ferrero

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