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Asma Khan e la cucina come riscatto sociale

Donna, madre, immigrata e musulmana. Asma Khan, prima cuoca britannica a comparire nella serie firmata Netflix Chef’s Table, è questo e molto altro, e sta acquisendo sempre più popolarità in quanto virtuoso esempio di tenacia e determinazione. Lei che ha fatto della propria passione, quella per la cucina, uno strumento di riscatto sociale e motivo di sostegno per il prossimo, ha deciso di ripartire da sé stessa, sottraendosi alle regole imposte dalla sua cultura, dalla società, dal suo status di immigrata. Ha così dimostrato di essere padrona della propria vita.

Nata a Calcutta e di nobili origini, Asma si trasferisce a Londra in seguito al suo matrimonio. Tra una laurea in legge e un PhD in Diritto Costituzionale Britannico, la condizione di expat causa però alla donna non pochi problemi. Asma trova così conforto proprio nella cucina, un amore nato per caso con i suoi supper club, cene informali organizzate in casa tra amici e conoscenti per condividere la tradizione culinaria del suo paese d’origine, e culminato con l’apertura del ristorante Darjeeling Express.

Nel suo locale, inaugurato a Soho nel 2017, Asma valorizza il cibo quale strumento etico e vive la cucina come un momento di aggregazione sociale. Sì perché il suo team, tutto al femminile, lavora in base alla regola per cui in cucina si è tutti uguali, si coopera per un unico scopo: regalare, attraverso ogni singola pietanza, attimi di condivisa felicità. Non solo cibo dunque, ma un vero e proprio racconto di vita, da assaporare insieme e da regalare agli altri. Il Darjeeling Express di Asma diviene così simbolo di uguaglianza ed esempio di empowerment femminile in un settore, quello della ristorazione, fortemente maschilista. Le donne del Darjeeling Express sono tutte immigrate e spesso con una storia difficile alle spalle. Asma le ha ascoltate, ne ha consolidato consapevolezze e capacità, ha contribuito alla loro emancipazione e alla loro rinascita. Il Darjeeling Express è molto più di un ristorante di successo. È casa, è accoglienza, è famiglia. La cucina è il punto di partenza della strada che conduce verso la libertà sociale, culturale e mentale. Asma l’ha capito, e per questo è una forza della natura.

Federica Gattillo

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‘La prima donna che…’: le questioni di genere passano anche attraverso la comunicazione

La prima donna vicepresidente degli Stati Uniti, la prima donna che va sulla Luna, la prima donna che vince il Nobel, la prima donna rettrice di un ateneo, la prima donna che… 

Il tetto di cristallo, l’insieme di barriere che si frappone come un invisibile ostacolo insormontabile al conseguimento della parità dei diritti, si è ormai frantumato: il tempo presente sta conoscendo ‘prime donne’ che ricoprono ruoli di prim’ordine. È un fatto che negli ultimi tempi molti ruoli, un tempo ricoperti da uomini, siano stati raggiunti da donne. Se questo è vero resta comunque drammatica la situazione delle tante donne che si trovano sul pavimento del palazzo di cristallo: i dati aggiornati dei femminicidi e delle violenze sulle donne rimangono sempre impressionanti.

Ma chi sono le ‘prime donne’? Facciamo qualche esempio.

Jacinta Ardern, per la seconda volta primo ministro della Nuova Zelanda, esprime in sé un cambiamento sociale: lo ha dimostrato con la dichiarazione dello stato di emergenza climatica e con la nomina di Nanaia Mahuta, prima donna maori a rivestire il ruolo di ministro degli esteri. E come non pensare alle figure di Kamala Harris e di Svetlana Tikhanovskaya, candidata presidente e leader dell’opposizione bielorussa contro il presidente Lukashenko. E poi il ruolo fondamentale della donna nelle proteste in Polonia e in Cile. [ne parliamo qui]

Tuttavia, se da una parte si comincia finalmente a parlare delle conquiste di donne emergenti, dall’altra queste rimangono ancora invisibili, anche a causa del modo in cui vengono raccontate. Se si tratta di donne non si parla tanto di quello che dicono ma dei loro atteggiamenti, dei vestiti scelti, della tonalità di voce più o meno emotiva. I media si soffermano sul nuovo taglio di capelli di Theresa May, sul completo poco femminile di Angela Merkel paragonato agli eleganti vestiti di Christine Lagarde, sul rossetto troppo acceso e provocante di Alexandria Ocasio-Cortez; sulle lacrime in pubblico di Elsa Fornero e di Teresa Bellanova. Sembra banale ma, una volta notato, è impressionante leggere come in alcuni titoli i media parlino genericamente di ‘una donna’. Ai giornalisti viene spontaneo chiedere alle donne cosa significhi per loro rivestire un ruolo importante e impegnativo, quale sia stato il loro percorso e quanto faticoso sia stato raggiungere una carica così prestigiosa, conciliando vita privata e vita professionale. E alla fine soprannomi come Astrosamantha sono sintomo di questa narrazione. Analoghi neologismi di questo tipo non sono stati mai rivolti a uomini, d’altronde, a Luca Parmitano o a Paolo Nespoli non è stato chiesto come abbiano conciliato il loro ruolo di padre con la propria vita personale. 

Questo meccanismo di comunicazione è problematico e serve per depotenziare. Per farlo esistono varie tecniche: non definire le donne con il proprio titolo, sminuendo la loro professione (signorina e non dottoressa, architetta, biologa); chiamare per nome invece che per cognome, togliendo loro una identità caratterizzante (‘Biden e Kamala eletti negli Usa’: ma chi è Kamala, è forse la cugina d’America?) arrivare a non nominarne neanche il nome (‘Una donna rettrice alla Sapienza di Roma’), rendendo totalmente invisibile il personaggio di cui si sta parlando. 

Notiamo come la presenza di donne ai vertici sia sicuramente un segnale di cambiamento che porta anche un’attenzione maggiore alla disuguaglianza di genere. La maggiore presenza delle donne alla Corte costituzionale ha già fatto registrare un primo importante risultato: il riconoscimento del diritto di trasmettere ai figli il cognome anche della madre accanto a quello del padre. 

Tuttavia il riconoscimento del ruolo della donna passa anche attraverso l’attenzione comunicativa. È fondamentale che si cambi la retorica della donna, riconoscendone le qualità professionali piuttosto che sottolinearne quelle fisiche e personali proprio perché donna. Esplicativa può essere la dichiarazione di Sanna Marin, prima ministra finlandese e la più giovane al mondo: «Non ho mai pensato alla mia età o al mio genere, penso alle ragioni per cui sono entrata in politica e alle cose per le quali abbiamo conquistato la fiducia dell’elettorato».

Marta Schiavone

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MAISHA MAREFU: una catena di solidarietà che collega Arese e l’Africa

Sciarpe marocchine, bracciali dorati e ciondoli in legno, pochette e vasi colorati. Ma anche orecchini, abiti con stampe geometriche, infusi biologici e saponi naturali.

Sono questi e molti altri i prodotti artigianali venduti da MAISHA MAREFU, un’associazione di volontariato della città Arese, nata dall’amicizia di tre donne, accomunate da una grande passione per l’Africa.

«Vendiamo anche buone intenzioni… piccoli biglietti da donare ai nostri cari, il cui ricavato viene utilizzato per un vero e proprio regalo da destinare a chi ne ha veramente bisogno», racconta Cristina Cappelletti, una delle socie fondatrici.

 «MAISHA MAREFU è nata più di 15 anni fa da tre medici, amiche per la pelle, innamorate dell’Africa, che, dopo innumerevoli viaggi, hanno capito come quel Paese meraviglioso non andasse più bene solo come luogo di vacanza. Queste tre ragazze hanno, quindi, preso la decisione di fare qualcosa di concreto, mosse dalla loro amicizia e dalla loro competenza medica».

Cristina, raccontami un po’ è iniziata.

«Il tutto è iniziato in maniera molto semplice… con una grande festa e con tanti amici, ai quali è stato chiesto un contributo economico per poter comprare un generatore da mettere in una scuola in Kenya. Andando avanti il gruppo è diventato sempre più strutturato grazie alla partecipazione anche di altre donne che avevano il grande desiderio di collaborare a questo tipo di progetti. Ora siamo in 18 amiche. Da questo gruppo è nata l’associazione, con un proprio nome: MAISHA MAREFU, che in swhaili significa LUNGA VITA; è l’augurio che questo progetto così ambizioso possa far del bene il più a lungo possibile».

Con l’aumento del numero dei progetti e il crescere dell’associazione, avrete avuto bisogno di maggiori finanziamenti. Come avete fatto?

«Raccogliere fondi non è per nulla semplice. Abbiamo deciso di riprendere l’idea della grande festa, ma questa volta molto più in grande. Così che è nata la Cena Solidale, una cena che da anni organizziamo a ridosso delle vacanze di Natale, offerta da piccole imprese familiari e commercianti di Arese, il cui ricavato per la partecipazione viene interamente utilizzato per i progetti dell’associazione. L’anno scorso siamo arrivati a 1000 invitati, serviti da un centinaio di camerieri (i nostri figli)».

Di che tipo di progetti vi occupate e in che modo vi organizzate?

«Si tratta di progetti ideati da donne per aiutare altre donne. La maggior parte dei nostri fondi sono usati per aprire e finanziare centri per donne maltrattate, cliniche per la maternità, scuole per i loro figli. Le donne sfortunatamente sono le persone più svantaggiate in tutto il mondo, soprattutto in Africa».

Anche il mercatino quindi rappresenta un altro modo per aiutare queste donne…

«L’Africa è la patria dell’artigianato e delle artigiane. Per le sciarpe ci siamo fornite presso un centro di donne maltrattate in Marocco, mentre gli abiti e i gioielli sono di artigiane keniote; grazie alla nostra collaborazione e ai nostri ordini queste donne sono state in grado di rendersi indipendenti economicamente e a mandare a scuola i propri figli e figlie».

Come si possono acquistare questi oggetti?

«Ho allestito qui nella mia veranda, ad Arese, una grande esposizione di tutti i prodotti. Le persone possono entrare in tutta sicurezza e acquistare quello che desiderano; basta fissare un appuntamento scrivendo a info@maishamarefu.it».

La bellissima combinazione tra etica ed estetica rende questi prodotti il regalo perfetto da mettere sotto l’albero: in questo modo si potranno aiutare Cristina e tutte le altre amiche di MAISHA MAREFU a promuovere una cultura che possa essere sempre più solidale, rispettosa ed attenta ai diritti delle donne africane.

Giorgia Pellizzari

© Credit immagini: Courtesy MAISHA MAREFU

Una donna, una barca e l’oceano

Eva  è il nome della sua barca e il titolo del suo libro che racconta l’avventura per mare. Mi sono ritrovata con la sua storia tra le mani, quando appena presa la patente nautica, ero assetata di avventure in barca a vela. 

Ho divorato la storia di Ida, non solo velista ma anche sciatrice e architetto.

Siamo nel 1976 e Ida Castiglioni è la prima donna italiana a partecipare e completare la regata OSTAR: 37 giorni in solitario da Plymouth in Inghilterra a New Port in USA

Ida Castiglioni, Ottobre 1986.
(Photo by Brendan Read/Fairfax Media via Getty Images).

Le pagine sono un racconto di resilienza, che permettono di avvicinarsi alle emozioni di Ida in oceano e fanno riflettere su un mondo lontano. Ida parte per la traversata atlantica senza radio, perché non era secondo lei un elemento essenziale. Oggi partire senza radio sarebbe impensabile, essendo noi sempre rintracciabili. Durante la lettura mi sono ripetutamente domandata perché non avesse dato importanza all’unico strumento di comunicazione con il mondo esterno e perché avesse desiderato andare per mare da sola. 

In realtà la traversata in solitario è per lei un modo per fare i conti con sé stessa, per accettare le proprie debolezze e per imparare a superare i pericoli – il pericolo di disalberare per il troppo vento, di scontrarsi contro un iceberg, di speronare una nave mercantile, di finire in acqua – senza mai farsi sopraffare dalla paura

La forza d’anima di Ida e lo spirito con cui affronta l’avventura per realizzare il suo grande desiderio diventano un prezioso esempio per affrontare con slancio, resilienza e leggerezza le difficoltà di oggi, perché in fondo «la vita va attraversata leggeri!».

Valeria Molinari

Credit immagini: link + link + link + Eva. Una donna, una barca e l’oceano

L’esperienza di DonnaSIcura

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, Lucia, volontaria di DonnaSIcura, associazione che aiuta le donne che subiscono violenza di genere, si racconta.

Sono numerose le difficoltà che a livello personale si incontrano in questa delicata esperienza di volontariato, eppure non c’è esperienza migliore che avere il privilegio di vedere una donna rinascere e rifiorire. Negli occhi delle donne che ho avuto l’onore di incontrare in questi anni, oltre che al dolore per ciò che stanno affrontando, c’è sempre il desiderio e la tenacia di riappropriarsi della propria vita. Lo stesso sguardo forte e combattente lo posso osservare nelle mie colleghe volontarie, che mettono a disposizione se stesse e le proprie risorse gratuitamente per poter essere d’aiuto, con l’ambizione di cambiare la nostra società, affinché donne e uomini possano essere sempre trattati come pari e con rispetto, in quanto esseri umani.

DonnaSIcura è un Centro antiviolenza, con tre sportelli dislocati sul territorio varesino, che dal 2009 accoglie quotidianamente donne vittime di violenza di genere grazie al lavoro svolto dalle sue volontarie. Lavorare al suo interno significa costantemente interfacciarsi con la violenza: può arrivare da una mano sconosciuta o da chi afferma di amare. Essa innesca una serie di infiniti meccanismi che si ripetono ciclicamente rendendo difficile l’uscita e sottraendo infinite risorse. I Centri antiviolenza non sono luoghi cupi, bensì di rinascita: riecheggiano forza, coraggio e resilienza sia nelle donne che chiedono aiuto sia in chi ogni giorno cerca di dare supporto combattendo contro ostacoli e pregiudizi. I Centri Antiviolenza rappresentano ogni giorno un aiuto vero. 

Fare volontariato a DonnaSIcura mi ha confermato l’urgenza di cambiare la nostra mentalità, il nostro modo di pensare e relazionarci al fine di costruire una società che metta al centro la libertà di ciascuno, basata su rispetto reciproco e relazioni paritarie in cui ognuno è libero di esprimere la propria personalità senza il timore di essere prevaricato e ostacolato. 

Se tu o qualcuno che conosci ha bisogno di aiuto, se vuoi essere tu a fornire aiuto visita il sito di DonnaSIcura per saperne di più. 

Lucia Brigiati

© Credit immagini: Courtesy Lucia Brigiati