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Luce nel buio: il messaggio d’amore di Cristian Barone

«Mi reputo da sempre un ragazzo triste, perché prima di conoscere l’amore ho convissuto per anni con la tristezza. Dopo tutto questo tempo, è come se fossimo diventati buoni amici» ci racconta Cristian Barone, che ha trasformato la tristezza in una forma d’arte e se ne è servito per parlare di amore e di quotidianità nella sua prima raccolta di poesie, Luce nel buio. Quando il lockdown ha scaraventato l’Italia nel suo momento più buio, Cristian, con i suoi 24 anni e le sue mille idee, è riuscito a trovare la luce attraverso la scrittura. 

 «Scrivo da quando ho 13 anni, per lo più testi musicali, ma sentivo che il mio curriculum artistico era incompleto e di punto a capo il lockdown mi ha dato la possibilità di approfondire questo mio lato creativo ed esplorare il linguaggio poetico». Come molti, anche Cristian è stato costretto a non vedere i suoi cari per molti mesi e proprio la mancanza di Simona, la sua fidanzata, l’ha spinto a dar voce ai suoi sentimenti e a farlo per mezzo della poesia. «Ho scritto Bella, la mia prima poesia, per la mia fidanzata. Scherzando, le dissi che avrei scritto un libro, e così è stato. Dopo Bella non mi sono più fermato». Il filo conduttore di Luce nel buio, la tematica attorno a cui ruota tutto il libro, è infatti l’amore che lega Cristian alla sua fidanzata. «Ho cercato di colmare la distanza tra me e Simona attraverso le parole. Scrivere per lei e di lei mi ha aiutato a sentirla più vicino, a lasciarmi il buio alle spalle» – continua Cristian, che con espressioni semplici ma allo stesso tempo evocative, spera di far entrare il lettore nel suo mondo, anche solo per un istante, e fargli sperimentare un vero e proprio ‘viaggio delle emozioni’.

Cristian scrive in parte per sé, ma soprattutto per gli altri, senza distinzione di età. Tutti possono riconoscersi nelle sue parole e trarne beneficio. «Auguro a chiunque legga il mio libro di trovare la propria luce. In questo periodo buio che stiamo vivendo, io l’ho trovata nella mia fidanzata. Si tratta di un treno che prima o poi passa per tutti, ma passa una volta sola. Il mio consiglio è andargli incontro senza paura. Appena ho scritto Bella, ho capito che il mio treno era arrivato e sono salito al volo». È così che Cristian, un ragazzo dalle mille idee e dai tantissimi stimoli, forse troppi per starci dietro, ci mostra che con la creatività e la giusta dose di impegno, si può fare tutto, anche nei momenti più difficili. «Mia mamma mi dice sempre ‘Tu parli, parli. Ma quando fai?’ Ed è vero. È come se la mia testa fosse sempre un passo avanti, mentre il mio corpo resta indietro. Piano piano però sto accorciando le distanze e il mio libro ne è la prova: mi sono posto un obiettivo e l’ho raggiunto. Quando ho avuto il libro tra le mani, con la splendida copertina realizzata dall’artista Edoardo Garibbo, e ho visto le mie parole nero su bianco ho pensato ‘ce l’ho fatta!’»

Federica Gattillo

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Myfood e The Orchard Project portano gli orti in città

Il lockdown e le restrizioni dovute all’attuale situazione sanitaria hanno messo in luce i delicati equilibri su cui si reggono gli ecosistemi mondiali e la nostra radicata dipendenza dalla distribuzione alimentare su larga scala. Mai come ora siamo posti di fronte alla necessità di tutelare l’ambiente, ottimizzando il nostro impatto ecologico; mai come ora si cercano soluzioni alternative ai supermercati e ai prodotti dell’agricoltura intensiva industriale

A rispondere efficacemente a questa duplice esigenza è la società francese Myfood, che offre a chiunque, anche alle prime armi, la possibilità di coltivare ortaggi e verdure in spazi ridotti per mezzo di miniserre acquaponiche alimentate a energia solare. Di dimensioni variabili e dotate di un sistema di raccolta dell’acqua piovana, queste innovative strutture possono essere installate in giardino come su balconi e tetti cittadini, permettendo di produrre in completa autonomia fino a 400 kg di verdura l’anno. Il successo è garantito, grazie a strutture intelligenti monitorabili anche da remoto tramite l’applicazione di accompagnamento Myfoodhub. Myfood soddisfa così l’esigenza di adottare soluzioni semplici e locali, portando la produzione alimentare direttamente a casa. E tutto nel rispetto dell’ambiente in quanto le serre, oltre ad azzerare i chilometri percorsi dal cibo, sono progettate in modo da non richiedere l’utilizzo di pesticidi.

Similmente, dal 2009 The Orchard Project si sta dedicando alla creazione, al restauro e alla celebrazione dei frutteti cittadini. Dinanzi all’inarrestabile crescita delle popolazione urbane, l’ente benefico inglese riconosce l’importanza di garantire a tutti spazi verdi facilmente accessibili. Ristrutturando vecchi frutteti o piantandone di nuovi, l’iniziativa non mira solo ad arricchire socialmente le comunità urbane, permettendo ai residenti di cooperare nella coltivazione dei prodotti agricoli e fornendo loro strumenti e competenze idonee allo scopo, ma auspica anche una radicale riforma del sistema alimentare tradizionale, indirizzandolo verso cibi più sani e genuini. Inoltre, The Orchard Project assicura l’aumento degli spazi verdi, la limitazione dei trasporti a fini alimentari e l’impiego di metodi biologici e non inquinanti.Mentre le città si fanno sempre più urbanizzate, Myfood e The Orchard Project avvicinano le comunità alla natura e proprio attraverso di essa diffondono negli spazi cittadini benessere fisico e mentale.

Federica Gattillo

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Made in Carcere: il brand delle seconde opportunità

Borse, bracciali, arredi per la casa. Ma anche dolci, gadget personalizzati e, di recente, originalissime mascherine chirurgiche. Sono moltissimi e tutti artigianali gli articoli Made in Carcere, il cui acquisto comporta un unico ‘rischio’: fare del bene all’ambiente e all’inclusione sociale. Sì perché i prodotti di Made in Carcere – marchio nato nel 2007 grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice della Onlus Officina Creativa – non solo sono realizzati con materiali di scarto, ma sono anche confezionati da donne e minori in stato di detenzione. «Il progetto deriva dall’esigenza di diffondere bellezza e cultura nei luoghi di emarginazione, di creare consapevolezza tra queste persone e di abbattere la recidiva, offrendo loro opportunità lavorative vere e strumenti giusti per ricostruire la ‘cassetta degli attrezzi’ della propria vita» ci racconta Luciana, che crede nell’immediatezza delle metafore così come nel potere benefico delle piccole cose.

E così, oltre alla grande attenzione riservata all’estetica, per cui i prodotti ‘made in carcere’ risultano sempre ricercati e originali nella loro estrema semplicità, il brand sceglie di competere responsabilmente sul mercato, puntando soprattutto sull’etica della ‘Seconda Opportunità’ per le detenute e della ‘Doppia Vita’ per i materiali di scarto. «La combinazione etica ed estetica è stata la formula vincente. Abbiamo puntato su oggetti utili, di facile realizzazione e utilizzo, il cui logo, stampato su tessuto, rimanga impresso e persista nel tempo. Chi possiede questi manufatti ha così una duplice emozione: quella positiva derivante dall’aver sostenuto un’iniziativa etica per impatto ambientale e inclusione sociale, e quella di soddisfazione per aver acquistato un oggetto bello e utile». Prende così vita quella che Luciana definisce la vera ‘catena del valore’, dove ognuno aiuta ad aiutare. 

Made in Carcere, avviatosi come laboratorio sartoriale in un carcere di Lecce, sta crescendo velocemente ed è ora attivo in numerose città pugliesi. L’intento è quello di diversificare il più possibile le attività: il lavoro all’interno delle carceri, «trasformate in ambienti familiari in cui si è incoraggiati a ricostruire la propria vita», è affiancato dall’interesse per luoghi esterni, ma comunque periferici e borderline, ove viene supportata l’apertura di sartorie sociali di categoria. Oltre a ciò, grande attenzione è dedicata alla formazione, tanto che l’attività si sta gradualmente strutturando in una social academy. Difatti, «quello di Made in Carcere è un esempio di ‘economia rigenerativa’, un modello vincente da trasmettere e copiare il più possibile». «L’idea» prosegue Luciana, «è quella di coinvolgere anche le persone che stanno fuori dal carcere, in un meccanismo di inside out». Il risultato è più di un semplice manufatto. È il frutto di un percorso di collaborazione tra istituzioni, cooperative, professionisti e detenute

La vita, per Luciana, è fatta di scelte, non di occasioni. Lei, con Made in Carcere, ha scelto di puntare sulla diffusione della cultura e della bellezza, anziché sul potere economico, preferendo parlare di BIL e non più di PIL (prodotto interno lordo, N.d.R.). La ‘B’ sta per  quel ‘benessere’ che deriva dal trasformare la staticità e l’emarginazione del carcere in un’occasione di crescita personale. «L’obiettivo è di fornire alle detenute gli strumenti per tornare in società, per dare ai propri figli un esempio di vita diverso e rompere la catena del destino. Di far risalire loro un ‘gradino di benessere’ sulla ‘scala dei valori’».

Federica Gattillo

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Inside Out Project: l’arte senza frontiere di JR

L’arte è di tutti, un bene dell’umanità. Ma ultimamente sembra anche che tutti possano fare arte. Di ciò è convinto JR, famoso street artist francese conosciuto per le sue imponenti installazioni fotografiche e promotore di una forma d’arte collaborativa, in grado di influire positivamente sulla vita delle persone. Fra le sue opere più importanti, spicca certamente il progetto Inside Out, ambiziosa iniziativa che può definirsi a tutti gli effetti una creazione artistica corale di respiro internazionale.

Iniziato nel 2011 e finanziato grazie alla vincita del premio TED, Inside Out rappresenta l’evoluzione a carattere globale e partecipativo della tecnica espressiva divenuta ormai marchio di fabbrica dell’artista, ossia la stampa e affissione in luoghi pubblici di fotografie in bianco e nero di grande formato. L’intento dello street artist francese, convinto sostenitore del potere dell’arte quale mezzo di emancipazione e affermazione sociale, è da sempre quello di tradurre messaggi d’identità personale in creazioni artistiche accessibili a tutti. Queste le premesse di Inside Out, ad oggi la più grande esposizione fotografica mai creata, realizzata grazie all’intervento diretto di migliaia di persone. 

Dalle strade di New York e Los Angeles al Messico, dall’Ecuador al Nepal, il progetto di JR coinvolge una molteplicità di individui cui permette, attraverso la forma espressiva del ritratto fotografico, di condividere le proprie storie di vita, al fine di suscitare riflessioni su una serie di tematiche. Diversità, volontariato, violenza di genere e cambiamenti climatici divengono così il motivo portante di un’arte senza frontiere, fruibile da tutti indistintamente, senza musei né gallerie, ma col semplice supporto degli spazi urbani e della curiosità dei passanti. Chiunque può prendere parte all’iniziativa, dando alle stampe i propri ritratti fotografici per mezzo del sito insideoutproject.com o delle Photobooth trucks, cabine fotografiche itineranti, e tappezzando muri e palazzi con gli scatti così ottenuti. Con più di 260 mila persone coinvolte e 129 Paesi, Inside Out è approdato anche da noi: oltre a Milano, Napoli e Palermo, il progetto è stato di recente replicato a Padova, con un’installazione lunga oltre 100 metri celebrante i volontari della città. L’arte di JR, che sarà peraltro protagonista di un documentario in uscita il prossimo novembre durante l’annuale festival fiorentino di cinema e arte contemporanea, non solo è diretta a tutti, ma coinvolge attivamente il pubblico: un intervento artistico che è anche un’azione condivisa, uno scambio di storie che mira all’inclusione, all’accoglienza e all’integrazione.

Federica Gattillo

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Il mondo dell’arte dice no al razzismo

Le vicende degli scorsi mesi hanno riacceso prepotentemente il dibattito relativo al tema del razzismo. Mai come oggi infatti si sente la necessità di denunciare ogni forma di violenza, soprattutto quella legata a motivi razziali, e le manifestazioni incessanti di questi giorni, divampate un po’ dovunque, ne sono la prova.

Mentre le folle marciano e alzano la voce, le strade e i palazzi si animano di colori, slogan e murales. I recenti avvenimenti hanno infatti innescato una potente reazione anche nel mondo dell’arte, che si è mobilitato in massa, prendendo parte alle proteste con una serie di iniziative volte al contempo a sensibilizzare il pubblico e a sostenere economicamente le associazioni impegnate nella lotta contro le disuguaglianze razziali. Non solo street art : dalla Francia al Belgio, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, acquistare opere d’arte o anche solo partecipare a delle mostre diviene un modo semplice e coinvolgente per mostrare la propria solidarietà e dare un contributo concreto alla causa. 

I celebri fotografi Ilyes Griyeb e Gucc Imane, rispettivamente francese e belga, hanno messo in vendita alcuni loro scatti inediti a partire da quindici euro fino ad un massimo di centocinquanta euro l’uno, devolvendo il ricavato a una serie di collettivi ed associazioni benefiche. E così, oltre a entrare in possesso di ricercate opere d’arte a un prezzo d’eccezione, sarà possibile dare il proprio sostegno alle famiglie delle vittime del razzismo. 

La lotta alle ingiustizie sociali a colpi di opere d’arte prosegue anche in Inghilterra, dove il collettivo The Earth Issue, solitamente impegnato a coniugare arte ed ecologia, ha dato il via a una vendita di opere inerenti al tema dell’antirazzismo. A partecipare sono stati più di 90 fra artisti e fotografi internazionali,  e il profitto, ad oggi pari a duecentomila sterline, è destinato interamente al  movimento Black Lives Matter.   

arte e razzismo 6

Spostandoci oltre oceano, interessante è l’iniziativa digitale del Museo Nazionale di Storia e Cultura Afroamericana, ideatore di una piattaforma web volta ad alimentare la riflessione sul tema della disuguaglianza. A distinguersi, fra le altre, è poi la galleria newyorkese Deli, che permette agli artisti di donare liberamente le proprie opere o devolvere il ricavato delle loro vendite ad associazioni di loro scelta. L’artista Rebecca Watson Horn, ad esempio, ha deciso di sostenere un’associazione schierata contro il razzismo nelle carceri, mentre Brianna Rose Brooks supporta un fondo per donne transgender di colore senza fissa dimora. 

Insomma, l’arte ispira, coinvolge e trasmette in modo diretto e potente messaggi di accettazione, pace e uguaglianza. Si può scegliere di acquistare un’opera per il solo gusto di farlo, ma ora, grazie a queste e tante altre iniziative, lo si può fare anche per il piacere di sposare una causa e contribuirvi concretamente.

Federica Gattillo

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