Yoga di Carrère: addio e ritorno alla vita

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Oggi, solstizio d’estate, è la Giornata internazionale dello yoga. Questo termine negli ultimi decenni è entrato prepotentemente nella cultura di massa, il più delle volte si usa per indicare un variegato insieme di attività ginnastiche e respiratorie che spesso hanno poco a che fare con la genesi di questa disciplina. Lo yoga ha origini antichissime, tra il XXX e XX secolo a.C., ed è una delle sei scuole filosofiche dell’Induismo. La disciplina è basata sulla meditazione, propone di fornire un metodo psicofisico per arrestare le fluttuazioni della mente, osservandole senza lasciarsi influenzare da esse. Yoga deriva dal sanscrito yugá ,’giogo, unione’, indica la ricerca di un equilibrio perfetto tenendo insieme due buoi che vanno in direzioni opposte, il corpo e la mente.  

Partendo da questa definizione si è andato a sviluppare l’ultimo libro del noto scrittore francese Emmanuel Carrère, intitolato proprio Yoga. L’intellettuale ha praticato quotidianamente per anni questa disciplina e la sua intenzione iniziale era quella di scrivere un libretto arguto e accattivante sullo Yoga e sull’aspirazione alla serenità che dopo tempo era riuscito a conquistare. Il libro inizia con un ritiro spirituale dell’autore che partecipa ad uno stage meditativo. Ma proprio in quel momento qualcosa si rompe. Lo scrittore cade in una crisi depressiva, gli viene diagnosticato all’età di sessant’anni un disturbo bipolare, viene ricoverato subendo terapie durissime.  Da questo punto in poi il libro si focalizza sull’esperienza nel centro psichiatrico e in un successivo viaggio riabilitativo in Grecia in un centro profughi.

Carrère sostiene che l’esperienza del ricovero psichiatrico ha reso la sua opera migliore. L’aver raccontato i poli estremi del suo vissuto gli ha permesso di scrivere un libro che tratta ancora di più lo yoga. Se avesse trattato solamente la componente meditativa, sarebbe stato un semplice libro di sviluppo personale, invece toccando due poli opposti della sua esperienza ci si avvicina maggiormente all’etimologia della parola yoga. Un libro che trattasse di yoga come semplice aspirazione alla serenità sarebbe stato come controllare solo uno dei buoi, mentre il giogo deve tenere insieme i due poli. 

É un libro dedicato alla contemplazione, ma è anche un libro che si confronta con le miserie fisiche e affettive che ci accomunano tutti. È un libro che cerca di mettere insieme questi due elementi, vive di opposti: di yin e di yang, di morte e di vita. Di rinascita. È un’opera intima, Carrère si mette a nudo e, ripercorrendo la propria vita interiore, si rende conto che solo affrontando i propri fantasmi può raggiungere la serenità. Solamente trovando un equilibrio tra i due buoi possiamo riuscire a realizzare i nostri obiettivi. Lo yoga diventa uno strumento necessario per affrontare il proprio malessere, Il cui mantra è poter riuscire a guardare la giostra che gira, ma senza girare con essa. Grazie a tale insegnamento l’autore delinea il proprio percorso di vita riuscendo a imporsi una direzione verso la serenità.

                                                                                                                                                                        Paolo Di Cera

© Credit immagini: link + link + link

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