Ripensare a come narrare il cambiamento climatico può aiutarci

Quotidianamente veniamo bombardati da notizie legate al riscaldamento climatico, tragiche e per niente incoraggianti, come il recente rapporto del WWF. Tutti i fenomeni che cadono sotto l’ombrello dell’Antropocene da un lato sembrano ormai entrati definitivamente nei nostri temi di discussione ordinari, dall’altro sono intrinsecamente legati a un immaginario collettivo catastrofico. 

Dalla progressiva presa di coscienza collettiva sono conseguite diverse modalità di rappresentazione, che cercano di raccontare e interpretare il cambiamento climatico secondo le nostre paure e aspettative. Già in passato abbiamo parlato di come l’essere umano tenda a produrre narrazioni riguardo alla realtà che lo circonda, plasmandola a proprio piacimento ma mantenendo sempre una patina di realtà. Allo stesso tempo la finzione letteraria attinge alla realtà e la modifica, basti pensare alla Trieste di Svevo o alla Lisbona di Pessoa. Come sarebbe il nostro sguardo su queste città senza i loro autori?

È proprio ragionando su queste tematiche che negli Stati Uniti, tra gli Anni Ottanta e Novanta, nasce l’ecocritica. Si tratta di una corrente della critica letteraria che studia i rapporti fra uomo e natura nelle opere narrative, con il fine di diffondere una maggiore informazione e conoscenza ecologica. Un ruolo chiave in questo campo lo gioca la fantascienza: un genere popolare che ha influenzato generazioni differenti e si è fatta carico delle aspettative e delle visioni del presente che vengono proiettate nel futuro. Il nostro immaginario collettivo si nutre di fiction, inglobando le rappresentazioni di film e romanzi, al punto che quando immaginiamo il futuro lo percepiamo spettacolarizzato. Ad esempio, i cambiamenti climatici sono di norma rappresentati con il sottogenere post-apocalittico attraverso delle vere e proprie catastrofi (maremoti, glaciazioni improvvise e tornado). In realtà il global warming spesso non ha delle conseguenze immediatamente percepibili, è un fenomeno graduale.  

È importante riflettere su come dovrebbe cambiare il discorso sul clima: parlandone non solo più frequentemente, ma soprattutto nel modo più corretto ed efficace. Il fine non è innescare un processo di disperazione, ma la volontà di agire per cambiare le cose partendo dai dati scientifici e superando i bias cognitivi del mero processo esperienziale. Studiare le fiction attraverso l’ecocritica può essere interessante per comprendere come abbiamo letto e leggiamo il mondo che ci circonda, constatando come la percezione del prossimo futuro e le nostre azioni siano estremamente influenzate dalle narrazioni preesistenti.

Questo fenomeno si sta lentamente diffondendo nel mercato editoriale, in Italia una delle ultime pubblicazioni più interessanti è Raccontare la fine del mondo di Marco Malvestio. Il giovane ricercatore padovano, che attualmente studia negli USA, ha proposto un’analisi della rappresentazione dei principali fenomeni dell’Antropocene, attraverso una rassegna di opere cinematografiche e letterarie. Si passa da capolavori del genere come Cronache marziane di Bradbury o i racconti di Ballard fino ai blockbuster, The contagion e The day after tomorrow. In quest’ultimo film, ad esempio, a causa del rallentamento della corrente del Golfo da un momento all’altro gli Stati Uniti subiscono glaciazioni e maremoti. Malvestio ci suggerisce come la rappresentazione catastrofica nelle fiction non corrisponda affatto alle conseguenze che affronteremo davvero. Questo non significa che non subiremo gli effetti del surriscaldamento globale, ma ci induce a riflettere sul nostro modo di affrontare problematiche globali.

Raccontare la fine del mondo è un libro che fornisce gli strumenti per saper leggere il rapporto uomo-natura all’interno delle nostre opere preferite, con un particolare accento sul modo in cui lo costruiamo e lo abbiamo costruito a livello narratologico. L’immaginario catastrofico contamina il modo in cui noi pensiamo all’Antropocene, tant’è che lo troviamo anche in televisione, e nell’attivismo ambientale. L’autore ha sottolineato come si tratti di un immaginario pervasivo: «da un lato è un immaginario che mette la giusta enfasi sull’eccezionalità dei tempi che viviamo, dall’altro finisce per essere incapacitante: gli eventi intorno a noi sono tanto vasti e incomprensibili che non ha senso provare mitigarli. L’Antropocene richiede un cambiamento del modo di pensare la realtà, il nostro posto nel mondo e la nostra relazione con esso: quando viene costretto in storie prive di un vero sforzo immaginativo, viene inevitabilmente banalizzato».

Paolo di Cera

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