Un’accoglienza inaspettata – vol. 3

Dopo il secondo episodio – continua il racconto di Adele e della sua esperienza di collaborazione con i centri di accoglienza di Torino.

Lunedì ore 14: ritiro prodotti.  

Si avvicina verso l’ufficio un esercito minaccioso di nonnine con le carriole vuote da riempire. Ah no, sono i beneficiari di Tra Me. Che interessante scelta di borsa. Mi giro verso i miei colleghi con un sorriso per la scena che mi si sta palesando. 

«Cosa ci fanno qui in blocco con queste carriole?». Omar, un mio collega, coglie la mia sorpresa e mi indica dei prodotti per la casa sistemati sul tavolo. Sono venuti a prendere l’occorrente per le pulizie settimanali. Li osservo affrettarsi in questa marcia spiritosa, tra una chiacchiera, un detersivo e una carriola. Sono proprio buffi. Vanno e vengono come le formichine operaie. Trasmettono serenità. 

Guardo Omar mentre distribuisce l’occorrente e gli domando come funzionino queste case. Tra Me ha un sistema di accoglienza diffuso, nel quale i ragazzi sono dislocati su vari appartamenti distribuiti sul territorio carignanese. Ma chi ci vive? Chi li pulisce? E i problemi di manutenzione della casa? 

«A Carignano ci sono nove appartamenti condivisi, affittati dall’associazione, che ospitano da un minimo di  quattro a un massimo di dieci richiedenti asilo. I ragazzi sono autonomi nella gestione della casa. Il lunedì è il giorno in cui vengono a ritirare i prodotti per le pulizie. Il martedì noi facciamo il giro case per controllare che sia tutto a posto»

«Il ‘giro case’?».

Vista la mia perplessità, mi spiegano che l’unico modo per monitorare le abitazioni è attraverso due o più visite settimanali in cui si osserva se la casa ha problemi a livello strutturale, se è pulita, se la convivenza va bene e varie ed eventuali necessità. Voglio assolutamente partecipare anche io a una di queste visite. Non vedo l’ora. 

Martedì: riunione d’equipe. Sento parlare di varie case. «Casa Lilla è molto pulita, ma bisogna controllare se la muffa è andata via, altrimenti dobbiamo chiamare il tecnico». 

«A casa Indaco bisogna dire ad alcuni ragazzi che devono staccare i caricabatterie dalla corrente se non li usano». «In Ocra c’è da ripassare un po’  la raccolta differenziata». Parlano di queste case come gli insegnanti nel consiglio di classe. Omar mi chiama e mi propone nel pomeriggio di andare nelle case con lui, per vedere queste fantomatiche abitazioni. 

Usciamo dall’ufficio e durante il tragitto iniziamo a chiacchierare. Lo tempesto di domande. Mi racconta la sua storia. Anche lui è arrivato con un barcone anni fa e oggi è qui, con me, che sta andando a fare il giro case. Sono super emozionata. Mi racconta alcuni aneddoti divertenti sulle dinamiche nelle case, dei beneficiari che se ne sono già andati e delle loro storie pazzesche.  

Mentre chiacchieriamo, arriviamo sotto la prima casa: casa Indaco. Suono il campanello. Seguo Omar per le scale. Entriamo e salutiamo. C’è un bel via vai, è la casa più grande questa. Incontro alcuni ragazzi: Sidibe e Cisse. Mi guardano, li guardo anche io. Un po’ in imbarazzo mi presento. Sono molto simpatici, hanno appena ottenuto il permesso di soggiorno e vengono entrambi dal Mali. Gli chiedo come sta andando il Ramadan.  

Mentre mi raccontano, tra me e me penso che questa visita nelle case sia il momento più prezioso del mio tirocinio: sto entrando in confidenza con i ragazzi, ci stiamo trasformando in un modo che rimarrà indelebile, già lo so. 

Osservo le case e penso a tutti quelli il cui retropensiero è: come faranno questi baldi giovani a  sopravvivere alla civiltà? 

Mi gratto la testa. Come posso trasmettere ciò che sto provando io? Alla fine del giro case so cucinare un dolce turco, so tutto sul calendario musulmano, ho trovato un nuovo allievo per delle lezioni di italiano e anche un insegnante di curdo. Cosa posso chiedere di più? 

Sono loro che stanno accogliendo me e il mio cuore sta esplodendo di gioia.

Adele De Pasquale

© Credit immagini: Courtesy Orlando Morici

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