Omaggio ad Andrea Camilleri

Andrea Camilleri si spense il 17 luglio dello scorso anno.

Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, l’autore siciliano si diletta dapprima nel mondo dello spettacolo, frequentando e poi insegnando all’Accademia di Arte Drammatica di Roma, impegnandosi come regista, autore e sceneggiatore. È in questo contesto che diventa fondamentale per Camilleri la figura di Georges Simenon con il suo Commissario Maigret, definendo l’autore belga come ‘L’inventore del romanzo poliziesco all’europea’. 

Simenon, come afferma Camilleri in diverse interviste, ha ampliamente contraddetto la convinzione di Pirandello (autore profondamente amato da Camilleri) secondo cui la vita o si scriveva o si viveva: Simenon è riuscito a vivere la vita e al tempo stesso a scriverla. Ed è forse proprio dal contatto con Simenon e i suoi gialli che incomincia a prendere vita la figura del Commissario Montalbano.

I suoi personaggi, così perfettamente delineati, non smettono però di farlo vivere nelle vicende dell’amatissimo commissario Montalbano e dei suoi fidati collaboratori e amici, il cui sfondo è la Sicilia, cuore pulsante di ogni opera di Camilleri.

L’anno scorso, dopo la morte dell’autore, Luca Zingaretti, attore che ha saputo calzare perfettamente le vesti del commissario Montalbano, ha scritto: «ho avuto la strana sensazione che bastasse un tuo tratto di penna a cambiare la mia vita».

Chi segue da anni la storia del commissariato di Vigata, sa che in questa frase c’è tanta verità, acquisita dalla stessa sincerità su cui Camilleri ha basato tutta la sua opera: personaggi veri, con valori e difetti, in una Sicilia vera.

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Questo differenzia radicalmente la serie del commissario Montalbano da qualsiasi altra ‘fiction all’Italiana’: la scelta curata di attori teatrali siciliani e un tratto di penna magistralmente indirizzato verso un vissuto, un’italianità che fa sorridere, in cui ci si riconosce e in cui soprattutto si riconoscono le sfumature dei vari personaggi, come se fossero amici di vecchia data che una volta a settimana cenano a casa nostra.

I luoghi non sono da meno rispetto ai personaggi: l’immaginaria cittadina di Vigata faceva già da retroscena in una delle sue prime opere, “Un filo di fumo”, pubblicata nel 1980 e primo di una serie di romanzi ambientati a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, grazie al quale Camilleri vinse il suo primo premio letterario. 

Nel 1992 riprese a scrivere dopo 12 anni di fermo e pubblicò altri due gialli: La stagione di caccia e La bolla di componenda. Nel ‘95 pubblicò Il birraio di Preston, con il quale partecipò al Premio Viareggio, guadagnando molto successo pur senza vincere.
È nel 1994 che incontriamo per la prima volta la figura del commissario Montalbano, ne “La forma dell’acqua”.

Il cognome dello storico commissario camilleriano deriva da Montalbán, scrittore spagnolo di polizieschi di cui Camilleri era un affezionato amico. Come sappiamo, su questo personaggio l’autore basa gran parte del suo operato: nel ‘96 pubblica “Un ladro di merendine”, che ci fornisce un’occhiata retrospettiva sulla vita del commissario, per poi arrivare nel ‘98 a “Un mese con Montalbano” e “Gli arancini di Montalbano”, antologie di racconti che delineano sempre di più il personaggio e la realtà nel quale si trova.

Nel 2006 Camilleri consegnò all’editore Sellerio l’ultima copia della serie con il finale della storia ultra ventennale, chiedendo che venisse pubblicato solo dopo la sua morte. 

A tal proposito l’autore aveva detto: 

«Ho scritto la fine dieci anni fa… ho trovato la soluzione che mi piaceva e l’ho scritta di getto, non si sa mai se poi arriva l’Alzheimer. Ecco, temendo l’Alzheimer ho preferito scrivere subito il finale. La cosa che mi fa più sorridere è quando sento che il manoscritto è custodito nella cassaforte dell’editore… È semplicemente conservato in un cassetto.»

L’ennesima occasione nel quale questo grande autore ha saputo stupirci, regalando al suo affezionato pubblico un’altra opportunità per non scordare mai la passione, la dedizione e l’amore con il quale si può dare vita ad una storia. 

Carola Aghemo e Giulia Ferrero

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