Un’accoglienza inaspettata

Suono il campanello in via Silvio Pellico 28. Mi viene ad aprire un ragazzo che evidentemente non è italiano. Penso sia uno dei ragazzi con i quali lavorerò. Non appena si scosta di qualche passo per farmi entrare, mi si apre un grande ufficio con un ‘via vai’ di persone che sembra il centro corrispondenze di Babbo Natale il 24 dicembre. Ci sono persone al telefono, chi corre di qua e di là con dei documenti in mano e chi – al computer – pigia sui tasti come se non ci fosse un domani. Ci sono tanti ragazzi che aspettano. 

Ma dove sono le camerate, i letti a castello, dove alloggiano i ragazzi?

In lontananza vedo una manina che si sporge verso di me, abbasso un po’ lo sguardo e vedo che sotto quella mano c’è una ragazza molto giovane con gli occhi svegli che mi saluta mentre riattacca il telefono. Immagino sia la mia tutor. Ci presentiamo, io sono Adele, lei è Sara. Mi dà il benvenuto e mi trasforma subito in uno degli elfi di Babbo Natale. Mi spiega che tutti i giorni è così: un centro corrispondenze. Ogni giorno ci sono queste maratone in giro per l’ufficio per risolvere ‘n’ questioni. «Ufficio?» penso. Vede la mia perplessità e mi spiega che l’associazione Tra Me ha un sistema di accoglienza diffuso. I ragazzi, i ‘beneficiari’, vivono in appartamenti autonomi distribuiti sul territorio, mentre la sede dove sono io è l’ufficio, dove vengono gestiti gli aspetti burocratici dell’accoglienza.

Bene, penso, ma questo vuol dire che se c’è un ufficio ci sono anche molti aspetti di questo lavoro che io non conosco. E non c’è solo Carignano, l’associazione Tra Me gestisce altri quattro centri d’accoglienza distribuiti su Carmagnola, Chieri, Chivasso e Castagneto Po.

«Aspetta Sara, non ho capito, quindi io di cosa mi occuperò?». Sara sorride circondata da persone che corrono di qua e di là, probabilmente vorrebbe dirmi: «Tu inizia a seguirne uno e vedrai che qualcosa da fare te lo trova». 

Mentre Sara parla, mi guardo intorno. I ragazzi che vedo, i loro volti, mi rendo conto che sono le persone di cui sento parlare al telegiornale quasi tutti i giorni: sono le stesse persone che si trovano su quei barconi in mezzo al mare. Gli stessi che vivono quelle tragedie. 

I loro occhi però dicono altro. Sono pieni di gratitudine, alcuni sono allegri, altri un po’ meno, eppure tutti quanti hanno una luce. Mi rendo conto che non ci sono solo ragazzi africani, ma da tutto il mondo. 

Mentre penso a tutte queste cose, vengo distratta da una voce che spicca sulle altre che dice «Dlin-Dlon, c’è nessuno? C’è uni personi qui, Jassin». Scoppiamo tutti in una fragorosa risata. Questo ragazzo stava aspettando da un po’ il suo turno ed era il suo modo per avvisare l’equipe che comunque lui continuava a essere lì e che non aveva ancora risolto il problema per il quale si trovava in ufficio.

Mi giro di nuovo verso Sara. Si sta confrontando con Rachid, uno dei miei futuri colleghi. Stanno parlando della Prefettura, arrivano due ragazzi nuovi. Rachid mi guarda, vede che li sto osservando, allora con un sorriso, nascosto dalla mascherina, mi spiega che i richiedenti asilo che accogliamo a Tra Me vengono assegnati dalla Prefettura di Torino. 

In che modo? Chi arriva dai percorsi migratori, via terra o via mare, viene portato negli hotspot locali, come Lampedusa, dove gli viene fatto uno screening sanitario e una prima scheda conoscitiva. Da lì, questi ragazzi vengono smistati nelle varie regioni d’Italia. In Piemonte vengono mandati alla Croce Rossa di Settimo Torinese. La Prefettura è informata di quanti ragazzi arrivano in Croce Rossa e sa anche quanti posti vuoti ci sono nei vari centri d’accoglienza: intreccia i dati e direziona i ragazzi nei vari centri.

E una volta che arrivano nel centro d’accoglienza: cosa succede? 

TO BE CONTINUED

Adele De Pasquale

© Credit immagini: link  

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