So.De: il social delivery che contrattualizza i rider e promuove i prodotti locali

Con il consolidarsi del dominio delle piattaforme di delivery nella big economy, assistiamo al ripetersi di scioperi dei loro dipendenti, i cosiddetti ‘rider’, che rivendicano tutele assicurative e diritti apparentemente inesistenti. È da queste considerazioni che nasce l’idea di un gruppo di ragazzi/e di fondare So.De, un servizio di consegne: SOciale, SOlidale, SOstenibile. Sociale perché fondato sulla contrattualizzazione dei rider; solidale perché volto a sostenere le piccole realtà locali messe a dura prova dal collasso economico generato dalla pandemia in corso; sostenibile perché promuove l’utilizzo di packaging eco-friendly, ed effettua consegne limitandosi all’uso di biciclette e cargo bike.

«Il tutto è iniziato durante il primo lockdown quando Rob de Matt ha iniziato a portare pacchi e derrate alimentari alle famiglie bisognose, grazie anche al coinvolgimento di decine di volontari» mi racconta Teresa, una delle fondatrici del progetto. Quello promosso da Rob de Matt (un caffè-bistrot che da tempo sostiene l’inclusione lavorativa di persone svantaggiate), non era però un vero e proprio delivery: «[si trattava di] pasti cucinati a Rob de Matt, oppure delle derrate alimentari di esercenti che volevano donare». Dalla partecipazione a questo progetto, tra i membri fondatori di So.De, sono iniziate a sorgere le prime discussioni circa l’eticità dei servizi di delivery che tutti conosciamo. «Ci siamo interrogati su quali servizi alternativi di delivery [esistano] oggi, perché in fondo tutti abbiamo delle remore etiche a utilizzare le grandi piattaforme della big economy».

Nasce allora l’idea di una piattaforma di consegne a domicilio che abbia uno scopo non esclusivamente etico-sociale di tutela dei rider, ma anche ecologico-solidale nelle partnership che stipula con diverse realtà milanesi. Si tratta di botteghe locali, ristoranti di quartiere o librerie indipendenti, alle quali mancano le competenze digitali ed economiche per navigare l’incertezza pandemica. Digitali, dal momento che spesso hanno difficoltà a sviluppare un servizio di e-commerce; economiche perchè, sebbene «sappiano che aderire alle piattaforme [mainstream] dia visibilità, sanno anche che richiede un alto costo se, per ogni prodotto acquistato, l’esercente versa il 30% alle piattaforme». Ciò significa che, su un pasto recapitato a casa a 30€, al ristorante ne tornano 21, mentre gli altri 9 vanno alla piattaforma (che con 4 pagherà i rider, con 4 i costi gestione e marketing, intascandosi il restante euro).

Oltre agli esercizi locali, target del progetto sono i rider, nonché gli stessi consumatori. Per quanto riguarda i primi, Teresa precisa che «non siamo i portavoce dei rider, ma ci stiamo interfacciando con sindacati che lavorano per rivendicare i loro diritti […], per creare un servizio che sia a misura dei lavoratori». L’idea di base consiste nel rendere quello del rider un lavoro qualificante, tramite un percorso di professionalizzazione articolato in corsi di formazione specifici, dal codice della strada alla manutenzione delle bici, all’acquisizione di competenze trasversali utili nel relazionarsi con i consumatori. Non solo fattorini anonimi, ma community rider, «rider di quartiere, antenne per il territorio, che ascoltino bisogni e fragilità dei cittadini […] soprattutto in questa situazione pandemica dove ci sono persone sole, o che avrebbero voglia di fare due chiacchiere».

I consumatori occupano un ruolo importante nella progettualità di So.De, e non si limitano ad assumere la forma di anonime carte di credito e saldi PayPal. Quella che si vuole realizzare è una transizione educativa, volta alla valorizzazione dei servizi di delivery, nel tentativo di dissociarli dall’idea di servizi comodi e semi-gratuiti. «Se una persona viene sotto la pioggia o la neve a portarti un piatto di sushi, questo non può essere considerato un servizio gratuito». So.De spinge per una rivalutazione percettiva dei servizi di consegna a domicilio, come è avvenuto con i prodotti locali e/o a filiera corta, per i quali ci aspettiamo di pagare un prezzo maggiorato rispetto a quello di mercato. «[Quello attuale è] un sistema che non funziona da un punto di vista etico, perché i guadagni le grandi piattaforme li fanno, ma i rider non sono contrattualizzati, non hanno tutele né sanitarie né assicurative, quindi quello che il consumatore non paga quando compra un pasto a domicilio ricade sull’anello della catena più fragile, che è in questo caso il rider».

Ma come funziona allora questa transizione educativa? Come rendere i consumatori consapevoli e informati nell’acquistare un prodotto/pasto online? Al momento del pagamento, la piattaforma ti mostrerà il prezzo di mercato per il prodotto selezionato e poi «attraverso un algoritmo, ti mostrerà quale sarebbe un prezzo equo, che considera (a partire dal costo orario di un rider con tutte le tutele) gli straordinari, le indennità metereologiche, e che copre il suo lavoro in maniera equa considerando il numero di consegne che fa all’ora. […] Ci aspettiamo che il consumatore, vedendo entrambi i prezzi, sia portato a educarsi a un prezzo più equo».

Una transizione educativa che non può prescindere dal rispetto per l’ambiente. Gli enti partner della piattaforma, non solo condivideranno un codice etico di tutela dei dipendenti, ma si impegneranno anche nell’adozione di packaging eco-friendly, con l’obiettivo, nel lungo termine, di rendere le consegne plastic free.

Siamo al cellulare, e di Teresa sento solo la voce, ma nonostante ciò percepisco l’entusiasmo nelle sue parole, e me la immagino con gli occhi che brillano mentre parla di So.De. Quando le chiedo delle criticità e degli ostacoli che incontra, la sua risposta mi rassicura: «Dobbiamo seminare, e stiamo iniziando a seminare delle cose lavorando durissimo per vederle realizzate il prima possibile

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy So.De

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