Tra gli orrori della guerra Ahmad Joudeh danza il suo grido di libertà

Un grand jeté per fronteggiare il freddo e l’oscurità, un arabesque per sopportare la fame e la paura , una pirouette contro le bombe e la morte. Sotto il cielo azzurro tagliente di Yarmouk, la vita negli occhi di Ahmad perdeva lentamente colore, ma una luce di speranza lo fece continuare a ballare ovunque.  

Sul tetto, nelle strade, sotto terra, appena poteva danzava per sfuggire dagli orrori della guerra e ritrovare la dolcezza della vita diventando un simbolo per chi combatte in nome della libertà e allo stesso tempo un simbolo da distruggere per coloro che la libertà vogliono negarla.

Ahmad danza sul tetto, Damasco

Ahmad Joudeh è cresciuto nel campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria.

Quando vide per la prima volta delle giovani ragazze volteggiare sulle note di una musica classica rimase affascinato dalle loro movenze e da quel momento decise che la danza sarebbe entrata a far parte della sua vita sfidando i pregiudizi e l’ostilità del suo ambiente familiare e sociale.
Iniziò ad allenarsi di nascosto nella sua cameretta e presto entrò a far parte della principale compagnia di danza siriana, Enana Dance Theater.

Mentre la madre sostenne sempre il sogno del figlio, il padre tentò di ostacolarlo in ogni modo. Lo picchiò, bruciò i suoi abiti da ballerino e i suoi libri, lo chiuse in casa dicendo: ‘Studia o danza’. La risposta del ragazzo fu: ‘Danza o Muori’. Parole che si è fatto tatuare sul retro del collo, nel punto in cui verrebbe affondata la lama in caso di esecuzione, dopo ripetute minacce da parte dell’Isis. 

Libro Danza o Muori3

Lo scoppio della guerra civile in Siria ebbe un impatto devastante sul giovane e sulla sua famiglia, ma Ahmad non si arrese e per poter continuare i suoi studi all’Istituto Superiore delle Arti Teatrali rimase a Damasco, vivendo in una tenda su un tetto mentre la città veniva distrutta e le case crollavano intorno a lui.
«Diventava via via più urgente la necessità di reagire, ma non volevo aggiungere altra violenza a quella che già dilagava. Allora usai le mie armi personali: aprii una scuola sotterranea non lontano da casa per insegnare gratuitamente danza ai bambini del quartiere, coinvolgendo chiunque fosse interessato. Iniziai anche a mettere in scena la guerra trasformando l’orrore in arte, creavo coreografie di spettacoli sulla sofferenza che si viveva attorno a me.»

Dopo aver partecipato al programma televisivo arabo So You Think You Can Dance in Libano e finiti gli studi, poco prima di arruolarsi, il suo grido di libertà attirò l’attenzione del giornalista olandese Roozbeh Kaboly che andò in Siria per girare un documentario sulla sua vita. La sua danza diventò una sfida, infatti durante le riprese danzò per l’ultima volta nel campo profughi di Yarmouk distrutto dai bombardamenti e nell’anfiteatro di Palmira dove in passato l’Isis aveva organizzato esecuzioni di massa. 

Ahmad danza nel campo di Yarmouk1

Il talento del giovane ballerino fu subito notato dal Balletto Nazionale Olandese, grazie al quale Ahmad riuscì a trasferirsi ad Amsterdam.
Pochi anni dopo venne pubblicato il suo libro Danza o Muori e fu invitato a esibirsi con Roberto Bolle sulle note del brano di Sting Inshallah, durante il programma televisivo Danza con me andato in onda su Rai1, realizzando così il sogno di ballare con il suo idolo.

Ahmad ora è un ballerino di successo e continua a condividere il suo messaggio di pace e di speranza. «Essere un rifugiato non vuol dire non poter essere un artista. Per me essere riuscito a creare un’opera d’arte nel bel mezzo della guerra è una benedizione. La porterò con me per tutta la vita

La speranza esiste ancora nella vita e i sogni possono avverarsi se lottiamo per ciò in cui crediamo.
Anche in una situazione tanto disumana, l’arte ha dimostrato di essere una forza salvifica. In questo caso si parla di danza, ma avrebbe potuto essere la musica, la poesia, il teatro: qualsiasi forma d’arte che ci riporti a contatto con la nostra essenza più autentica.

«La danza non ha confini.
La danza non ha bisogno di passaporti.
La danza non conosce nazionalità.
La danza è umanità.»

Elisa Lacicerchia

English text

Ahmad Joudeh dances his cry for freedom in the horrors of the war

A grand jeté to face cold and darkness, an arabesque to endure hunger and fear, a pirouette against bombs and death. Under Yarmouk’s blue sky, life in Ahmad’s eyes had slowly lost colour, but a light of hope made him continue dancing everywhere.  

On the roof, in the streets, underground: whenever he could, he danced to escape the horrors of war and rediscover the sweetness of life becoming a symbol for those who fight in the name of freedom and – at the same time – a symbol to destroy for those who want to deny freedom. 

Ahmad Joudeh grew up in the Palestinian refugee camp of Yarmouk, Syria.

When he first saw young girls twirling around on the notes of classical music, he was fascinated by their movements and from that moment he decided that dance would become part of his life challenging the prejudices and hostility of his family and of the social environment.

He began training secretly in his bedroom and soon joined the main Syrian dance company, the Enana Dance Theater.

While his mother always supported her son’s dream, his father tried to hinder him in every way.

He beat him, burned his dancer’s clothes and books, locked him in the house saying, ‘Study or dance‘. The boy’s answer was, ‘Dance or die.’. He then got these words tattooed on the back of his neck, where the blade would sink in the event of execution, after repeated threats from Isis.

The outbreak of the civil war in Syria had a devastating impact on the young man and his family, but Ahmad did not give up and – in order to continue his studies at the Higher Institute for Dramatic Arts – he remained in Damascus, living in a tent on a roof while the city was destroyed and houses collapsed around him.

The need to react became more urgent, but I did not want to add more violence to the one already growing. So I used my personal weapons: I opened a school underground not far from home to teach dance for free to the children of the neighbourhood, involving anyone interested.

I also started to stage the war by turning horror into art. I created shows with choreographies about the suffering that was going on around me.

After taking part in the Arabic television programme So You Think You Can Dance in Lebanon and finishing his studies, shortly before enlisting, his cry for freedom caught the attention of the Dutch journalist Roozbeh Kaboly who went to Syria to make a documentary about his life. His dance became a provocation. In fact, during the filming, he danced for the last time in the Yarmouk refugee camp destroyed by the bombing and in the amphitheatre of Palmyra, where in the past Isis had organized mass executions.

The young dancer’s talent was immediately noticed by the Dutch National Ballet that helped Ahmad to move to Amsterdam.

A few years later, his book Danza o Muori (Dance or Die) was published and he was invited to perform with Roberto Bolle on the notes of the song of Sting Inshallah, during the television program Dance with Me aired on the Italian Channel Rai1, realizing the dream of dancing with his idol.

Ahmad is now a successful dancer and continues to share his message of peace and hope. 

Being a refugee doesn’t mean you can’t be an artist. For me, being able to create a piece of art in the middle of the war is a blessing. I will carry it with me for the rest of my life.

Hope still exists in life. Dreams can come true if we fight for what we believe in.

Even in such an inhuman situation, art has proven to be a saving force. In this case, we talk about dance, but it could have been music, poetry, theatre: any art form that brings us to link with our most authentic essence.

“Dance has no boundaries.
Dance doesn’t need passports.
Dance knows no nationality.
Dance is humanity.”

Article by Elisa Lacicerchia – translated by Monica Bernasconi

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