Salvare una lingua significa salvare noi stessi

Il linguaggio è la ‘corazza’ e il cuore della cultura, senza di esso il sapere e qualunque altra conoscenza da noi posseduta non potrebbe essere pensata né tantomeno comunicata. Le lingue sono strumento e patrimonio fondamentale dello sviluppo umano e in quanto tali vanno tutelate. Certo è un discorso che pare strano, come si può proteggere un codice comunicativo affinché si preservi? Il rimedio più efficace è insito nella nostra vita e lo applichiamo continuamente: la scrittura. Al contrario di ciò che istintivamente verrebbe da pensare, in alcuni casi non è affatto facile da mantenere viva, tantomeno crearla da zero, nel caso di lingue orali.

In India questo discorso costituisce un problema reale per milioni di persone dal momento che negli ultimi tempi il Paese sta affrontando un serio indebolimento delle numerose etnie che lo compongono, con la conseguente caduta in desuetudine dei linguaggi ad esse associati. Sono oltre duecento gli idiomi scomparsi negli ultimi cinquant’anni e altri centonovantasette sono considerati a rischio: per lo più appartengono a comunità tribali di lieve entità a cui manca un sistema di scrittura e che, scomparendo i membri più anziani, vedono sfumare verso l’oblio la lingua dei loro antenati. Secondo la dottoressa Ayesha Kidwai del centro di linguistica della Jawaharlal Nehru University a New Delhi «quando una lingua tribale scompare, scompaiono anche le conoscenze su flora, fauna, territorio ad essa legate» – dunque è fondamentale conservare quelle conoscenze ancestrali che servono per muoversi e gestire ‘l’universo circostante’. 

A dimostrazione dell’effettivo interesse per l’argomento, negli ultimi anni si è assistito a un fiorire di iniziative, per lo più portate avanti da giovani, volte a salvare il coacervo di dialetti e idiomi presenti nel territorio indiano. È il caso di Malati Murmu che, stanca di leggere notizie solo in inglese, hindi e poche altre lingue, nel 2008 ha fondato un giornale in lingua santali, il Fagun, che all’inizio ‘viaggiava’ in sole 500 copie, mentre ora arriva a 5mila tirature. Anche Banwang Losu ha cominciato nel stesso periodo, quando aveva solo 17 anni, a immaginare un sistema di scrittura per il wancho, la sua lingua madre. Nel 2019 l’alfabeto che ha elaborato in 20 anni di ricerca è stato inserito nello standard unicode internazionale.

Attualmente si sta lavorando molto per rendere inclusivo l’accesso a internet, ideando per esempio tastiere con caratteri tipici di ogni lingua tribale. Lo Stato indiano sta muovendo i primi passi di riconoscimento del problema ma la strada è ancora lunga, per ora gli unici bastoni di sostegno a questo cammino sono principalmente frutto degli sforzi e dell’intraprendenza dei singoli.

Edoardo Sasso

© Credit immagini: link 

Un pensiero su “Salvare una lingua significa salvare noi stessi

  1. credo sia importante mantenere vivi e longevi anche gli idiomi più remoti e ristretti, sono patrimoni di un popolo e delle sue radici, sarebbe un peccato massificare tutto, cosa che tendenzialmente purtroppo tende a succedere.

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