Portare a spasso il cane alle prime luci dell’alba

Era ineffabile la sensazione di estasi mista a calma avvolgente che provava nel portare a spasso il cane alle prime luci dell’alba. Non che fosse poi così presto eh, che il sole d’inverno spunta tardi si sa.

Erano le 7, il più delle volte qualche minuto dopo (spegnere la sveglia rimaneva un’indicibile fatica ogni mattina). Si vestiva in fretta, lasciandosi sopra la maglia del pigiama, tirava su una felpa a caso dall’armadio, al buio, raccattava i jeans della sera prima accovacciati sulla sedia e si buttava un po’ d’acqua addosso nel (non sempre riuscito) tentativo di darsi una svegliata.

Accendeva la luce dell’ingresso e, il più delle volte, sorprendeva il suo docile cagnolino starsene raggomitolato al caldo della cuccia, che quasi pareva li abbracciasse i peluche disposti intorno, un po’ dentro, un po’ fuori dalla sua tana.

Non c’era bisogno di dire niente che, appena premeva l’interruttore, la bestiola si stiracchiava sotto il riflesso elettrico del lampadario, le lanciava una mezza occhiataccia (o così almeno le pareva), per poi dirigersi alla porta, ormai uso a quelle brusche uscite. Yohana avrebbe voluto dire a quel quadrupede peloso che le spiaceva, la addolorava da morire costringersi a destarlo dai suoi sogni profondi a quell’ora della mattina, «Ma che ci posso fare se devo andare a lavorare?». Non aveva tempo di portare a spasso il suo fedele amico più tardi di così, che da lì a un paio d’ore le sarebbe toccato infilare le gambe sotto la scrivania del suo ufficio.

Si trascinavano tutti e due dai gradini dell’androne giù in strada, per ridestarsi bruscamente, quasi con sorpresa ogni volta, al primo soffio gelido del mattino che pungeva il naso ad entrambi come uno spillo appuntito. 

Bastava poco però, qualche secondo appena, perché riscoprissero ogni volta il beneficio di quella levataccia: camminavano dondolando lenti, sospinti dai loro passi ancora assonnati, ma riposati, dalle loro movenze ritmiche che incalzano il marciapiede sottostante a suon di scarpate piano piano sempre più decise.

Arrivati al parco, Yohana slegava il cane, le pareva si guardassero per un istante prima che la bestia si dileguasse tra gli alberi in una sorta di patto implicito, in una sottoscrizione che recitava in forma non detta un «Mi faccio un giro e ci vediamo in fondo al prato, non mangio niente che non mi competa e non importuno sconosciuti». Percorrevano così, separatamente, ognuno per i fatti suoi, i 500 metri di aiuole verdi e prato spelacchiato dall’inverno del parco cittadino, lui annusando ovunque e trotterellando allegro, lei col naso all’insù persa nell’azzurro del mattino, o con lo sguardo curioso di chi studia la gente che passa di lì a quell’ora: una mamma con una carrozzina, un ragazzo che corre, due amiche che chiacchierano (andando a lavoro?), un papà in bici che porta sul sellino quella che presumibilmente sarà sua figlia, uno zainetto in spalla e le labbra che si muovono veloci nel desiderio di raccontare al padre questo mondo e quell’altro. 

Al cancello che chiude il parco, il cane le si avvicina, si siede quieto, educato al rito di «rimessa del guinzaglio prima di buttarsi di nuovo là fuori», sui marciapiedi non ancora trafficati di quelle fredde ore. Imboccata la viuzza di traverso al corso principale, Yohana si calca bene il cappuccio sulla testa, e prosegue svelta, accelerando il passo in direzione del fiume. Tira fuori il cellulare e chiama la sua amica, quella che sta dall’altra parte del mondo, e per la quale è sera tarda: ci hanno fatto l’abitudine ormai, a sentirsi un paio di mattine a settimana, nella penombra del mattino da una parte, sotto le coperte di un Paese lontanissimo da qui dall’altra. 

Chiacchierano una mezz’ora abbondante, mentre il cane sembra non accorgersi del tempo che passa, scodinzolando allegro per le vie della città. Il campanile dietro la stazione suona, e Yohana realizza che è ora di tornare a casa. Mette giù il telefono e attraversa svelta al semaforo, in direzione del suo panificio preferito, che a quell’ora sforna i muffin al cioccolato che le piacciono tanto. Una dolce coccola accompagnata da un caffè lungo bello fumante e poi via in direzione dell’ufficio, pacificata da quella camminata ristoratrice di sensi. Lascia al suo amico una bella ciotola di pappa in cucina, che lui si gusta in tutta tranquillità mentre lei chiude la porta di casa diretta a lavoro.

Gaia Bugamelli

© Credit immagini: Courtesy Mishel Mantilla

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.