La Piuma Onlus: uno strumento per realizzare progetti al Forte Tenaglia

Siamo molto vicini alla città, in particolare a Sampierdarena, un quartiere che ha delle problematiche rilevanti: la densità di popolazione, la mancanza di spazi e di socializzazione; ma l’aria che si respira è fresca e sa di campagna. Quando incontriamo Emilio è l’ora della merenda di metà mattina e la scena di bimbi, ragazzi e adulti attorno a e focaccia trasmette solidarietà e fraternità.

Come è andata? 

«Io e mia moglie costituimmo insieme a un sacerdote, Don Renzo Ghiglione, un gruppo di preghiera intorno al valore dell’ospitalità e dell’accoglienza.
Dopo un paio d’anni, alcuni di noi sentirono la necessità di, detto in soldoni, concretizzare tutte le belle parole dette attorno al tavolo. Allora creammo l’associazione La Piuma. Ci mettemmo subito alla ricerca della ‘casa dei progetti della Piuma’, dove poter fare tutto quello che era già avviato ma dove poteva anche trovare sbocco tutto il resto, tutta la parte ambientale, perché avevamo obiettivi sia in ambito sociale sia ambientale.»

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Perché Forte Tenaglia? 

«Quando ci mettemmo alla ricerca della casa dell’associazione, i primi tempi furono parecchio difficili, finché uno dei soci propose di stabilire dei criteri di ricerca: doveva essere una casa nella zona dove è nata l’associazione (San Teodoro, Sampierdarena, Granarolo), avere spazi adeguati e, soprattutto, dal momento che in questa casa si realizzano progetti, iniziative e incontri rivolti alle persone, essere di proprietà delle persone. 

Forte Tenaglia è demaniale, quindi è di tutti per definizione. Così chiunque entra qui dentro se ne può sentire responsabile e può partecipare alla sua valorizzazione. Per cui noi raccogliamo la generosità di tante persone per girarla su un bene che è loro, se un domani l’associazione chiudesse tutto questo torna nella disponibilità del comune, quindi di tutti.»

«Allora eravamo nove soci, nove ‘scappati di casa’ che, sorpresi della disponibilità dell’ingegnere del Comune, presentammo un progetto. La sfida era grossa e il tempo era poco, infatti, in un solo anno bisognava dimostrare che il progetto funzionasse. È stato un po’ come un miracolo riuscire a farcela» –  e parlando di miracoli ci dice che non è stato l’unico -«quando abbiamo iniziato a pulire, si è sparsa la voce di questo gruppo di pazzoidi che voleva restituire un forte alla cittadinanza, una cosa della collettività abbandonata a uno stato degradato, e arrivarono professionisti che, colpiti da questo nostro sogno, costituirono una squadra». Alla fine dell’anno presentarono un fascio di fogli, planimetrie e topografie del forte, che il comune non aveva, con cui hanno ottenuto una concessione pluriennale e il progetto è stato dichiarato ‘progetto di interesse sociale unico’.

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Mission?

«Abbiamo questo versetto dell’antico Testamento, che è diventato un po’ la nostra mission, che recita ‘non scordate l’ospitalità; alcuni praticandola, hanno accolto angeli senza saperlo’, e quindi l’incontro delle persone che può essere l’incontro con un angelo. Da qui parte tutto il filone dell’accoglienza, degli incontri. 

Riflettendo ci siamo detti che questo mondo è un dono prezioso, fatto da Dio e bisogna coglierne le opportunità, e da questo nasce il filone dell’ambito ambientale. Lavorando all’aperto ci si incontra, ci si conosce e si cresce. E quindi diventa tutto un tutt’uno.»

Maddalena Fabbi

© Credit immagini: courtesy Giovanni Manfredi & Maddalena Fabbi