Donne che creano circoli virtuosi in Repubblica Centraficana, il paese più turbolento dell’Africa

The Central African Republic (CAR) è il paese al centro del continente africano, si conosce e se ne parla poco. Sono dovuta andare a cercare il toponimo esatto in italiano: Repubblica Centrafricana. Eppure qui i bisogni sono enormi. É il paese più turbolento dell’Africa. Negli ultimi anni si sono susseguiti diversi colpi di Stato, la guerra civile continua dal 2012, il paese è costantemente nelle ultime posizioni della graduatoria dell’Indice di Sviluppo Umano (UNDP).

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Le donne qui però sono le portatrici di progetti ambiziosi che, con iniziative locali di ampio respiro, hanno come missione il miglioramento della propria comunità e il tentativo di superamento di conflitti secolari.

Yvette Abaka vive a Bamingui, 500 km a Nord della capitale. Da 7 anni ha la guerra in casa. Il suo territorio è frammentato e costellato da decine di milizie armate in guerra tra loro. Suo padre, suo fratello, suo zio sono morti in questi anni. Adesso c’è una tregua, ma la paura che la guerra ricominci non scompare mai. «In principio i bambini erano spaventati dalle armi, adesso sono abituati… Abbiamo già perso troppo. Non possiamo permetterci che accada ancora» dice Abaka.

Yvette Abaka e le altre madri del villaggio si sono riunite per migliorare il proprio ruolo e destino all’interno della famiglia e della comunità. Insieme producono pane. Ogni mattina si alzano all’alba, si radunano, tagliano la legna, accendono i forni e sotto un tetto di lamiera, impastano il pane. I profitti vengono in parte divisi tra di loro, così da avere una capacità d’acquisto, e in parte re-investiti.

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L’iniziativa, finanziata dall’Unione Europea, ha un impatto enorme: le donne diventano il sostegno e il punto di riferimento sia per la famiglia sia per la comunità: «l’attività ci rende più potenti di prima. Mio marito rispetta il mio lavoro. Adesso sono una sua uguale» dice Abaka. «La nostra produzione di pane è l’unica opportunità che abbiamo per guadagnare in modo indipendente» racconta Estella Yarsara, una compagna di Abaka, di 27 anni e madre di 5 figli. «Quello che noi tutti vogliamo è risollevare la nostra comunità. Così posso intervenire e supportare mio marito. La nostra relazione è più equa. Non devo dipendere da lui. Ho più autorevolezza in famiglia». 

Il pane viene venduto a tutti, indipendentemente dal fatto che siano cristiani o musulmani, riavvicinando comunità da sempre divise. Le donne promotrici, così, vengono riconosciute sia a livello famigliare sia comunitario come motore di miglioramento. 

Anche se separate da centinaia di miglia di strada in mano ai ribelli, l’iniziativa di Yvette Abaka non è la sola a innescare circoli virtuosi. 

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A Bangui, nella capitale, è nata Femme Debout (donne in piedi) guidata da Florence Atanguere, un’associazione di donne che riunisce vedove e orfani di Bangui. L’obiettivo è quello di riprendersi collettivamente dalle esperienze traumatiche e violente della guerra. Molte donne infatti sono state sfollate e hanno assistito a violenze estreme: nonostante le divisioni della guerra cristiani e musulmani sono accolti allo stesso modo. «A poco a poco le donne si stanno unendo per combattere», dice Atanguere, madre di sei figli, che ha visto suo fratello pugnalato a morte quando i ribelli hanno preso d’assalto il suo quartiere. Atanguere è riuscita a tornare a casa tre anni dopo. Ha fondato  Femme Debout con le donne conosciute nei tre anni da sfollata: «Siamo sorelle. Siamo tutti centrafricani. Non importa se sei musulmano o cristiano. Qui, siamo tutti uguali» dice Atanguere.

L’iniziativa supportata dall’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, si riunisce ogni settimana per discutere di difficoltà e successi. Vengono insegnate nuove tecniche e mestieri, dal cucito alla fabbricazione del sapone, promuovendo la solidarietà e uno spirito imprenditoriale.

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Grandi storie, grandi donne, che dal basso in maniera silenziosa e profonda rappresentano scintille di cambiamento e di innovazione su strutture sociali consolidate.

Chissà quando entreranno nella stanza dei bottoni.

Valeria Molinari

© Credit immagini: link + link

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