Gideon Rubin: cancellare per fare Memoria

27 gennaio. Giorno della Memoria. Ogni anno il 27 gennaio viene chiesto all’umanità intera di fare memoria; di soffermarsi su una delle più grandi tragedie del secolo scorso e di commemorare le vittime dell’Olocausto. Quello che succede, il più delle volte, è che per ventiquattro ore veniamo bombardati di immagini e video in bianco e nero prelevati ad hoc da archivi del passato: donne e bambini nei loro ‘pigiami a righe’, uomini ridotti a pochi grammi di ossa, campi di concentramento, rastrellamenti… 

Sembra quasi che, affinché sia fatta memoria, affinché tutto resti incollato al presente – che ogni anno si fa più lontano da quei terrificanti Anni Quaranta – sia sufficiente bombardare le nostre retine con immagini, senz’ombra di dubbio, sconvolgenti. Insomma, la via più battuta dai media è quella del mostrare: mostrare tanto, tutto e velocemente. 

Gideon Rubin. Untitled. 37x27cm. Gouache on paper. 2017

Eppure, esistono anche dei sentieri differenti. Gideon Rubin, artista israeliano nato nel 1973 a Tel Aviv, sceglie di non mostrare, sceglie di fare memoria cancellando. Rubin cancella i volti delle persone che popolano pubblicità, riviste e fotografie da lui stesso collezionate. C’è un’opera, tra le molte cancellazioni messe in atto dall’artista, che ci parla in maniera chiara; si tratta di un Untitled del 2016: l’opera non ha titolo, ma ha una voce forte e limpida. Sei pagine di giornale vengono passate in rassegna dall’artista che, riga dopo riga, sceglie cosa cancellare e cosa mostrare. Scompaiono le parole sotto linee nere, scompaiono i volti delle persone che popolano le pubblicità e le fotografie d’epoca, e gli stendardi, che una volta mostravano delle svastiche, ora diventano delle bandiere arcobaleno. Rubin cancella tutto, ma non ritaglia, non asporta porzioni di giornale: semplicemente trasforma con il colore quello che c’era rendendo il passato invisibile agli occhi, quasi fosse un incantesimo. Invisibile agli occhi, ma non alla testa, perché davanti allo spettatore queste cancellature si fanno evidenziature: righe di colore che mettono in luce qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere. È impossibile non domandarsi il perché di queste cancellature. Impossibile non chiedersi che cosa ci fosse lì sotto. 

Gideon Rubin seleziona riviste tedesche stampate qualche anno prima dello scoppio della guerra, perché è proprio tra quelle pagine che si trovava il quadro della società che di lì a poco avrebbe portato all’Olocausto. Parlando del suo lavoro Rubin afferma: «non è stato nemmeno facile lavorare con questo materiale. Dovevo letteralmente lavarmi le mani ogni volta che toccavo la carta e sfogliavo le pagine. Come se il male potesse letteralmente riversarsi sulla mia pelle». Il male racchiuso in quelle riviste macchia la pelle di Rubin che, di riflesso, cerca di purificarsi attraverso il suo gesto artistico: «Questo stranamente mi ha fatto sentire meglio, come se nel mio piccolo universo potessi tornare indietro nel tempo e modificare la realtà… Ovviamente, non era così, ma comunque mi sentivo nel giusto».

Cancellare per fare memoria. Scegliere di non mostrare per gridare a tutti qualcosa che non deve essere dimenticato. Non ci è dato sentenziare su quale via sia più giusta, se sia meglio urlare a gran voce o ricordare in silenzio. L’importante è non restare nell’ignoranza; costruire una torre di conoscenza fatta di tanti piccoli mattoni; aggiungerne uno ogni 27 gennaio, senza dimenticarcene neppure un anno. Bisogna consolidare la torre della memoria, renderla sempre alta affinché sia visibile anche da lontano, soprattutto nel tempo. 

Barbara Talarico

© Credits immagini: link + link

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