Parlami di me

Era una notte buia, senza stelle. O almeno è così che mi piace immaginare la notte in cui un po’ tutto è cambiato sebbene non sia cambiato nulla. Non sapevo se ci fossero o no le stelle, perché non uscivo dalla mia stanza ormai da 4 giorni e non avevo nessuna voglia di aprire la finestra che dava sulla strada. Avevo timore di incrociare lo sguardo di tutti quei ragazzi che passavano sotto, mentre ridevano e parlavano una lingua che non capivo. Mi avrebbe fatto solo sentire più isolato; allora col piffero che la aprivo la finestra.
Stavo steso nel letto a guardare il soffitto, non dormivo e non mangiavo da giorni, faceva un freddo della madonna sebbene vi fosse il calorifero al massimo e fuori ci fossero 18 gradi, essendo a marzo. 
Voi direte: «Chissà come eri giù» e invece zero. Non che io abbia sviluppato qualche particolare tattica zen per l’elevazione dell’anima dal corpo, semplicemente non sentivo nulla dal punto di vista emotivo, tabula rasa delle emozioni proprio. Stavo lì con gli occhi fissi al soffitto, sotto il piumone a pensare «Mado che sbatta, tra qualche giorno dovrò fare la lavanderia, ma manco ho la voglia di uscire da qui per andare in cucina, vuoi mettere uscire in strada e camminare?».
Eh niente, stavo lì ad aspettare che qualcosa succedesse, a 800 km da casa, in una stanza di una Guest House belga, in attesa che finisse il mio periodo di quarantena di una settimana. 

E qualcosa in effetti è successo.

Mi rigiro nel letto scalciando il piumone indeciso sulla posizione da prendere, quando noto una figura sulla scrivania contro il muro opposto.
«E tu chi sei?» Non avevo paura, la paura è un’emozione e, come vi ho detto, io non sentivo nulla. Semplicemente mi chiedevo che ci facesse uno nella mia stanza.
«Che’ parli con me?» Mi fa con un accento romano.
«SÌ che parlo con te, che fai qui? E soprattutto chi sei
«Amvedi oh questo, finalmente il signorino s’è deciso di considerarme. Fratellì mezzo che mi pensavo fossi scemo e facessi finta di non vederme. Sono Depressione, piacere».
Mi tiro su dal letto e mi siedo a fissare la figura scura, ho un freddo della miseria lungo la schiena.
«Te stai a chiede perché c’hai sto freddo, vè? Fratellì c’hai er freddo perché non magni da giorni e il corpo non ha le energie pe scardarse. Io nun so mica dottore, però mica te fa bene tutta sta cosa eh».
Era una spiegazione plausibile, in effetti ci sarei potuto arrivare dopo cinque anni di medicina. 

«A prescindere dal fatto che non capisco perché tu sia qui, perché parli romanesco?»
«Sto qui pecchè stai depresso forte, zi. E poi parlo romano pecchè ci sono stato in Erasmus. Ce vuole er suo tempo per perdere la parlata».
«Ma io non sono depresso, non sono mica triste. Non ho voglia di fare nulla, tutto qui».
«E me lo chiami non essere depresso? Caro, va che sto con te da mo eh. Che te credi che prima di partì per sta Erasmus in Belgio a casa stavi ‘na crema? T’ho visto sai? Non riesci più a studià da mesi, non davi un esame manco cor binocolo, pisciavi gli amici, dormivi poco o troppo, a volte te facevi i giorni full immertion ner frigo che te magnavi pure le peggio sozzerie e non te se poteva dì niente che scleravi come Zequila quando Pappalardo glie nomina la madre. Ah zi, te repeto se io sto qui è pecchè tanto bene non stai».

Iniziavo a essere confuso dalla parole di Depressione. In effetti a posteriori i mesi prima non sono stati il periodo migliore della mia vita. Eppure, non riuscivo proprio a credere a quello che mi diceva. Io depresso? La depressione è qualcosa che si studia sui libri o che vedi nei film, mica pensi che proprio tu possa esserlo.
«Secondo me ti sbagli». Fisso l’ombra che fa dondolare le gambe dalla scrivania e penso che non deve essere famosa per la sua altezza. «É stato solo un periodo, ora con questa esperienza cambierà tutto. Non so se lo sai, ma faccio un traineeship in un mega reparto di trapiantologia addominale, roba importante. Sarà il rilancio del mio futuro».
«Certo che te non te conosci proprio. Te sei qui pe du motivi che provvedo ad elencarte».L’ombra alza quella che immagino essere una mano e indica platealmente i numeri con le dita. «Numero uno, te credi che dì in giro che fai sta roba te farà sembrare come Er Capitano, quando a nessuno glie frega na cippa e, soprattutto, te sai benissimo che nun te va per niente de fare il chirurgo da grande. Numero due, te sei messo in testa sta fissa pecchè te credevi de svoltarti la vita e speravi che dopo sta storia quella sensazione de vuoto, de noia e di inutilità te se salutasse; invece non te saluta per il piffero. Poi dimose la verità: t’eri montato  pecchè speravi che la tipella che ti aveva appena scaricato glie se rodesse er culo. Fratellì, dai te conosco ormai».
Pietrificato. Qualcosa inizio a sentire adesso, come se qualcuno avesse girato la maniglia della porta delle mie emozioni e l’avesse aperta di qualche millimetro.

«Senti poi te devo dì n’altra cosa. Te nun puoi sempre tenerte dentro tutto così. Ce fai la muffa con le emozioni. Nun ce ‘na vorta che dici a qualcuno che stai male, te tieni stretta tutto lo schifo e speri che siano le persone a tirartelo fuori. A’ campione devi imparare a parlà, mica puoi aspetta che arrivi la fata turchina a farte diventa sano con la bacchetta magica eh».
«Tu non capisci, alle volte non è facile neppure per me capirmi, figurati farmi capire». Mi inizia a girare la testa e dietro le spesse tende di velluto si inizia a intravvedere la luce dell’alba. Un’altra notte insonne, forse non sto proprio bene. Depressione ha ragione.
«Il problema è che non sono abituato a chiedere aiuto Depressione, semplicemente me ne sto lì e penso che la colpa del mio stare male sia degli altri. Aspetto e spero che passi».
«Fratellì io nun dico niente, ma non me sembra proprio proprio er mejo eh. Devi inizià ad accettà che sei umano, che nun sei Superman e che er mondo nun gira intorno a te. Vedi che poi diventa più facile. Te dico quello che ho detto ar Nasone secoli fa: ‘A’ fratellì svegliate, cerca de farci qualcosa con ste emozioni che c’hai dentro. Nun star qui a fissare er soffitto pensando sempre a sta benedetta Beatrice. Dajeee’».

Dalla strada iniziano a salire le voci e i rumori delle macchine. Non aspetto neppure un secondo, i miei devono essere già svegli, li chiamo.

«Pronto, ciao. Sentite, io torno a casa. Ho bisogno di parlarvi un pò».

Eh niente, ora che sono in macchina coi miei che mi sono venuti a prendere in aeroporto ripenso a quella notte e non capisco bene come tutto sia successo. So solo che dopo una settimana di Erasmus sono tornato a casa, la situazione era troppo per me e io non stavo bene. Considero questo come uno dei più grandi fallimenti della mia vita, eppure dopo che ho parlato con Depressione e mi sono accorto di lei, qualcosa ha iniziato a cambiare. Sto iniziando a lasciare andare. Ad allentare la corda intorno a me stesso e a capire che questa non è una fine, ma un inizio. 
Mi sembra tutto irreale, con la testa appoggiata al finestrino e sentendo in sottofondo le voci dei miei, guardo Depressione che sta accanto a me e penso che a volte può far bene perdersi. 
In fondo er Nasone insegna che per uscir a riveder le stelle, prima bisogna perdersi nella selva oscura e smarrire la retta via. 
La notte fuori è buia, ma si inizia a vedere qualcosa che brilla.

Tommaso Merati

© Credit immagini: link

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