Umanità Ininterrotta: diario di viaggio sulla rotta balcanica

Umanità Ininterrotta è la realizzazione di un progetto dei giovani volontari di ASCS, l’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, che nel 2019 hanno ripercorso i passi di migliaia di migranti che ogni anno cercano di raggiungere l’Europa, dalla frontiera tra Siria e Turchia fino all’Italia, incontrando le comunità in fuga e visitando diversi campi profughi. Grazie al supporto della Chiesa del Carmine di Milano e di Hakuna Matata Charity il progetto è ora un libro, edito da Seipersei con le fotografie di Barbara Beltramello.

Ho intervistato Milena, volontaria di ASCS, per saperne di più.

Milena, ci racconti di cosa si occupa ASCS e come è nata l’esigenza di progettare il vostro viaggio?

«ASCS è l’organo operativo dell’ordine dei Padri Scalabriniani, che sono presenti in tutto il mondo lungo le rotte migratorie più frequentate e danno sostegno e rifugio a individui e famiglie in fuga dai loro paesi di origine nelle Case del Migrante. In Italia ASCS si rivolge ai giovani attraverso progetti di animazione interculturale e sensibilizzazione, proponendo esperienze di incontro con i migranti come il campo Io Ci Sto, con le vittime del caporalato nella provincia di Foggia. Grazie alla partecipazione a diverse iniziative di volontariato come queste, con ASCS e con altre associazioni, è nata tra noi giovani l’esigenza di visitare i luoghi più significativi della rotta balcanica e le comunità che si trovano bloccate fuori dai confini europei, in fuga dall’Asia Occidentale.» 

Quali sono state le tappe più significative del vostro percorso?

«La nostra prima tappa è stata Gaziantep, una cittadina sul confine turco-siriano nella quale è concentrata una grande comunità siriana con l’intenzione di rientrare in patria quando il conflitto che da anni si sta consumando in Siria sarà finito. Poi ci siamo spostati nella Turchia centrale per visitare Kirsehir, una città in cui hanno trovato rifugio delle famiglie cristiane irachene fuggite dalle persecuzioni dell’Isis e discriminate anche in territorio turco a causa del loro credo religioso. Dopo una breve sosta a Smirne, punto di partenza per i migranti che lasciano la Turchia per proseguire sulla rotta verso la Grecia, ci siamo fermati a Samos e poi a Salonicco, piccole isole e città del mar Egeo che ospitano migliaia di famiglie e minori non accompagnati in affollati campi dove spesso mancano acqua potabile ed elettricità. Qui abbiamo avuto l’opportunità di incontrare volontari e volontarie di Still I Rise e di La Luna di Vasilika, organizzazioni che operano nei campi a sostegno dei minori non accompagnati e della popolazione più fragile. Dopo aver attraversato Macedonia e Serbia, ci siamo fermati in Bosnia per visitare i numerosi campi profughi collocati lungo il confine con la Croazia, tra cui quello di Bira e di Lipa, nella cittadina di Bihac, andato a fuoco nel dicembre 2020. Da questi campi, spesso informali e ricavati da vecchi edifici abbandonati, i migranti partono per affrontare un lungo viaggio a piedi tra i boschi, il cosiddetto Game, molto pericoloso perché quei territori sono ancora disseminati di mine inesplose, con l’intenzione di superare il confine croato, per poi essere spesso rispediti violentemente indietro. Il nostro viaggio si è poi concluso a Trieste.» 

Qual è stato l’incontro che ti è rimasto più nel cuore?

«A Velechevo, in Bosnia, in una piazzola di sosta trasformata in accampamento informale, abbiamo incontrato S., pakistano. Leggeva i giornali e si teneva costantemente informato riguardo le politiche migratorie attuate nei diversi paesi europei. Una delle sue riflessioni mi ha colpito profondamente: paragonava lui stesso e gli altri migranti in fuga ad asini (‘donkeys’), spinti a muoversi e sottoposti agli ordini dei paesi europei, che, come dei giocatori durante una partita di calcetto, rimbalzano i migranti con l’intenzione di scaricarne la responsabilità sui propri vicini, prendendosi gioco di migliaia di vite umane.»  

Come è nata l’idea di raccogliere la nostra esperienza in un libro?

«Al nostro rientro ci siamo spesso interrogati su come poter restituire ciò che avevamo appreso e le riflessioni che avevamo elaborato. Le persone incontrate lungo il nostro cammino ci hanno spesso ripetuto che il modo migliore per aiutarle sarebbe stato raccontare le loro storie e ciò che succede a due passi dall’Europa, e così abbiamo fatto. Grazie a Seipersei i nostri appunti di viaggio si sono trasformati in un unico grande racconto che ci aiuterà a tenere alta l’attenzione su una grave crisi umanitaria, con la speranza che coloro che la stanno vivendo riescano presto a costruirsi una vita migliore, lontano dalla guerra.»

Silvia D’Ambrosio

© Credit immagini: Courtesy Milena Baretta

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