Stella McCartney, Falabella e lo sfruttamento degli animali nella Storia

Lo sfruttamento degli animali è sempre più spesso una tematica discussa nel settore tessile e della moda.

Ma come mai si sente la necessità di sfruttare gli animali? Quando e perché è iniziato tale sfruttamento?

Lo sfruttamento degli animali nella Storia

Partendo dalle origini, parliamo degli usi delle pelli di mammut da parte dell’uomo primitivo per proteggersi da rigide temperature.
 Ma'at

Spostandoci più avanti nel tempo, risaliamo alle credenze dell’antico Egitto, dove indossare piume era legato all’idea di avvicinarsi al divino e proteggersi da influssi malefici: le piume erano considerate dotate di un potere intrinseco per la loro leggerezza, flessibilità e resistenza. Dopo la morte, si credeva che il cuore dello spirito sarebbe stato pesato su una bilancia d’oro, in cui faceva da contrappeso Ma’at, la piuma della verità: se il cuore fosse risultato più leggero, lo spirito sarebbe andato in paradiso.

Durante il rinascimento le piume erano un ornamento centrale per cappelli e ventagli; nel periodo del barocco e rococò, ogni tipo di cappello era decorato con piume di struzzo: dal cappello a pan di zucchero, a quello inclinato a tesa larga fino al tronco di cono. Riguardo la pelle, i copricapi considerati più belli erano in pelle di castoro, importata dall’America.
Sempre nello stesso periodo, vediamo Maria Antonietta portare non solo cappelli ornati di piume di struzzo e composizioni floreali, ma anche corsetti di stecche di balena.

cappelli

Forse è nei primi anni del Novecento che viene evidenziata l’assoluta stravaganza dei cappelli di piume: alcuni includevano interi volatili, tenuti in posizione con lunghi spilloni. 

Intorno al 1925 le piume di struzzo finiscono per ornare non solo i cappelli, ma anche abiti da sera, creati dalla casa di moda di Jacob Hobe di Berlino. Alle piume di struzzo e alla vera pelle vediamo contrapposte stoffe sintetiche come rayon e nylon, oltre a cellophane e rodophane, una plastica trasparente, utilizzati da Elsa Schiaparelli.

A cavallo tra gli Anni Quaranta e Cinquanta, materiale di lusso è la pelliccia: sui cappotti troviamo guarnizioni di pelliccia al collo sciallato e doppio anello di pelliccia sulle maniche. Nei primi Anni Sessanta era considerato uno status symbol: molte donne sognavano di possedere una pelliccia, sinonimo di fascino, femminilità e successo.

Più recentemente, possiamo fare riferimento al marchio Fendi, che per i 50 anni di collaborazione con lo stilista Karl Lagerfeld presenta nel 2015 la collezione Silver Moon: tutte le modelle indossano capi realizzati con pelli di lince, zibellini, visoni, ermellini e volpi bianche.

Ma non tutti gli stilisti la pensano allo stesso modo: alle pellicce di Karl Lagerfeld si contrappone la moda cruelty-free della stilista inglese Stella McCartney. 

La moda Cruelty-Free di Stella McCartney e la sua Falabella

La stilista è particolarmente nota per la sua campagna contro lo sfruttamento degli animali: tutti i suoi prodotti sono realizzati senza l’utilizzo di pelli, piume o pellicce. Come ha dichiarato in un’intervista a Vogue Italia: «sapere che un abito aveva causato sofferenza a un animale mi impediva di provare gioia nell’indossarlo. Mi sono così lanciata nella moda animal cruelty-free che poi negli anni è evoluta in una moda sensibile al tema della sostenibilità. Possiamo dirci veramente felici, oggi, quando indossiamo vestiti che sappiamo aver aiutato la distruzione del pianeta? La via della sostenibilità della moda, ne sono convinta, passa anche dalla riscoperta di questo legame emotivo con i nostri abiti»

Un esempio del suo impegno è la borsa eco Falabella, lanciata nel 2010. Viene descritta come una borsa capiente, graziosa a livello estetico e adatta a ogni occasione. Ma l’aggettivo che la caratterizza è ecologica, poiché non è realizzata con pelle vera, ma con Nylon riciclato. Inoltre, viene prodotta artigianalmente, intrecciata a un filo cerato di cotone, composto da fibre organiche e sintetiche. Infine, la catenella non è in rame, materiale inquinante, ma in alluminio leggerissimo, ottone e acciaio, scelti sia in base al colore delle borse, ma anche in modo da garantire un’apprezzabile leggerezza.

Il nuovo paradigma Fur Free

Dopo Stella McCartney seguono altri marchi, come Elisabetta Franchi: nel 2011 abolisce la pelliccia, nel 2014 la lana d’angora e nel 2015 abbandona le piume.
Anche
Lacoste, oltre a evitare la pelliccia, ha temporaneamente modificato il suo logo: al posto del famoso coccodrillo compaiono animali in via d’estinzione per sensibilizzare il pubblico sul tema.
Dal 2018 anche Gucci dice addio alle pellicce e diventa membro della Fur Free Alliance: i soldi ricavati dalle vendite precedenti di pellicce saranno donati ad associazioni per la difesa di animali. Nello stesso anno, diventa Fur Free anche Versace dichiarando «Pellicce? Ne ho abbastanza. Non voglio fare moda uccidendo gli animali. Non mi sembra giusto».

Marta Federico

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