E!State Liberi! Le storie dietro ai beni confiscati alle Mafie

La Mafia esiste. La definiamo uno stato nello stato che regna con violenza e intimidazione ed è causa di malessere sociale e terrore. Ma se qualcuno vi chiedesse come è nata? Come si riconosce? Dove si trova? Cosa rispondereste?

Difficile non cadere nei cliché e nelle frasi fatte: ammettere che è ovunque e non solo al Sud fino a convincersi che il proprietario della pizzeria sotto casa sia un mafioso e che la pizzeria sia solo un’attività di copertura. Come ci ha detto Peppino Impastato, la mafia è una gigantesca montagna di merda. Ma perché non la vediamo e perché non sentiamo il suo tanfo? 

In parte perché siamo abituati a conviverci, e in parte perché hanno provato a convincerci che in realtà ha un buon profumo e fa bene. Partecipare al campo di E!State Liberi! non significa solo aprire gli occhi e togliersi la molletta dal naso, ma anche prendere la pala e iniziare a spalare la merda sotto casa, nel quartiere, e poi un po’ più lontano, nella propria regione, fino ad arrivare a sradicare la nomea che hanno gli italiani di essere dei mafiosi. Liberainsieme alle cooperative e associazioni sociali che si fanno carico dei beni confiscati, ci invita a prendere la pala in mano e ci insegna a trasformare il marcio e il malato in concime fertile dove spargere semi di vita. 

Ecco, io e Irene, cariche di domande, abbiamo deciso di andare fino in Puglia, nonostante la Mafia sia ovunque. A Bari abbiamo conosciuto le storie di persone fantastiche. 

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Angelo della cooperativa sociale Semi di vita ci ha raccontato che pur di far rinascere 26 ettari di terra confiscati è 5 anni che non percepisce uno stipendio; ma si sente libero, uscito finalmente da un vortice che porta solo alla distruzione. Ci racconta «Io vivevo benissimo prima, guadagnavo quei 40.000 mila euro l’anno, avevo il macchinone, la casa in montagna, se volevo andare in vacanza ci andavo. Il problema in questi casi è che dalla Panda al Mercedes non ci vuole niente, ma dal Mercedes alla Panda è un problema. Semi di vita nasce veramente dal basso, dalla voglia di fare un progetto, nel credere in qualcosa».

Pinuccio Fazio, invece, sta girando tutta l’Italia a raccontare la storia di suo figlio, di 15 anni, vittima innocente di uno scontro tra clan mafiosi a Bari vecchia. «C’è chi viene colpito innocentemente, come lo sono stato io. Loro si aspettavano che io lasciassi il quartiere, andare via per paura… e allora ho deciso di non fare così, ho deciso di rimanere nel mio appartamento, e di gridare. Il grido dell’impegno, l’impegno di portare la mia testimonianza in tutta Italia».

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Abbiamo parlato con i fratelli di Hyso Telharay venuti dall’Albania per commemorare e raccontare di loro fratello, vittima di caporalato a 22 anni nel 1999. E così come loro abbiamo incontrato molta altra gente che ogni giorno ci mette la faccia e la vita per proteggere ognuno di noi. 

Per Pietro Fragrasso della Coop Pietra di scarto, ad esempio «Libera nasce con una consapevolezza forte, cioè che l’antimafia non può essere delegabile, prevede necessariamente un impegno diretto di una cittadinanza che si rende consapevole di qual è la forza dell’azione che ognuno di noi può avere nel combattere il fenomeno mafioso. Si fonda su due pilastri fondamentali: la memoria e l’impegno».

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Oggi sappiamo cosa prova chi, consapevole della realtà in cui vive, dei rischi che corre e stufo delle ingiustizie gratuite, sceglie ogni giorno di lottare. Questa forza e passione sono contagiose: rimbocchiamoci le maniche e spaliamo via la montagna di merda che sovrasta e giace tranquilla nella nostra società!

Maddalena Fabbi e Irene Ghezzi

© Credit immagini: courtesy Maddalena Fabbi & Mattia Saporiti

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