The Elephant Man, il film di Lynch per combattere il pregiudizio

Inghilterra, seconda metà dell’Ottocento: tra salotti borghesi ricolmi di vacue chiacchiere e disquisizioni morali, etiche e scientifiche, freak show e l’attrazione feticista per tutto ciò che è deforme, diverso e inusuale, nasce Joseph Merrick, un uomo che a causa di una grave malattia presenta un aspetto bestiale, tanto da valergli il soprannome di Uomo Elefante.

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Merrick, riconosciuto come fenomeno da baraccone, esibito e oltraggiato verrà salvato dalla perenne condanna di essere un freak grazie al dottor Frederick Treves. Joseph avrà modo di mostrare il suo lato più delicato, di uomo piacevole e brillante, emotivo e d’animo nobile. Dotato di una bontà disarmante, Merrick verrà riconosciuto nella sua umanità, al di là del suo aspetto.

Una vita travagliata che vede, proprio negli ultimi istanti, il (probabile) tentativo dell’uomo-mostro di uscire dalla condizione di oggetto-bestia per rientrare in quella di uomo che davvero gli appartiene, anche a costo della vita.

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La storia di entrambi, uomo (John Hurt) e medico (Anthony Hopkins), viene magistralmente raccontata da David Lynch in una pellicola intitolata appunto The Elephant Man. Il regista abbandona le sequenze oniriche tipiche del suo stile per raccontare in tinte bianconere la storia di una reale disumanizzazione del diverso.

Un film che funge da parabola contro pregiudizi e maltrattamenti, così come sulla paura dell’Altro, ambientata nell’Ottocento, eppure ancora estremamente attuale.

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Una pellicola che invita a riflettere sull’etica, la morale e il pregiudizio, lasciando poco spazio allo spettatore che, immediatamente, rivede nella mostruosità estetica di Merrick il perfetto riflesso della mostruosità d’animo di una società depravata e bestiale, evidenziata anche dalla fotografia di Francis che, con le sue tinte bianche e nere, sottolinea le curvature, i difetti e le ombre della società.

Un film non fraintendibile e che non può essere ignorato. Un manifesto contro l’odio, assolutamente da vedere.         

Sara P.  

© Credit immagini: link + link + link + link

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