Atelier A: l’arte con gli occhi della natura

Siamo nella piazza di Apricale, cuore pulsante di un paesino nell’entroterra imperiese. Vi è una fitta ragnatela di stradine strette che, quasi all’improvviso, lasciano spazio ad una vera e propria terrazza panoramica. Se si è fortunati, il verde smeraldo della vallata si incontra con un cielo di un azzurro che così ce n’è solo in Liguria.

Il Borgo è pieno di vita.

Da anni, d’estate e d’inverno, è la meta di artisti di tutti i tipi e nazionalità. Esiste infatti una realtà, l’Atelier A, che fornisce ospitalità in cambio di arte. Arte vera, da condividere. Di quella rivolta a tutti, trasversale, ma anche fatta di progetti e professionalità. L’Atelier A è uno spazio in cui gli artisti possono venire a passare pochi giorni o settimane, alla ricerca dell’ispirazione, della riflessione, dell’elaborazione e della condivisione.

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Gli artisti dedicano a tutti le loro opere, organizzano corsi, si rivolgono ai bambini della scuola del paese. Regalano, in definitiva, un orizzonte che si proietta ben al di là del mare di fronte e dei monti alle spalle. L’Atelier A infatti ricrea in un antico borgo, legato alle tradizioni rurali, una finestra di innovazione e ricerca. Vuole far vivere la contemporaneità con i piedi ben radicati a terra ma con la testa che spazia e vola lontano.

Roberta Agostini, che insieme a Gabriele Rosso cura e gestisce questa realtà un po’ magica e fuori dal tempo, ci spiega che ormai 11 anni fa l’Atelier Aè (ri)nato con l’obiettivo di fare rete tra le tantissime realtà della vallata e sviluppare cultura attraverso ogni forma d’arte: da quella contemporanea, alla danza e al teatro. È la risposta ad una fortissima esigenza: (far) ragionare e (far) riflettere attraverso arte e natura.

Ma non è facile: qui l’arte ha i colori della ceramica e del legno, ha il profumo dell’erba appena tagliata, ma deve convivere con le difficoltà logistiche, come la lontananza dalla città e le dinamiche di un paesino.

Ci siamo fatti raccontare da Roberta i suoi ‘ciò nonostante’: innanzitutto, ne vale la pena perché dà continuità ad un progetto che è partito negli anni ’70, ed è arrivato a proporre mostre di artisti internazionali, da Chagall a Mirò e Picasso. Poi vale la pena portare avanti questa realtà perché permette di confrontarsi con la contemporaneità, con l’apertura, con il rinnovo delle energie portate dalla ricerca artistica. Infine, ne vale la pena per i bambini, ai quali quasi tutti i progetti sono rivolti: per accompagnarli nell’apertura di nuovi sguardi e competenze.

Per Roberta l’arte è un linguaggio universale, attraverso il quale è possibile mettere in discussione (non solo) la cultura di un paese.

Stefano C.

© Credit immagini: link + link

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