Dalle Ande all’Amazzonia: di autobus sonnolenti e fritture albeggianti

Una cosa bizzarra dell’Ecuador sono i suoi pullman. Dico bizzarra perché non so, forse dopo quasi un mese vissuto nella capitale, senza aver mai approcciato null’altro che non fosse un autobus o un taxi per muovermi all’interno della città, semplicemente le mie aspettative erano diverse. 

I treni? Non esistono. O vai in macchina, e allora puoi anche pensare di percorrere 300 km più o meno con lo stesso tempo di percorrenza italiano, oppure ciaone, non hai nessunissima speranza di metterci meno di una notte per fare 250 km. Sono 9 ore. E per quanto tu possa fissare impallidendo l’inserviente che ti vende il biglietto fingendo di non aver capito lo spagnolo più facile del continente, non c’è niente da fare: 250 km sono dalla sera all’alba di viaggio.

Gli autobus attraversano tutto il Paese e, proprio perché i treni non esistono, anche viaggiando negli orari più impensabili, incontrano il traffico di persone, animali e merci che si spostano da una regione all’altra di questo meraviglioso stato con le sue montagne verdi e i suoi laghi cristallini, con le sue foreste pluviali e i suoi canneti marittimi. Dalle Ande all’Amazzonia, dalla costa alla sierra norte, qualunque tragitto e un’unica certezza più o meno ovunque valida: tutte le strade conducono a Quito. Da ovunque tu parta e ovunque tu sia diretto, non c’è speranza che il tragitto percorribile tagli fuori la capitale ecuadoregna o che un’autostrada non l’attraversi nel suo viaggio da est a ovest, da nord a sud, da un lato all’altro della mappa. E per quelli di voi che sospettano una certa insofferenza da parta mia al riguardo, posso assicurare che anche loro arriverebbero a svilupparla con quasi assoluta certezza se le condizioni per attraversare questo porto metropolitano nel cuore del Paese prescrivessero con rigore matematico la perdita di circa un paio d’ore ogni volta. Quasi che ti brillano gli occhi e ti si riempie il cuore di un’improvvisa benevolenza nei confronti di chiunque ti si pari davanti al sapere che nel tuo prossimo viaggio il pullman non passerà per la capitale.

I bus in ecuador sono simpatici non solo per la scomodità di dover dormire 9 ore per percorrere quello che, se non avessi avuto un ginocchio da poco operato, probabilmente ci avrei impiegato meno a percorrere correndo, ma anche perché sono dei porti di mare. Gente che sale e scende, donne che nel cuore della notte si destano dal loro sonno leggero, raccattano “armi e bagagli” (bambini a carico compresi) e fanno voce all’autista di fermarsi nel mezzo di quello che a me pareva il nulla. Intere famiglie indigene che salgono cariche di merci da portare alla costa, altrettante che fanno ritorno alla sierra con pacchi enormi fatti su stretti stretti nella plastica bianca (chissà tirandosi dietro quali tesori). Qualche mochilero col suo zainone da trekking colorato e il sorriso della prossima avventura stampato in faccia.

Poi fa ridere dove lo aspetti il bus. Ci sono i terminal nelle città, i capolinea da dove partono tutti gli autobus del mondo, ti ci trascini, ti prendi quei 10 minuti per capire come orientarti tra venditori ambulanti e altri che urlano a squarciagola dalla vetrina del loro botteghino, e acquisti un biglietto sperando di aver capito bene quando scendere. Oppure, e qui viene il bello. Oppure mi sono ritrovata ad aspettare un autobus, insieme a una buona decina di persone, in autostrada. Letteralmente dentro l’autostrada, dove in Europa noi ci mettiamo le corsie di emergenza e i paletti con appuntato il numero del chilometro di avanzamento. Lì ci mettono i pendolari in attesa e due baracchini con qualche cibaria (non si sa mai si muoia di fame nell’attesa). Quando un bus approccia, si apre la porta davanti e il co-autista si sporge urlando la direzione del pullman. Se è il tuo ti ci fiondi sperando ci siano ancora abbastanza posti disponibili per te e le altre persone che vedi approcciarvisi. Altrimenti, attendi allerta il prossimo.

Un altro tema è il cibo. A me questo nessuno l’aveva mica detto, a me che anzi di solito ho l’ansia a sgranocchiare due taralli su Trenitalia perché non ho ancora capito se si possa fare o meno. Partendo alle 6 di sera, mi ero portata avanti con una merenda abbondante che mi avrebbe pienata fino all’arrivo l’indomani. Passa mezz’ora e salgono i primi venditori ambulanti: caramelle e qualche schifezzina. “Come nel sud-est asiatico!” penso. Non faccio in tempo a scrollarmi di dosso i ricordi di un altro viaggio andato, che mi rendo conto di non averci capito niente. Il bus si ferma a scadenza regolare per accogliere venditori di empanadas, pan de queso e salchipapa (i nostri wurstel e patatine), che si fanno insieme a noi una ventina di minuti e poi si lasciano mollare giù alla fermata seguente. Una volta nella notte ci fermiamo in un ristorante vero e proprio a bordo strada dove, nonostante siano le 2 del mattino, la cucina fuma e frigge riso, carne, verdure e pesce per chiunque lo desideri. Scendo esterefatta a sgranchirmi le gambe e a osservare muta quella cultura per me marziana. Compro dei panini caldi al formaggio perché mi sento a disagio a essere l’unica che non mangia niente. E poi se ti svegliano nel cuore della notte, la fame ti viene. 

Il resto del viaggio dormo di sasso, mi ridesto alle prime luci dell’alba che il bus si ferma al margine dell’autostrada, come io mi fermerei se mi si fosse bucata una gomma in tangenziale. Spiattello il naso sul vetro e osservo un fiume di persone scendere dal pullman per andare a rifornirsi di empanadas e frittelle dai dieci baracchini a due ruote che fumano a pochi metri sotto di me. E per i troppo pigri, tre donne si inerpicano sulla vettura gridando “Empanaditas y cafè, empanadas calienteeees. Tenga hija, una empanada muy rica”. 

E che fai, te ne privi?

Una notte di viaggio, e già mi sta simpatico questo paese mezzo matto. Queste persone generose e questo chiasso amico. Questi colori non armonici e questa musica latina. Potevo sospettare già allora, guardando il sole della mia prima alba da un bus di linea ecuadoregno addentando la mia empanada intinta nel caffè, che quello sarebbe stato il primo di una lunghissima serie di viaggi alla scoperta di quelle ande magiche e della loro cultura millenaria.

Gaia Bugamelli

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