Come lego dal cielo

In attesa che si concluda la seconda edizione del nostro Contest di Scrittura Creativa, vi riproponiamo il racconto vincitore al Secondo Posto del Contest letterario tenutosi nel marzo 2021.
Buona lettura, e che sia di ispirazione per altri aspiranti scrittori: avete tempo fino al 31 marzo per inviarci il vostro racconto!

Quando Giovanni uscì di casa, venne inondato da una prepotente calura estiva. Lo sbalzo termico con l’interno dell’abitazione fu talmente forte che per un attimo gli sembrò di non respirare più. Sto morendo, pensò. Giovanni aveva sette anni e da quando era nato, il caldo della sua terra lo tormentava, ma come tutti i bambini possedeva ancora il dono salvifico della smemoratezza. Fu per questo motivo che quando il caldo unito al vapore acqueo lo investì, rimase meravigliato da una tale novità.

Terminato il brusco effetto iniziale, Giovanni si rese conto che il suo naso funzionava a dovere e, felice per quella consapevolezza ritrovata, si incamminò lungo il vialetto che da casa sua lo portava alla strada principale. Lo zaino che aveva sulle spalle gli faceva sudare la schiena, provocandogli una certa irritazione. Allora iniziò a muoverlo da una spalla all’altra, senza purtroppo riuscire ad alleviare il fastidio provato. A quel punto, si arrese e abbassò lo sguardo verso il marciapiede, camminando mestamente per raggiungere il piedibus che lo avrebbe condotto a scuola.

A Giovanni non piaceva dover camminare per arrivare all’edificio scolastico. Sarebbe stato più comodo utilizzare una macchina o uno di quei bus silenziosi che vedeva passare regolarmente nel centro della città. Quando chiese ai suoi genitori perché i bambini andassero a scuola a piedi, loro risposero che i bambini dovevano imparare ad avere cura per l’ambiente. E aggiunsero che a causa dell’egoismo delle persone vissute prima di loro, il mondo era malato, arido e troppo caldo. Per questa ragione molte famiglie non possedevano un’automobile e preferivano spostarsi con i mezzi pubblici, e per la stessa ragione i bambini andavano a scuola a piedi.

Immerso in quei pensieri, Giovanni raggiunse il piedibus quasi senza rendersene conto. Quando fu vicino ai suoi compagni di viaggio, ritrovò un po’ di serenità, anche se per pochi istanti. Giulia, una bambina dagli occhi neri e dalla pelle olivastra, si avvicinò seria a Giovanni e gli disse: «Hai sentito? Tra poco le nuvole cadranno». Giovanni strabuzzò gli occhi. Come potevano cadere le nuvole? Guardò il cielo e vide che era sereno.

«Chi te lo ha detto?» chiese spaventato il bambino.

«L’ho sentito dire da mia nonna stamattina. Si può capire dall’aria, senti come è bagnata?».

«Quindi, moriremo tutti? Verremo schiacciati?».

Giulia non rispose. Il ragazzo che guidava i bambini verso la scuola suonò un fischietto, era il segnale che indicava la partenza. Giovanni si posizionò vicino alla bambina che gli aveva dato la triste notizia e cominciò a camminare. Non riusciva a capire come tutto il vicinato potesse apparire così calmo. Vedeva persone adulte che passeggiavano tranquillamente lungo la strada, i proprietari dei pochi negozi di quartiere che alzavano le saracinesche, gli anziani che si riunivano nei bar. A un tratto, Giovanni capì che forse quelle persone erano ignare del destino che attendeva loro. Iniziò a preoccuparsi ancora di più, cosa poteva fare per avvertire tutta quella gente? Quando esternò i propri pensieri a Giulia, i due bambini utilizzarono il tempo del tragitto verso la scuola per inventare possibili metodi di comunicazione dell’imminente disastro.

«Potremmo andare nelle sede della Gazzetta e dirlo ai giornalisti» provò la bambina.

«No, non ci crederebbero. Secondo me, è meglio creare un mega-megafono e urlarlo a tutta la città!» disse Giovanni.

«Assolutamente no, così lo saprebbero solo gli abitanti di questa città, a tutte le altre non pensi? Dobbiamo fare in modo che tutto il mondo lo sappia!» affermò Giulia.

I due bambini stavano ancora elaborando teorie, quando il ragazzo a capo del piedibus suonò il fischietto. Era il segnale che indicava l’arrivo a scuola. Tutti i bambini ruppero la fila e iniziarono a correre verso l’edificio grigio, passando attraverso il cortile abbrustolito dal sole. Tutti tranne Giovanni e Giulia che sentivano il peso del mondo sulle proprie spalle. Loro, a differenza degli altri, si incamminarono lentamente verso l’aula.

Uno volta sistemati nei rispettivi banchi, accesero i tablet. Che peccato che le maestre non permettessero l’utilizzo di internet durante la lezione, sarebbe stato facilissimo trovare spiegazioni sull’apocalisse imminente.

Quando la maestra iniziò a parlare, Giovanni sentì in lontananza un forte rumore, come quando faceva cadere a terra la sua riserva di Lego. Dovevano essere davvero tanti Lego che cadevano dal cielo.

Giulia, posizionata due banchi più avanti, lo guardò terrorizzata.

La lezione proseguì normalmente, come se nulla stesse succedendo, intervallata ogni tanto dal rumore di Lego che cadevano a terra.

Fu solo alla fine della mattinata, che Giovanni trovò il coraggio di fare la fatidica domanda: «Maestra, come fanno a cadere le nuvole?». Tutti i bambini lo guardarono esterrefatti. Poteva leggere nei loro volti l’incredulità e lo spavento. La maestra sorrise e diede loro il permesso di alzarsi. Li condusse in corridoio e poi ancora verso l’uscita.

«Aspettate bambini!» urlò. Sparì per qualche minuto dalla loro vista e ne riemerse con dei tubi che consegnò loro. Giovanni rimase interdetto, poi la sua smemoratezza di bambino ricordò all’improvviso come funzionasse quell’oggetto. Era un ombrello! I suoi genitori gliene avevano regalato uno qualche mese prima, dicendogli che avrebbe dovuto essere felice di usarlo perché la pioggia faceva crescere le piante e le piante davano ricchezza alla terra.

Quando i bambini uscirono, le nuvole stavano davvero cadendo, ma erano accolte da una grande festa, non da paura. Rincuorati dalla felicità del momento, anche Giulia e Giovanni si lasciarono andare e iniziarono a rincorrersi tra le pozzanghere.

«Hai visto, Giulia?» gridò il bambino per farsi udire. «Il mondo non finirà oggi!».

All’indomani mattina, quando il ragazzo del piedibus suonò per la seconda volta il fischietto, ad aspettare i bambini davanti alla scuola vi erano tante piccole margherite.

Cristina Marchiani

"Nella vita, lavoro in banca e combatto contro l'inesorabile arrivo dei trent'anni. Mentro lo faccio, per svagarmi, vado in bici e invento, leggo e guardo storie"
«Nella vita, lavoro in banca e combatto contro l’inesorabile arrivo dei trent’anni. Mentro lo faccio, per svagarmi, vado in bici e invento, leggo e guardo storie

© Credit immagini: Courtesy Silvia Rossini

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