Un mondo così

Leo le parole se le allinea in testa. Quando sono troppe per essere buttate giù. Scorrono così in fila. Una dietro all’altra. Un ordine tutto loro seguono: fanno a gara per chi debba mettersi prima. In quella fila indiana che si crea nella parte superiore, sopra alla fronte. 
C’è quella che fa da capofila, che dirige il gruppo e così se ne vanno tutte belle ben disposte e ordinate, verso quella nuvola di pensieri che si ingarbuglia lassù, da qualche parte. In un posto non ancora ben definito: probabilmente vicino a quell’etere, dove le idee dovrebbero risiedere.
La chiudi-fila le tiene tutte a bada. Richiama quelle che rimangono indietro e spintona un po’ quelle che non ce la fanno più. Ogni tanto c’è pure qualche salita da fare ed è sempre un gran casino: c’è da decidere quando fermarsi, quando ripartire, verso dove girare. 

Ognuno vuole dire la sua lì dentro e l’unico a cui non viene chiesto manco un parere è Leo. Che se ne sta lì con la testa che scoppia e gli occhi che gli iniziano a bruciare. Si gratta la testa, arriccia il naso e crucia la fronte. Gli occhialetti tondi con le lenti sporche scivolano giù e deve ritirarli su con cura, facendo attenzione a non lasciarsi stampate delle pesanti ditate. Poi prende un respiro profondo, chiude gli occhi, li stringe forte e si concentra ancora. 
Può capitare che si concentri così forte da vedere tutto nero e poi di colpo – boom – i colori. è una delle magie che ha scoperto da piccolo, un po’ come quando avevano scoperto il fuoco, lui ha scoperto i colori. E quando vuole fuggire da tutto, gli bastava sforzarsi un po’ di più: appare prima quel black-out e poi di colpo si crea qualche macchia. Luci al neon. Un flash. E infine qualche chiazza di colori diversi. A seconda dell’intensità della forza con cui coordina questa operazione, si creano diverse variazioni di rosso. Blu. Come il mare. Arancione. Come quel sole al tramonto che s’era visto con Isabel. Distesi quella volta sulla sabbia della Maremma

Non era difficile: una volta che avevi capito il meccanismo potevi disegnarti in testa le forme più strane. «Un po’ come fai con le nuvole, no? Ne vedi una, t’immagini a cosa possa assomigliare e poi ci vedi un mondo». Lui il suo mondo se lo vede proprio, e se l’è pure costruito. Il suo di mondo. Mappe in cielo. Fondamenta di mielina. Giochi di luce. Linee di colori più o meno intensi. E in mezzo ci infila le parole. Che durante quel cammino già duro di per sé, si trovano circondate dalla meraviglia. Attorno a loro le luci della discoteca. Danzano pure se pare loro. Si prendono per mano, le buttano in aria e lasciano andare la stanchezza della salita e le discussioni per la scelta della strada da percorrere. Battono forte i piedi per terra e a volte si schiariscono un po’ e si mischiano a quei colori, tanto che Leo fa pure fatica a riconoscerle. 

E può succedere pure che debba ricominciare da capo. Che qualcuna se la perde per strada. Ci sono parole ribelli, un po’ rivoluzionarie. Ci sono parole che decidono che il capitano non lo seguono proprio più: che faranno di testa loro. «Perché va bene venirti dietro, ma se mi fai fare avanti e indietro non ti seguo più». E così si fermano. Si mettono a gambe incrociate e si lasciano cullare dalle onde del blu – che Leo continua a proiettarsi – in quello spazio appena sopra alle sopracciglia. E poi ci sono quelle che decidono di distendersi proprio. Il verde le accoglie dolcemente e c’è uno spettacolo meraviglioso da godersi da lassù. Le lucine più piccole si mischiano al blu più intenso. E capita pure che stringendo di più gli occhi si creino delle linee rapide, che viaggiano veloci, si dissolvono così come sono apparse

I colori più caldi si avvicinano tutti, assiepati più che possono, si riscaldano al solo contatto, al più piccolo avvicinamento. E ‘sto spettacolo non potevi fare altro che ammirarlo.
Era un mondo così. 
In ogni sua sfumatura. In ogni suo verso.

Federica Mangano

© Credit immagini: Courtesy Mishel Mantilla

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