Che fine hanno fatto i matti? L’esempio di Fondazione Lighea.

Che fine hanno fatto i matti?

Sono passati più di quarant’anni dalla mitica legge 180, passata alla storia con il nome di Franco Basaglia, che il 13 maggio 1978 dispose la chiusura delle strutture manicomiali. Ad oggi, in pochi sanno quali sono state le alternative all’isolamento e al contenimento sociale. Fondazione Lighea ne è un esempio virtuoso.

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Nasce a Milano nel 1984 dalle intuizioni e dall’impegno del tuttora responsabile scientifico Gianpietro Savuto. Lighea, che prende il nome da un racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si occupa della cura e del reinserimento sociale di persone con disagio psichico e fornisce assistenza psicologica ai pazienti e alle loro famiglie.

La Fondazione conta tre comunità urbane, un centro diurno e dieci appartamenti assistiti, per un totale di circa ottanta pazienti. La scommessa è stata portare i matti ‘dentro le mura’ della città, all’interno del tessuto sociale, e assisterli in ottica riabilitativa, ovvero nel tentativo di renderli adulti e indipendenti. Per questo le comunità cercano di svolgere una funzione ‘paterna’ come emerge dal libro Padre quotidiano di Charmet e Savuto, edito da Bollati Boringhieri. La psicosi infatti spesso si associa a un ritiro interiore, verso il quale un approccio accuditivo non fa altro che colludere con il problema. La cura consiste invece in un invito alla responsabilità, nei limiti delle specificità e delle risorse di ognuno. La chiave per uscire dalla prigione della paura è l’accettazione della propria parte folle.

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Il tutto avviene in un clima culturalmente vivace, tra laboratori di teatro, disegno e scrittura, sport ed eventi di vario genere. L’aiuto farmacologico spesso è necessario, ma al centro ci sono le sedute psicologiche, il contatto con gli operatori e la gestione dei conflitti quotidiani.

Oggi, realtà come Lighea corrono grandi rischi a fronte di nuove ipotesi di riqualificazione del piano regionale di salute mentale. La questione sembra essenzialmente politica. Anziché cercare di adeguarsi alla Lombardia infatti, tra i fiori all’occhiello del sistema sanitario nazionale, parrebbe più semplice riportarla indietro agli standard comuni. Per questo è necessario l’impegno e la voce di tutti.

Giuseppe L.

© Credit immagini: link + link

 

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