Per rompere il ghiaccio ci affidiamo alle foto. Tra le migliaia scattate, in cui la varietà dei paesaggi rende bene l’idea dei chilometri percorsi dalla fidata Seicento (che, per inciso, è arrivata alla meta con all’attivo un’unica gomma bucata), ve ne sono alcune che attirano lo sguardo più di altre. Si tratta di quelle in cui in primo piano non ci sono spettacolari maioliche persiane, strade dai mille tornanti del Kirzighistan o distese verdi smeraldo della Mongolia, ma ‘solo’ persone.

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Appena possibile infatti, i nostri Canestrally non rimangono sulla strada ma entrano nelle case, yurte, parchi e feste, per capire meglio e socializzare. È stato incredibilmente facile. È bastato accostarsi per le vie dell’Iran come del Turkmenistan e subito qualcuno si è avvicinato incuriosito offrendo aiuto, ospitalità, avendo sete dei loro racconti: un clima unico dove la barriera linguistica è ampiamente superata. Nell’atmosfera solo voglia di capire e raccontarsi reciprocamente.

Per queste ragioni chi non si accontenta degli scorci mozzafiato deve sentire le storie dei loro incontri.

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Un viaggio del genere regala, ad esempio, l’amicizia di Milad, infermiere iraniano che fra poco inizierà il servizio militare obbligatorio o di Alì, cicerone improvvisato tra gli scorci e i mercati di Teheran. C’è Max, francese in vespa che, al momento più opportuno, nei pressi delle dogane più caotiche o in mezzo alla steppa, compare come per magia o il pastore kirghiso, con il viso segnato dalla fatica ma capace di insegnare convivialità: come quando durante una cena ci racconta, indicando con orgoglio, di cose e persone che lo circondano o come quando di notte, al freddo, cede ai nostri la ‘yurta da letto’ andando a dormire nella yurta-cucina con tutta la sua famiglia. C’è anche Michelle, australiana tutto pepe innamorata della Storia e del deserto. E infine gli altri team con cui, nella seconda parte del viaggio, Riccardo e Lorenzo condividono strada e avventure.

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Questo Mongol Rally, in definitiva, è la storia di una grande e complessa sorpresa. Della differenza tra l’aspettativa e la realtà dell’Iran. Della magnificenza del panorama che fa sentire piccoli. Dell’ospitalità, mai chiesta, sempre ricevuta. Dell’irrilevanza della barriera linguistica e quindi dell’importanza data ai volti e alle cose. Della gioia che può suscitare una partitella di calcio con i bimbi che scalzi corrono come forsennati e dell’emozione trasmessa cantando insieme ad una famiglia di pastori Kazaki la canzone del sole, provando poi ad accompagnarli nella loro ballata tradizionale.

Non c’è la ‘nostalgia da fine estate’ o del ‘vorrei essere ancora lì’. Si percepisce solo la voglia di metabolizzare l’infinità di stimoli e capire come farne tesoro. Come cambiare insomma. Perché, come recita il motto del Mongol Rally, se niente andrà storto, tutto allora sarà andato storto.

Stefano C.

© Credit immagini: courtesy di Lorenzo e Riccordo + link

 

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