Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio (daimon) che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse al destino da lei scelto. E il daimon guidava l’anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto e ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l’anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino […] (Platone, Repubblica, X, 620 d-e).

In lingua italiana l’antico termine greco δαιμόν acquista un ampio significato: dalla semplice e immediata traduzione in ‘potenza divina’, a significati con un’accezione più umana, come quello di ‘destino’.

In ogni scritto e in ogni riflessione, esso pare una connessione tra il divino e l’umano, tra gli Dei e gli uomini, un rimasuglio scintillante e potente che abita in ciascuno di noi e al quale dobbiamo dare ascolto, perché è in lui che risiede il nostro destino.

Per tentare di capire ancor meglio il daimon, bisogna uscire dalla pace dell’Acropoli di Atene e lasciare le riflessioni di Eraclito, Socrate o Platone per arrivare al caos incontrollato della Grande Mela. E in meno di cinque secondi, e gratis. Ma che ve lo dico a fare: il fascino della scrittura e della lettura.

È James Hillman (1926-2011), psicoanalista, saggista e filosofo statunitense, a essersi ri-occupato (preoccupato?), di scrivere un romanzo che raccontasse il daimon, in modo tale che non andasse dimenticato dai giovani che ora, più che mai, sembra abbiano bisogno di ricordarlo. Il romanzo è Il codice dell’anima e l’autore si ripropone di decifrare proprio questo, il codice dell’anima di ciascun individuo sulla terra. Hillman, tramite il suo romanzo, tenta di fornire una nuova chiave di lettura per ogni individuo, passando in rassegna racconti biografici delle persone più svariate (anche celeberrime) e che, in linea con il pensiero di fondo del libro, nella vita hanno saputo cogliere il loro daimon, entrarci in contatto e condurre esistenze felici e gratificanti.

L’autore racconta vite esemplari, ma prima di queste, racconta il daimon e tenta di spiegarlo con la teoria della ghianda, che paragona l’essere umano alla quercia, albero unico nel suo genere. Questa teoria parte dal presupposto che ognuno di noi possieda un qualche talento innato, un’unicità, che giace silenziosa in attesa di essere scoperta, o meglio ri-scoperta. Prima della nascita siamo a contatto con il nostro daimon che, nascendo, dimentichiamo. Allora, il nostro compito è ritrovarlo, o riuscire a coglierne la presenza nella vita di ogni giorno. Si manifesta dall’infanzia, mascherandosi in comportamenti, in quello che amiamo fare, nei giochi ai quali ci dedichiamo di più. Ecco, allora noi siamo come le querce. Nasciamo con un’unicità che merita di essere vissuta, ma spesso ce ne dimentichiamo e, nel momento in cui viene dimenticato, il daimon soffre e spinge con prepotenza per essere vissuto.

Solo quando accoglieremo la nostra essenza, sia questa contraria a ciò che gli altri ci comandano o ci chiedono di essere, solo allora saremo felici, saremo realizzati, avremo ascoltato il nostro daimon. Come sostiene Jung, infatti: «In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo e, se non la realizziamo, la vita è sprecata».

Nell’attesa di capire qualcosa di questa vita, potremmo leggere il libro. Che non è una brutta idea.

Il codice dell’anima, edito da Adelphi è disponibile per i lettori del PoloPositivo presso la libreria Il trittico in via San Vittore, 3.

Sara P.

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