«Tutto ciò di cui hai bisogno è già intorno a te». Ma dove? Non riesco a vederlo. Allora, trascorro le giornate a rincorrere una tesi e l’esame perfetto senza accorgermi dell’aria che mi entra nei polmoni ogni mattina, senza notare che le foglie che coloravano di giallo i rami settimana scorsa ora sono cadute, pronte a nutrire quella terra che custodisce le radici dell’imponente albero. Mi affanno, mi spavento, piango, dispero, cerco distrazione e conforto, sembra che non basti mai niente. L’aria odora di montagna oggi, ma già la testa parte sull’ennesimo piatto da lavare, l’ennesima commissione da portare a termine.

Il sonno non basta, le mezz’ore devono essere messe a frutto. «Tutto ciò di cui hai bisogno è già intorno a te». Sembra una frase pronunciata da un essere illuminato, un santo, un eroe, un beato sospeso in qualche realtà ultraterrena. Invece, esce dalla bocca di un Uomo che si mette a nudo e ci racconta la storia di un dolore. È la storia di chi si è cercato molto a lungo, troppo a lungo, pensando di non meritare il calore di un abbraccio, e ancora lotta per accettare l’amore che riceve. È la storia di un nemico che ti invade senza chiedere il permesso, senza sapere di che colore hai i capelli o che gusto di gelato preferisci, se ci sono persone che ami e da cui sei amato, se tifi Milan o Inter, se ami il mare o la montagna, se hai ancora tante cose da spuntare nella lista dei desideri. Questa storia suscita commozione e dispiacere in tutti gli ascoltatori, ma non in chi la racconta. Perché questo Uomo, che ci colpisce nella sua umile franchezza, nella sua semplice e sconvolgente tranquillità, non ha usato il proprio strazio per accusare qualcuno, per autocommiserarsi, per arenarsi, ma ne ha fatto la chiave di lettura della vita.

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Cos’è la sofferenza? È la cifra di tutta l’umanità. Siamo tutti uguali di fronte al dolore: alti, magri, affamati, con lo stomaco chiuso, col cuore spezzato, al freddo e davanti un camino, in silenzio e in una stanza affollata, da soli, attaccati e abbracciati, abbandonati, ricchi e poveri, buoni e cattivi, io e te, tutti. È il dolore che ci spinge a cercarci l’un l’altro, che ci permette di toccarci per davvero. Cosa si può fare di un’apparente sconfitta, di una ferita così profonda? Non si tratta di trascorrere le ore a sperare che le cose migliorino o di maledire l’esistenza quando queste peggiorano. Non c’è bisogno di fare pietà, non c’è ragione di giudicare le noie apparentemente meno consistenti di un amico. «Io sono qui, non sto facendo nulla di speciale, mi sto limitando a vivere. Ed essere qui con voi ha un valore». Allora, mi chiedo: cosa posso aver dato io, sciocca e piccola, a una mente così aperta e a un cuore così forte, nonostante tutto? Come rendere onore a un uomo che parla di fronte a sua moglie dell’infinità di un attimo? Quell’attimo assume sapore e bellezza proprio perché potrebbe sempre essere l’ultimo e racchiude il senso di una vita intera. Allora, va bene rincorrere la laurea, ma forse una chiacchierata alle macchinette può illuminare la strada verso l’obiettivo.

Vivere, vivere a tutti i costi, essere grati del corpo che abitiamo, del pavimento che calpestiamo, delle luci di Natale, di una parola di conforto… questo è tutto ciò che ci resta. In fondo a una brutta giornata, alla fine di una litigata, dopo l’ultima riga di una diagnosi di cancro, l’unica cosa che può salvarci da noi stessi è il fatto di essere programmati per un unico grande scopo: vivere. In vacanza al mare o su una poltrona ad aspettare, in una corsa al mattino o in un pianto gelido. Con la gioia e con la paura di non avere abbastanza, o, peggio, di non essere abbastanza. Forse ho capito, forse è l’ultima volta che potrò guardare quel sorriso calmo, ma va bene così. Forse accettare il nostro destino è il più valoroso atto di coraggio che si possa fare. Certi incontri cambiano la vita, ne sono certa.

Respiro.

Marta P.

© Credit immagini: Marta P.