Fuga di cervelli? Non la chiamerei così. È un’esperienza, un viaggio con una meta e un ritorno. Andare via per sperimentare, vedere, confrontarsi, condividere. Tornare.

Partire non è facile. «L’Erasmus è una figata». Sì, vero, ma non sempre e non all’inizio: ci sono momenti di smarrimento e malinconia e forse è questo ciò che lo rende un’esperienza unica e irripetibile. Da soli si impara a gestire sfide in un posto con lingua e cultura quasi sconosciute. Ci si confronta con persone di nazionalità diverse, ma soprattutto ci si confronta con se stessi.

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Nessuno ci conosce, si potrebbe giocare a mascherarsi – un chitarrista, una ballerina, un cabarettista. Alla fine si sceglie di essere se stessi, di smascherarsi. Si scoprono passioni, competenze, abilità e ci si confronta coi punti di debolezza, accettandoli e capendo che alla fine non sono così tremendi, fanno parte di noi. Stare in un posto nuovo per un periodo di tempo cambia, interiormente, si cresce.

È come una terapia d’urto in cui non solo ci si confronta con se stessi, ma anche con (attraverso?) gli altri. Si scoprono realtà e storie di vita che danno una visione del mondo più ampia di quella che troviamo nelle enciclopedie o al telegiornale. Si creano legami fortissimi che, anche se sembrano dissolversi dopo pochi mesi, rimarranno per sempre. Di più, serviranno da motivazione per rimboccarsi le maniche, viaggiare e ritrovarsi.

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Allora non è un fuga di cervelli, sono cervelli che partono per ricaricarsi di una nuova energia e ritornare più funzionanti e stimolati di prima. Si ripartirà, una volta, un’altra e poi un’altra ancora.

Alcuni dicono sia come una droga, quando inizi non smetti più. Io invece credo che prima o poi si smetta. Si ritorna a casa più leggeri e motivati di prima, pronti a costruire qualcosa e a mettere in atto quello che si è imparato viaggiando. Così, almeno, mi piace sperare.

Anna V.

© Credit immagini: Rachele Sforza