Storia di una cipolla rifiutata

Disposti sul piatto giallo di plastica, quello coi pesciolini, quella sera c’erano: due bastoncini di pesce sul bordo destro, una montagnetta di purée in pieno centro e, a sinistra, belli compatti, un paio di fagiolini in salsa di pomodoro, quelli che la mamma fa di venerdì, quando il frigo offre quei pochi ingredienti che in settimana non vengono scelti. Mila, 6 anni, caschetto corto, passo sicuro e fiero della gonna verde che aveva scelto per finire la settimana, andò dritta alla sua sedia e con aria interrogativa scrutò il piatto e chiese: <non ci sono le cipolle, vero?>.  

Da quando aveva compiuto 5 anni, Mila si era messa in testa che lei le cipolle non le mangiava. Punto. Ogni tentativo di convincerla a mangiarle era inutile. La mamma aveva provato a tritarle piccole piccole nel sugo, ma Mila se n’era accorta e aveva deciso di rinunciare alla pasta il sugo, pur di non correre il rischio di dover scartare i pezzettini di cipolla dal piatto. Il papà aveva provato a farci degli anelli fritti, facendoli passare per calamari, quelli che Mila adora, ma proprio per questo lei se n’era accorta e aveva espresso la sua rabbia per la menzogna con un pianto che era durato un’eternità.

Da allora i genitori di Mila avevano smesso di provarci e si erano detti che ci avrebbero riprovato tra qualche mese, e qualche mese si era trasformato in un anno. 

Quella sera, seduta di fronte al piatto, con le braccia conserte e le sopracciglia aggrottate, Mila stava per cominciare a esporre le sue lamentele, quando venne interrotta dalla voce stanca e spazientita della mamma che, dal bancone della cucina, le disse: 

<Mila, questa sera non è serata. Nel tuo piatto ci sono due, dico due pezzi di cipolla, perché li ho contati, e sei pregata di mangiare tutto senza fare storie. E che non ti venga in mente di fare scenate come l’ultima volta perché questa sera proprio non è serata. Che poi, ci pensi almeno al percorso che questa povera cipolla ha dovuto fare per arrivare fino al tuo piatto? Dimmi, ci hai mai pensato alla fatica di quel piccolo bulbo che cresce sotto la terra, con le foglie che cercano di catturare la luce del sole per alimentarlo? E al lavoro del contadino, che se ne è preso cura per chissà quanti mesi, a questo ci hai pensato? E al percorso che quella cipolla ha fatto, chissà con quante altre cipolle, per arrivare fino al mercato dove noi la compriamo? No, ma dico, l’unica cosa che questa cipolla vorrebbe è diventare nutrimento per gli esseri umani, e invece deve vedere piangere chi la taglia e pure chi la rifiuta senza neanche assaggiarla? Ci pensi a tutto questo Mila?> disse seccata. 

Ma il silenzio aveva invaso la stanza e solo il battito del cuore di Mila emetteva il suono di mille cavalli che correvano all’impazzata. Gli occhi di Mila, poi, erano diventati due pozzi, dai quali litri e litri di acqua erano pronti a sgorgare, come dighe di disperazione che si aprono per non aver mai pensato alla vita di quella cipolla che ora se ne stava inerme di fronte al piatto. In un pianto disperato, ora Mila provava tristezza per la storia di quella cipolla e di tutte le cipolle che nell’ultimo anno aveva rifiutato. 

La mamma allora le si avvicinò, la prese in braccio e le disse che poteva anche non mangiare le cipolle. Ma Mila, tra le lacrime, cercava di farle capire che non piangeva perché non voleva mangiarle, ma perché non aveva mai capito l’importanza della vita delle cipolle che lei tanto odiava. Asciugando le lacrime della figlia, la mamma decise allora di rinarrare insieme la storia di quella cipolla, di disegnarla sui fogli belli, quelli che di solito si usavano per i compleanni, e di appendere la storia della cipolla sul frigo, così da non dimenticarsi dell’importanza della storia raccontata. Da quel giorno Mila riempì il frigo di tantissime storie, dalla storia della cipolla, alla storia del broccolo, dalla storia delle carote a quella delle tante verdure che di solito non mangiava, ma che ora, per amore di quello che le verdure stesse vivevano, le rispettava. L’unica cosa che non disegnò mai furono i funghi. Ma a scuola le dissero che i funghi non erano verdure e questo bastò a convincerla per sempre che poteva non mangiarli. 

Mishel Mantilla

Foto: https://pixabay.com/images/id-3540502/

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