Una storia

Girandosi nel letto, con la voce assonnata, Maria chiese:«Mi racconti una storia?».

Una storia. 

Leda era esausta. La sua giornata le era sembrata ancora più infinita di quelle passate, già molto difficili. Il suo volto era gonfio di stanchezza. I suoi occhi, vuoti di speranza. 
Leda non aveva più le forze di reggersi neanche in piedi, eppure, tra i mattoni che le si posavano su ogni parte del corpo, provava a cercare dentro di sé un po’ di immaginazione. 

Una storia. 

Leda avrebbe voluto solo sprofondare nello stato di riposo e abbandonarsi al richiamo del dio del sonno. Ma Maria, sfiorandole la mano nel buio, le aveva chiesto di raccontarle una storia, come spesso faceva quando l’insonnia la costringeva a rimanere mondo dei non-dormienti. 

Due opposti si erano incontrati, una mattina freddissima di febbraio.

Maria tornava da una passeggiata notturna, nel tentativo di stancare il suo corpo, i suoi pensieri, e convincersi ad addormentarsi, almeno per qualche ora. Leda, invece, si accingeva a iniziare il suo turno in ospedale. Leda riconobbe negli occhi di Maria una specie di invincibilità, e Maria riconobbe nel sorriso di Leda una sorta di tregua, di pace. Da allora si erano viste per qualche colazione mattutina, dopo il risveglio dell’una e il quasi sperato addormentarsi dell’altra. Nel giro di poco tempo, ogni istante libero venne riempito dal loro stare insieme, finché fu ovvio che vivere sotto lo stesso tetto fosse la scelta più spontanea, naturale, razionale e amorevole da fare. 

Leda aveva provato a curare in tutti i modi gli episodi di insonnia di Maria. E Maria aveva ricoperto il ruolo della paziente perfetta. Ma entrambe avevano capito che non c’era molto da fare. Così, una sera, Leda aveva deciso, un po’ per gioco, di provare a raccontare una storia a Maria, una storia completamente inventata. Leda aveva cominciato a mettere insieme personaggi della sua infanzia, luoghi della sua vita, ma anche luoghi immaginari, fantasiosi. Le azioni dei personaggi si susseguivano senza un vero ordine cronologico, e il racconto era legato da un sottile filo di incanto e dolcezza, che aveva reso la storia l’antidoto perfetto contro l’insonnia. 
Con sorpresa di entrambe, Maria non era riuscita ad arrivare al finale della storia. Maria si era addormentata. 

Anni dopo, anche se l’insonnia di Maria tornava a visitarla con meno frequenza, nel buio della notte il gioco della storia proseguiva. Leda aveva la possibilità di liberare la sua immaginazione, di costruire mondi paralleli, di inventare dettagli che nella vita reale non si sarebbe immaginata. In qualche modo, nel raccontare, Leda cuciva su se stessa immagini che scacciavano i pesi della quotidianità, mentre Maria aveva l’onore di essere partecipe di questo processo di scoperta e creazione. Il gioco piaceva a entrambe. 

Ma quella sera, quando Leda andò ad attingere dal pozzo dell’immaginazione qualche personaggio a cui aveva già pensato la volta precedente e cominciò a raccontare a Maria una storia di alberi incantati e di avventure affascinanti, Maria decise di interromperla e dolcemente le disse: «Da qui continuo io». 

Non si scoprì mai se Maria avesse deciso di invertire i ruoli per volontà di accompagnare la sua amata verso il regno dei sogni, o per desiderio di diventare l’autrice di una storia che aspettava, da tempo, di essere narrata. Sta di fatto che da quella notte entrambe furono autrici e ascoltatrici di storie che s’intrecciavano, di eventi che tornavano, di personaggi che si interscambiavano, e in qualche rara occasione, di sogni e speranze che venivano invocate, timidamente, prima di sprofondare nel sonno. 

Mishel Mantilla

© Credit immagini: link

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