Nel suo libro La mia Africa, Karen Blixen scrive «I bianchi di solito cercano in tutti i modi di proteggersi dall’ignoto e dagli assalti del fato. L’indigeno, invece, considera il destino un amico, perché è nelle sue mani da sempre; per lui, in un certo senso è la sua casa». La Blixen mi aveva preparata all’incontro con le tribù, la natura e con la cultura africana ma, fortunatamente, la realtà è sempre più sorprendente rispetto alla narrazione poetica.

Come la Blixen, sono stata in Kenya e ci sono rimasta un mese e mezzo nella mission delle Piccole Suore Missionarie della Carità. Le sisters africane mi hanno introdotta in breve tempo alla vita del villaggio con il loro calore e soprattutto con i loro canti. La musica è parte integrante della realtà locale. Attraverso il canto e il ballo viene espressa l’interiorità e il loro corpo manifesta ciò che invece con le parole risulterebbe riduttivo. Questo affascinante aspetto della vita africana mi ha sin da subito coinvolta.


Le giornate erano costituite da lavori pratici: tutt’altro rispetto a quello che la nostra cultura occidentale – alle volte un po’ troppo intellettuale – ci impone. Ho imparato a lavare con i secchi – per via della mancanza d’acqua – a cucinare, nonostante la mia ‘italianità’, a coltivare la terra, a sconfiggere i ragni, a fare interventi medici su dei parassiti, i temuti
jiggars, a costruire case e soprattutto ad amare i bambini.

Anche in questo caso l’Africa si distingue dall’Europa: le strade sono piene di bimbi allegri che saltano, corrono e ti salutano entusiasti. Una delle cause del mio interminabile mal d’Africa è proprio questa: l’affetto che ho ricevuto dai miei piccoli. Sono tante le storie di vita che ho avuto la possibilità di ascoltare. La maggior parte delle quali, però, caratterizzata da sofferenza, povertà e miseria.

 

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Le mie adorate bambine, soprannominate le twins, per esempio, hanno perso il papà a causa di una malattia e la mamma è scappata lasciando soli sette fratelli con due sorelline di un anno. Una tra le tante realtà tragiche. Fortunatamente però, il dramma non ha mai l’ultima parola: i fratelli sono stati accuditi, curati dalla malnutrizione e dai vermi allo stomaco e riportati alla serenità, inviolabile diritto un bambino, dalle sisters, eroiche paladine della giustizia.  I fratelli sono tornati a sorridere, a giocare e a fare i dispetti.

Non è tutto però. Questa famiglia, senza genitori e senza una casa, è stata capace di curare il mio cuore. I loro sorrisi, i loro abbracci, i loro canti e i loro «I love you» hanno portato a credere che a tutti è data la possibilità di un lieto fine, pure per noi – freddi – occidentali.

Camilla C.

© Credit immagini: link

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