Caro Vicedirettore,

Ho letto il suo caffé del 22 Giugno sul Corriere della Sera.
Ho 22 anni, sono uno studente universitario di Psicologia: nel pieno dell’età dell’ansia direbbe lei. Potrei consolarmi pensando ‘almeno qualcuno mi capisce’. Ma a cosa serve essere consolati se non si propone un’alternativa?

E’ vero, ereditiamo dalla vostra generazione un mondo molto provato: crisi ambientale, disuguaglianze insostenibili, povertà, migrazioni di massa e allarmi continui che ci dicono di cambiare direzione.

Noi ci stiamo provando, c’è molta energia in azione e basta sforzarsi un po’ per vedere i primi cambiamenti nella società, nella medicina, nella psicologia e nell’economia: l’umanesimo riacquista vigore, ci sono tanti esempi di cooperazione, di economia circolare, di attivismo culturale, sociale e ambientale.

Allora quello che la sua generazione ci può offrire è la fiducia: presenza e valorizzazione del nuovo che emerge. Non certo la proiezione della vostra ansia, del vostro senso di colpa su di noi né il rimpianto per il mito di una sicurezza illusoria.

L’ansia è dappertutto e non certo solo fra i giovani: non la vede ad esempio nella strategia di comunicazione dei media?

Se perciò ci vuole dare una mano – e non scoraggiarci – ascolti e rilegga The times they are a changin’ di Bob Dylan e ripensi a quando la ascoltava tanti anni fa.

I cambiamenti passano attraverso una crisi. E’ in quel momento che bisogna scegliere da che parte stare: piangersi addosso oppure vedere una luce in fondo al tunnel e mostrarla nel riflesso dei nostri occhi a chi ci circonda e non riesce a guardarla.

Con stima

Giuseppe

© Credit immagini: Giuseppe Lorenzetti.