È il 1° maggio 1967 e sulla RAI viene trasmesso l’ultimo episodio del programma televisivo Diamoci del tu. I due conduttori, Giorgio Gaber e Caterina Caselli, stanno portando avanti un discutibile sketch comico domandandosi a vicenda chi dei loro colleghi butterebbero giù dalla torre. A un tratto alla sinistra del teleschermo appare un personaggio per l’epoca strano, con occhiali da sole e barba incolta, che in tono lapidario e con un marcato accento siciliano enuncia: “siete degli ipocriti”.
“Ma insomma si può sapere che cosa vuoi tu?” lo incalza Gaber. “Che cosa voglio?”, risponde, “sbattervi giù dalla torre”, per poi iniziare a cantare, come nulla fosse, un brano intitolato proprio La torre, in cui racconta di come, per allontanarsi dall’ipocrisia e le falsità della gente, vorrebbe alzare le mura e tenere tutti al di fuori.
Quell’uomo, ovviamente, era un poco più che ventenne Battiato, in quell’occasione presentato con il suo vero nome, Francesco, ma che, su suggerimento dello stesso Gaber (si sa, il genio riconosce il genio), per non confondersi con un cantante omonimo apparso anch’egli nello stesso episodio della trasmissione, un certo Guccini, da lì in poi sarà per tutti Franco.
Circa 15 anni dopo, Battiato riprenderà in mano il testo de La torre, trasformandolo nella versione nota e rendendo il testo ancora più sferzante e spietato.
Ma a ripensarci, quel siete degli ipocriti, era un biglietto da visita che avrebbe accompagnato più di cinquant’anni di carriera.
I successivi 10 anni sono all’insegna delle sperimentazioni e dell’avanguardia. Musica che, forse, sarebbe considerata ardita perfino oggi, figurarsi alle orecchie del pubblico italiano degli anni ‘70, abituato a ben altre sonorità.
Tra il 1979 e il 1980 pubblica però due dischi, L’era del cinghiale bianco e Patriots, che, pur mantenendo uno stile inconfondibilmente colto e ricco di citazioni letterarie, musicali ed esoteriche, strizzano l’occhio a sonorità più contemporanee, portando di conseguenza un successo commerciale non indifferente.
La consacrazione arriva però nel 1981: a febbraio la cantautrice Alice, vince il Festival di Sanremo con il brano Per Elisa, scritto in collaborazione proprio con Battiato.
Il testo della canzone, in antitesi con l’omonimo brano di Beethoven, racconta di un amore tossico, che in molti hanno letto come allegoria della dipendenza da eroina, a testimoniare la grande stratificazioni e diverse chiavi di lettura con cui il cantautore siciliano riusciva a riempire i suoi brani.
Nel settembre successivo, invece, esce l’album La voce del padrone, capace di vendere oltre un milione di copie e che ancora oggi rappresenta uno dei lavori più impattanti e significativi di Battiato.
Il disco è un compendio di tutta la sua arte, un crocevia di mondi lontanissimi, citazionismo altissimo che si mescola a riferimenti pop del periodo con un’armonia che ancora oggi resta impareggiabile (trovatemi qualcuno che nel giro di due versi riesca a passare dai Minima moralia di Theodor Adorno a The End dei Doors!).
Da quel momento in avanti la parabola ascendente di Battiato non si fermerà più: fra concerti dal vivo memorabili, come Giubbe rosse del 1989 o Del suo veloce volo del 2013 assieme a Antony and the Johnsons, interviste che ne mettono in luce non soltanto la cultura mastodontica ma anche un’ironia finissima e tagliente e, soprattutto, tanta musica straordinaria.
Franco Battiato se n’è andato il 18 maggio 2021, nella sua Milo, in Sicilia, in silenzio e con grandissima discrezione, proprio come aveva vissuto.
Di solito non amo particolarmente questa espressione, andarsene, mi sembra un tentativo goffo di edulcorare qualcosa di naturale come la morte; ma se penso a Battiato la trovo una parola estremamente corretta.
Perché è chiaro sia ancora da qualche parte, lassù nel cosmo da cui probabilmente proveniva, a insegnare ad altri com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.
Francesco Castiglioni
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