Sordità: è tempo di ripensarla

  “Ma perché, dicono alcuni, la Luna? Perché scegliere questo come nostro obiettivo? E potrebbero chiedersi, perché scalare la montagna più alta? […]  Scegliamo di andare sulla Luna in questo decennio e fare le altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili. Perché quell’obiettivo servirà a organizzare e misurare il meglio delle nostre energie e capacità, perché quella sfida è una sfida che siamo disposti ad accettare, che non siamo disposti a rimandare e che intendiamo vincere, e anche le altre

– John F. Kennedy 

È probabile che nell’ultimo periodo vi siate posti la stessa domanda: perché dopo 60 anni stiamo tornando sulla Luna? Cos’è che muove il cuore, o l’economia, delle più influenti agenzie spaziali? La risposta è complessa e certamente non esiste un’unica ragione.

Quello che è certo però è che, sia che siate appassionati di spazio o semplicemente comuni mortali, Artemis II, la più recente missione verso la Luna, ha risvegliato un appetito generale ed è servita da promemoria di quello che è stato.

«Come hanno fatto negli Anni Sessanta ad andare sulla Luna? Come hanno superato i limiti della tecnologia?» In piedi, signori e signore, davanti al miracolo della scienza.

La stessa domanda me la sono fatta anche io, da ingegnere aerospaziale. Quello che ho scoperto non solo mi ha fatto venire i brividi, ma mi ha portato a ridimensionare il modo in cui percepiamo la diversità, in particolare fisiologica, conducendomi a un’unica considerazione: siamo fatti in modo meraviglioso.

Se oggi è semplice immaginare di poter arrivare sulla Luna, agli albori della corsa allo spazio, ingegneri, fisici, medici e scienziati hanno dovuto faticare, spesso per portare a casa solo fallimenti; hanno dovuto tirar su le maniche e collaborare gli uni con gli altri; hanno dovuto reinventarsi.

È in questo spezzato che trova spazio la storia che vi voglio raccontare: gli Undici di Gallaudet.

Undici uomini sordi, provenienti dall’università di Gallaudet, nel cuore di Washington DC, reclutati dalla NASA: questa è la storia di Harold Domich, Robert Greenmun, Barron Gulak, Raymond Harper, Jerald Jordan, Harry Larson, David Myers, Donald Peterson, Raymond Piper, Alvin Steele, John Zakutney. Questa è la storia di come la sordità ha contribuito e permesso alla NASA di sbarcare sulla Luna.

Oltre le sfide tecnologiche, infatti, il volo spaziale umano introduce ulteriori ostacoli, in particolare l’assenza di peso e i suoi effetti sul corpo.

Negli anni Cinquanta, prima di inviare esseri umani nello spazio, la NASA doveva comprendere come il corpo avrebbe reagito in assenza dei normali riferimenti gravitazionali: perché si manifesta la cinetosi, cioè quel malessere che si prova in auto, nave o aereo a causa dei movimenti, in che modo il cervello integra i segnali provenienti dall’orecchio interno, dagli occhi e dal resto del corpo e come l’organismo riesca ad adattarsi a condizioni estreme come la microgravità.

Per studiare questi fenomeni vennero condotti numerosi esperimenti, spesso tutt’altro che piacevoli: centrifughe umane, voli a gravità zero e altre prove pensate per provocare disorientamento e la tipica nausea da movimento.

In questo contesto risultò particolarmente prezioso il contributo degli Undici di Gallaudet. In alcuni casi, come per gli Undici, la sordità è conseguenza della meningite, che danneggia anche il sistema vestibolare dell’orecchio interno, responsabile dell’equilibrio e della percezione del movimento. Normalmente questo sistema invia al cervello informazioni sulla posizione del corpo, sui cambi di direzione e sugli spostamenti nello spazio. La cinetosi nasce spesso proprio da un conflitto tra ciò che vedono gli occhi e ciò che segnala l’orecchio interno. Quando però il sistema vestibolare è compromesso o funziona in modo ridotto, questo contrasto sensoriale diminuisce. Per questo motivo alcune persone sorde con lesioni vestibolari mostrano una maggiore resistenza alla cinetosi, sperimentando meno nausea e disagio durante movimenti intensi o insoliti: proprio quella che poteva apparire come una limitazione si rivelò così una risorsa fondamentale, capace di offrire un contributo decisivo al progresso della ricerca spaziale e alla comprensione del corpo umano.

Mi domando quante ce ne siano di storie come queste, di cui non siamo a conoscenza, e rifletto su quanto poco siamo abituati a riconoscere la complessità — e talvolta l’imprevedibilità — dei percorsi attraverso i quali la ricerca scientifica avanza.

C’è però un punto su cui vale la pena soffermarsi. Quanto il corpo umano — in tutte le sue varianti — riveli una complessità che raramente siamo disposti a considerare fino in fondo.

La vicenda degli Undici di Gallaudet invita così a riconsiderare il modo in cui interpretiamo la differenza, in particolare quella fisiologica: non in chiave retorica o semplificata, piuttosto come oggetto di osservazione rigorosa.

Sarebbe una lettura superficiale, oltre che inesatta, sostenere che la disabilità non comporti limiti, difficoltà o forme di esclusione. Al contrario, è proprio alla luce di queste condizioni che il contributo degli Undici assume un valore ancora maggiore. Ciò che emerge non è la negazione del limite, tantomeno l’esperienza personale legata ad essa, ma la sua riconfigurazione all’interno di un contesto scientifico: una caratteristica individuale che, in circostanze precise, diventa strumento di indagine.

Allo stesso tempo, questa storia mette in discussione gli stigmi sociali che spesso accompagnano la disabilità: l’idea implicita di mancanza, di deficit da colmare o di pura insufficienza. Sono schemi interpretativi radicati, che tendono a ridurre la complessità dell’esperienza umana a una narrazione unidimensionale. Eppure, casi come questo mostrano quanto tali categorie siano parziali e quanto possano ostacolare una comprensione più ampia e aderente alla realtà.

In altre parole, non è la disabilità in sé a essere “vantaggiosa”, ma la capacità della ricerca di interrogare la diversità senza pregiudizi, trasformandola in conoscenza. È in questo spazio — tra limite e possibilità — che si colloca una parte essenziale del progresso scientifico.

Ed è forse proprio qui che risiede il valore più duraturo di questa storia: nel ricordarci che comprendere il corpo umano, in tutte le sue varianti, significa anche ampliare il modo in cui comprendiamo noi stessi.

Laura Borrelli