E adesso?
Domanda che puntualmente fa capolino nelle mie riflessioni rispetto ai desideri dell’avvenire. Adesso che l’esperienza è conclusa, gli esami alle spalle, recupero il respiro affannato degli ultimi mesi e coltivo la gratitudine per questo viaggio nell’universo degli zuccheri.

Forse non mi sono interrogata “abbastanza” (che poi… lo si deve ogni qual volta ci si butti a capofitto in una cosa della vita?) al momento dell’avvio, della decisione: vamonos a diventare Pasticcera!
Fatto sta che, a quasi un anno di distanza da quella fatidica decisione, mi ritrovo compiaciuta (e dipendente dagli zuccheri) di questa nuova etichetta alla mia persona. Un’etichetta che sa di cura, relazioni, pensiero, manualità. Un’arte, quella della pasticceria, che esige ma che restituisce: nel sorriso delle persone a cui regali una stratificazione di cioccolati e mousse; nella soddisfazione del finalizzare un procedimento minuzioso; nella semplice rilassatezza che genera il montare assieme zucchero e albumi.

Dicono che ognunə abbia i suoi canali di decompressione; di rilassatezza, di cura di sé. Per me tutto questo è sempre stato ricompreso dallo sport, che fosse la ginnastica da piccola o la corsa scavallata l’adultità. Ma lo sport (quello individuale come nel mio caso) non dà ad altre persone; allinea su di te. È l’egocentrismo fatto e finito; la centratura è sul mio respiro, il mio andare ritmico col terreno, il mio mettere a terra i pensieri.
Un dolce è, invece, lo stereotipo confermato del rapporto con l’alterità: lo è nelle figure maestre dai cui volumi si prende ispirazione; nell’acquisto di ingredienti che mi chiamano alla relazione con l’esterno (non dispongo ancora di due vacche e di un pollaio in soggiorno); nel pensiero estroflesso delle persone che assaggeranno; nell’amore nel curare il gesto di dare e condividere quanto creato.

È anche una coccola per me, lo riconosco. Una fetta di torta in una giornata lunga, un biscotto inzuppato nel caffè a metà mattina, una coppa di gelato nell’introspezione serale dei miei pensieri silenti. Ma, per quanto mi riguarda, è soprattutto relazione con ciò che è Altro da me. Ed energia creativa: nell’immaginare l’insieme finito, pianificare gli strati, gli acquisti, monitorare i tempi e predisporre le energie.
Un allenamento costante a normare il mio esistere come animale sociale, da un lato; a ritrovare il mio potere demiurgico, dall’altro.
Gaia Bugamelli